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il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
la storia
In corso d'opera!! ^^
art gallery
i protagonisti
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?
Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20
anni.
Sesso: uomo
Razza: Umana
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione.
- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi.
- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un
cavallo.
Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita.
Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza
qualunque?
Età: Età adolescenziale,
23 anni.
Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta)
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione.
- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia.
- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano.
Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori.
Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
Umani
Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI
Elfi Alti
Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria
Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze
elfiche.
Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.
Elfi Silvani
Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.
Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi.
Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia.
Elfi dei Ghiacci
Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan
Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto.
Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI
Nani di Montagna
I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan
nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.
Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.
Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”.
Nani di Collina
I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli.
Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno.
Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno.
Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita.
Gnomi
Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione.
Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.
Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI
Mezzelfi Alti
I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso.
Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie
apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi.
Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana.
Mezzelfi Silvani
I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono.
Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti.
Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Segnalibro
capitolo 1 capitolo 10 capitolo 11 capitolo 12 capitolo 13 capitolo 14 capitolo 15 capitolo 16 capitolo 17 capitolo 18 capitolo 19 capitolo 2 capitolo 20 capitolo 21 capitolo 22 capitolo 23 capitolo 24 capitolo 25 capitolo 26 capitolo 27 capitolo 3 capitolo 4 capitolo 5 capitolo 6 capitolo 7 capitolo 8 capitolo 9 extra - fumetto
Gli autori
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace
reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che
non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono
i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo
tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da
guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo
libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna
bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente
impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
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Malin non aveva idea di quanto il continente di Imarna fosse vasto e arduo da attraversare a piedi. Per lui, ragazzo di campagna, un po’ tutto il mondo era paese e con l’intento di migrare verso la più grande città della sua regione, Eireki, credeva di andare dove lo avrebbero accolto semmai non con le braccia aperte, ma sicuramente con grande ospitalità. Quando invece giunse alle porte dell’antica roccaforte, dopo un mese almeno di cammino ininterrotto e massacrante, ad attenderlo vi era un portone di pesante legno chiuso ermeticamente ed un soldato armato, prossimo ad una porticina quasi invisibile, che vi si tratteneva per fare la guardia. Era quasi notte, in pratica pomeriggio inoltrato: nessun via vai di merci o mercanti, cavalli o cavalieri, gente di qualsivoglia foggia si presentava davanti agli occhi vitrei e stanchi di Malin. Solo uno spesso silenzio, interrotto alle volte unicamente dal gracidare dei grilli della campagna o da qualche timido pigolio di qualche uccellino appostato al sicuro nel proprio nido.
<Altolà!> la guardia gridò improvvisamente non appena vide profilarsi all’orizzonte la sagoma curva e malandata di Malin. <Chi siete?> continuava a gridare, senza però ricevere nessuna informazione in cambio dallo straniero.
Malin avanzava lentamente, or ora, e trascinava in modo stanco e malato gambe e braccia. Aveva ricevuto sulla sua stessa schiena, durante il viaggio, il caldo solleone dell’inizio dell’estate ed i suoi violenti nubifragi; aveva patito i calori delle zone di pianura e la rigidità delle burrasche ventose, di quelle che vomitavano addosso a tutti che avevano la sventura di attraversarle la grandine e la pioggia più dure e fredde che l’estate stessa potesse aver tenuto in serbo. La guardia alla piccola porticina aveva colto con lo sguardo, nella figura del viandante, qualche cosa di insolito, che dalla distanza alla quale si trovava non riusciva ancora a spiegarsi del tutto. Attese quindi che lo straniero si facesse più vicino, prima di ripetere instancabilmente i suoi altolà e pretendere le sue solite dichiarazioni d’identità.
<Adesso fermati, vagabondo, e dimmi dove te ne vai e quali affari ti portano.> pretese di sapere il soldato non appena Malin giunse in prossimità della grande porta della città. <Non sono un vagabondo.> ci tenne a precisare il ragazzo, che parlava con un filo di voce appena, senza nemmeno sollevare il viso per fissare cogli occhi stanchi quelli dell’uomo dinnanzi a se. <Dimmi il tuo nome, e ti lascerò entrare.> continuò allora la guardia, prendendo la sua lancia e utilizzandola per costringere Malin ad alzare lo sguardo assieme al viso ed il capo.
Quando il soldato riuscì a scorgere i lineamenti del giovane contadino, ebbe un fremito nel vedersi dinnanzi due occhi così profondi e così diversi tra loro, l’uno verde smeraldo, carico, caldo, l’altro blu notte, freddo, quasi opaco. Eppure non erano i lineamenti e lo sguardo di Malin ad infastidire la sua pazienza, più di quanto non lo facessero i suoi abiti cenciosi ed il suo odore, procurato durante un viaggio privato di agi e di qualsiasi comodità. <Sei un porcaio?> domandò ancora la guardia, prendendosi gioco delle condizioni miserevoli in cui versava il fisico di Malin <Puzzi come un’animale da stalla, per il Cielo!> e così dicendo diede un colpo secco, tramite la sua asta, al ventre molle del ragazzo che tosto cadde a terra quasi inerme, affamato e debole com’era. <Non aspettavamo porcai in città, ragazzo. Inoltre, dopo il calar del sole, le porte del borgo chiudono per riaprire solo in mattinata. Non lo sapevi? Da che villaggio vieni, sventurato!?> Il soldato infieriva sul malessere che prendeva lo stomaco ed il fisico di Malin, a parole il più delle volte, ma anche a colpi di asta ed a suon di calci. Evidentemente quella persona aveva avuto una giornata tutt’altro che appagante e si sentiva, or ora che terminava il suo turno di guardia, di sfogare tutto il suo rancore e la sua frustrazione sul primo povero sfortunato che gli fosse passato sotto tiro.
Malin, dal canto suo, non aveva più la forza di impedire alla guardia di esercitare oltremodo i suoi compiti di mantenimento dell’ordine e punizione dei fuorilegge. Così, tra un colpo e l’altro, prese a rialzarsi in piedi ed ad allontanarsi da quell’indisponente presenza per provare altrove di aver accesso alla grande città di Eireki.
Malmesso e stanco, Malin trovò sulla sua strada una taverna, allocata fuori le imponenti mura della città, nei pressi della quale il sentiero che circumnavigava la cinta muraria passava solerte, quasi invogliasse a restare. Così, sfinito e deluso dall’ospitalità che il soldato gli aveva riservato, provò a sostare presso quelli per rifocillarsi e finalmente riposarsi.
Non appena Malin ebbe fatto il suo ingresso nella taverna, l’oste lo apostrofò con un saluto sommesso invitandolo ad avvicinarsi al grande bancone dove erano servite pietanze e bevande per tutti coloro che ne avrebbero voluto prendere e saziarsi. <Benvenuto, giovane straniero!> rise amichevolmente il grande uomo che, cinto ai fianchi da un grembiule sporco di unto e bagnato di vino, doveva essere per forza di cose il proprietario dell’osteria <Vieni avanti e siediti. Mangia tutto quello che desideri: è molto raro avere qualche giovane ospite qui presso di noi!>. Malin, dal canto suo, non se lo fece ripetere due volte e, avvicinatosi al banco, poggiò in terra la faretra con le sue frecce e l’arco ancora non teso per sedere su uno scanno e metter mano ad un tozzo di pane caldo e fragrante. Non appena lo assaggiò, al ragazzo parve di esser tornato a casa dalla sorella e di star desinando con lei seduto alla sua calda tavola profumata. Ma non appena riaperse gli occhi ed ebbe assaporato fino all’ultima briciola di quel tozzo così gustoso, si rese conto di quale fosse la realtà ed abbassò nuovamente lo sguardo stanco. <Signore, non ho denaro per pagare la vostra ospitalità.> si sentì in dovere di dire <Ho mangiato di ciò che avete preparato per cena senza potervi dare nulla in cambio. Ditemi che cosa volete da me ora, e lo farò per pagare il mio debito.>
L’oste guardò stranito il giovanotto, poi rise a pieni polmoni <Ehi, ragazzo! Sei mio ospite! Come potrei far pagare un giovane viandante come te, così ridotto, quasi all’osso, tanta è la fame che segna il tuo aspetto e intristisce il tuo fisico?> Poi, dalla porticina della cantina, una donnina dalle braccia robuste ed il viso lucido comparve, tutta pimpante e sorridente <Che caro ragazzo! Non ti hanno fatto entrare in città, non è così?>. La donna portava stretti tra i pugni i colli di due bottiglie dal contenuto scuro e oleoso. Le appoggiò sul bancone, quindi, e abbandonandole si terse la fronte sudata con il polso della man sinistra. <Sono arrivato tardi. Le porte sono già state chiuse.> sbottò quindi Malin, mentre, titubante, si interrogava sul fatto di prendere o meno un’altra pagnotta per soddisfare il suo pantagruelico appetito. <Caro, guarda come è ridotto…> La donnina, l’ostessa moglie del padrone della locanda, parlava a voce bassa col marito lanciando di tanto in tanto qualche occhiata curiosa al giovanotto che sedeva praticamente dinnanzi a loro, col capo chino e gli occhi dallo sguardo vitreo, trasparente, fissi sul ripiano di legno consumato del bancone. Malin, dal canto suo, si domandava di continuo, tra se e se, il motivo di tutto quello che era accaduto: che in città le regole del viver comune si ribaltassero? Non gli era mai capitato di venir prevaricato da un soldato o di mangiar gratuitamente, senza pagare, in una locanda per viandanti: Malin iniziava a pensare che ciò a cui stava andando in contro non doveva essere come se lo aspettava. Già entrare in città per lui presentava un cospicuo problema, e non osava immaginare come sarebbe riuscito a trovare tra quella gente strampalata e anacronistica il cavaliere e l’opportunità che andava cercando.
Mentre la coppia di locandieri si affaccendava nel servire gli altri clienti e nel mandare avanti la loro ininterrotta attività di ristoratori, attorno a Malin si fece finalmente distinguibile il brusio delle tante voci che animava il luogo. Il sangue alla testa del ragazzo finalmente era defluito e Malin, dopo il pestaggio, era tornato finalmente a sentire, e a capire. Alle sue spalle se ne stavano, seduti nella semitenebra della notte ormai sopraggiunta, una dozzina di persone canticchianti e vocianti, tra le quali una ragazzina dai capelli raccolti e le gonne fatte di tela di sacco danzava, quasi, nell’intento di accendere i candelabri del bassissimo soffitto e le torce alle pareti, per non parlare poi di quei mozziconi di candele che si trovavano su ogni tavolo, tra i boccali vuoti ed i piatti sporchi di grasso e ricolmi d’avanzi. Poi, alla destra ed alla sinistra del ragazzo se ne stavano, chini su quel bancone come se ne stava lui, altri sfortunati viandanti ricoperti di cenci e di fango, contadini stanchi dopo una giornata di lavoro, braccianti salariati che avevano fatto giornata, artisti itineranti e semplici girovaghi. Incredibile come Malin non si fosse accorto di tutti loro appena entrato nella locanda: evidentemente, il benvenuto di quella guardia alle porte della città doveva averlo provato molto, ed impressionato a tal punto da renderlo apatico a qualsiasi altra cosa. D’istinto infatti li venne di recuperare le sue frecce ed il suo arco: e quando fece tanto di scendere dallo scanno e cercare i suoi unici averi, non li trovò più al loro posto.
<Cerchi quei legnetti che portavi con te?> domandò una vocina sottile, alle spalle di Malin. Il ragazzo alzò di scatto la testa dai capelli scarmigliati e spettinati per guardare dinnanzi a se: la stessa ragazzina delle candele, con un lungo accendino sospeso tra le dita della man destra, disegnava nell’aria sopra la sua testa stravaganti formine di fumo e fiamme, mentre fissava inebetita Malin prono sul pavimento umido della taverna. <Perché se li rivuoi, li ho presi io.> La ragazzina era giovane e la sua bellezza era quella di una bambina della sua età: le forme della sua femminilità erano appena accennate ed il suo modo di comportarsi e parlare erano infantili, sciocchi. Così la ragazza continuava a giocare col suo accendino di paglia e cera agitandolo in aria come la bacchetta di una maga, mentre Malin lentamente si rialzava per evitare i capogiri e la fissava sconvolto, con lo stesso sguardo di chi non capisce che cosa stia succedendo. <Vieni.> gli disse quindi la bambina, e lo prese per mano accompagnandolo fuori dalla sala principale della taverna, su per una ripida e scomoda rampa di scale dove si trovava la stanza dei padroni e quella della piccola servetta. Là, abbandonate su un pagliericcio scomposto, vi erano le frecce, l’arco e la faretra di Malin.
<Mamma e papà dicono che devi riposarti. Là c’è dell’acqua, e qui puoi dormire.> La ragazzina indicò un recipiente di metallo ricolmo d’acqua freddissima e lo stesso pagliericcio che il giovane aveva notato entrando nella stanza. Le pareti erano di fango misto a paglia, intelaiate nel legno delle case contadine, della tipica fattura dei territori a nord di Imarna; vi era anche una finestrella, ritagliata nella parete esterna, decorata negli angoli e sotto il davanzale da alcune lucide ragnatele di fil d’argento. <Non so perché papà ti voglia far dormire in granaio. Si vede che non puoi pagare…> bofonchiò la bambina, prima di accendere una candelina in un angolo della stanzetta per poi abbandonarla solerte, senza nemmeno salutare Malin. Effettivamente, in un altro angolo della stanzetta, erano ammonticchiati senza cura alcuni sacchi di sementi, e topi resi più vispi dall’ora notturna squittivano e si muovevano furtivi tra le pieghe della tela di sacco, producendo rumori strani, a cui comunque Malin era abituato.
Dalla finestrella filtrava la luce delle stelle e della luna piena solo per metà. Malin passò in quel luogo la notte intera dormendo profondamente, abbracciato alla sua faretra ed al suo arco, come un bambino affezionato al suo giocattolo. La mattina, quando si svegliò, si lavò il viso e tentò di pettinare i capelli scarmigliati ed annodati, seppur con scarsi risultati. Gli abiti li indossò come erano la sera precedente, anche se scrollati dalla polvere del viaggio e parzialmente puliti dal fango della strada percorsa. Malin comunque aveva ancora l’aspetto di un vagabondo trasandato e temeva di essere malmenato anche quella mattina dalla guardia della porta della città. Quando scese dalla sua stanza improvvisata e si ripresentò al locandiere, quello gli scoccò un’occhiata benevola prima di salutarlo e congedarlo senza richiedere da lui il minimo compenso per la notte passata alla locanda. <Non ne ho alcun bisogno.> sentenziò. E Malin così tornò sui suoi passi.
La fresca mattina estiva nella quale muoveva i suoi passi, sotto le mura di Eireki, tingeva il cielo sopra la città di un azzurro intenso e violento. Quel colore così freddo ed al contempo così tiepido riempiva lo sguardo distante del ragazzo che camminava svogliatamente, timoroso, alla volta della grande porta di legno e ferro.
Una volta varcate le pesanti ante lignee della porta d’accesso, sorvegliate come sempre da una coppia di soldati armati e sull’attenti, Malin si trovò catapultato quasi violentemente tra la folla della strada maestra della cittadina. Il ragazzo era spaesato e confuso, immerso com’era nel bel mezzo di quella moltitudine umana che, come una marea ribollente, si rimescolava e strascinava nella sua corrente tutto ciò e tutti coloro che non avevano preso l’iniziativa propria di dirigersi in qualche posto in particolare. Innanzi tutto Malin si era stupito del fatto che non l’avessero ostacolato nell’entrare in città com’era successo la sera precedente; eppure pensò che, con la mattina ormai inoltrata ed mercati in piena attività, la sorveglianza fosse calata e la guardia stessa che l’aveva così malamente accolto fosse stata finalmente sostituita da un compagno sicuramente più comprensivo. Malin era fiducioso nella bontà della gente e nella sua semplicità, anche se, per quanto lo riguardava, della gente aveva conosciuto sempre e solamente la freddezza e l’individualismo, di cui lui stesso si sentiva gran sacerdote e primo tra tutti i suoi seguaci. Così, con la faretra ben assicurata sulla fiera schiena e gli occhi bicromi belli aperti in attenta ricerca, Malin prese a farsi spazio tra la folla per inoltrarsi nel cuore della città ove, in quella giornata sicuramente di gran festa, aveva luogo un mercato davvero immenso. Tutt’attorno a lui vi erano banchi e bancarelle dalle fogge straordinarie, dirimpettaie di altre ancora più sconvolgenti e curiose, provviste di qual si volesse oggettistica e mercanzia, dalle stoffe alle armi, dalle bevande agli uccelli da preda, dagli alimenti agli schiavi stessi. Poi miriadi di persone tutte differenti, miscugli di razze e creature stravaganti e sconosciute vorticavano attorno alla sua infima e ignorata presenza, mentre con la fatica di chi è straniero in terra straniera, avanzava tra i corpi sudati e contorti delle donne del mercato, dei mercanti infervorati dalla compravendita e dalla pubblicità che ognuno faceva, senza sosta e quartiere, alla propria merce, tra le presenze inquietanti degli Elfi e dei Nani di collina e montagna, abbigliati come mai avrebbe immaginato di vedere vestita una creatura senziente. Ma Malin era distratto, oltre che dalla varietà dei colori e dei profumi di quella città così variopinta e vivace, come mai lo era stato il suo villaggio natio o la terra stessa dalla quale proveniva, dalle novità che vedeva sfilare dinnanzi ai suoi occhi curiosi e che la mente sua così semplice non riusciva a concepire o a capire a pieno: vedeva abiti stravaganti e dalle forme così assurde per la sua concezione di moda che era difficile per lui credere che si potessero indossare veramente; poi vedeva armi dalle lame lunghe ed affilate, così diverse dalle spade in ferro ed acciaio degli eroi di cui aveva sentito narrare le storie e le avventure; ancora vedeva uomini e donne, Elfi e Mezzelfi acconciati in maniera così impensata che si costrinse a credere d’esser l’unico, in tutta quella città, a portare i capelli lunghi raccolti strettamente in una treccia trasandata e scomposta. Tutto ciò per Malin era novità e sogno, tanto che quasi si perse tra i meandri del mercato, rapito e conquistato da ciò che non conosceva e trovava meravigliosamente interessante, mancando di cercare ciò per cui aveva sfidato il solleone e le furiose piogge estive.
Per sua fortuna, però, un uomo dall’aspetto austero ed autoritario passò a passo spedito al fianco di Malin, sfiorando con la sua lunga tunica bianca e porpora i laceri vestiti consunti del giovane contadino. Malin se ne accorse, quasi quel tocco l’avesse riportato alla realtà dopo l’essersi addormentato sotto il potere di un qualche mistico incantesimo, e non poté non seguire con lo sguardo le movenze ed i passi di quell’uomo, così distinto tra i tanti, tanto quanto bastava per attirare la sua vispa attenzione su di lui. Ma l’uomo, dal canto suo, non aveva badato allo sguardo ed alla presenza del giovane, tanto che tirò presto detto diritto per la sua strada, senza nemmeno degnare chi gli stava accanto della benché minima attenzione.
Anche se Malin non sapeva chi fosse quell’uomo, si sentiva comunque in dovere di seguirlo. Non sapeva che cosa stava cercando, tanto meno come l’avrebbe potuto riconoscere e trovare: il fatto era che l’uomo che Malin aveva incrociato con lo sguardo vestiva alla maniera di un cavaliere, con una lunga tunica di lino bianco legata in vita al di sopra di una cotta di maglia e di una leggera armatura di cuoio, proprio come uno di quei guerrieri di cui il ragazzo aveva sentito parlare anche al villaggio. Per Malin quello che aveva visto indosso allo straniero bastava a farlo cavaliere: non passò molto tempo prima che il giovane notasse al fianco del guerriero una lunga spada dall’elsa sfavillante riposta nel fodero ed un disegno di aquila a due teste dipinto sul petto e la tunica bianca coi colori del sole e della terra.
Improvvisamente Malin lasciò quello stava guardando e facendo per seguire, un poco di lontano, i passi del cavaliere desideroso di imparare dove fosse diretto e che cosa stesse facendo. Tra la folla fu dura per lui, ignorante del dedalo di vicoli della città vecchia, tener dietro ad un uomo così rapido e lesto, determinato, incurante di essere seguito; la determinazione di Malin, però, ripagò il suo impegno conducendolo dove l’uomo era diretto, ovvero presso una delle tante bancarelle, un po’ defilata rispetto alle altre più importanti del mercato, ove ad attenderlo vi erano altri uomini con la stessa sua divisa e pergamene ed inchiostro in gran quantità disposte da uno scrivano sulla scrivania.
<Quali nuove da Eireki?> domandò uno degli astanti al cavaliere appena sopraggiunto. Quello, passandosi una mano inanellata sulla testa dalla capigliatura corta e scura, sospirò alzando un poco le spalle. <La solita feccia contadina, sciamata in gran quantità per il mercato rionale.> Una fragorosa risata, cameratesca quasi, investì i presenti nei pressi del banchetto, i più vestiti con la tunica decorata. Allorché uno di coloro che se ne stavano in quei pressi senza però indossare l’uniforme, sbottò <Sono tempi duri, no? La guerra porta via i rampolli più nobili dalle dolo tenute e risparmia al campo di battaglia la carne contadina che può essere più facilmente sacrificata. Sbagliate, a parer mio, a cercare tra i benestanti nuovi adepti ai vostri insegnamenti!>. Il cavaliere lanciò allora uno sguardo al suo interlocutore, più sarcastico che indignato, e a tono rispose <Parlate voi, mio nuovo amico, che vi siete appena consegnati al mio esercito vantando una sontuosa genealogia!>. I discorsi che Malin, poco distante dal gruppo, origliava incuriosito erano discorsi vuoti per lui. Non capiva la dinamica nobile-contadino (dopotutto la sua fortuna fu quella di vivere in un villaggio sciolto dai vincoli di vassallaggio, dove la terra apparteneva ai contadini, così come i suoi frutti e tutti i suoi raccolti) e dava altresì poca importanza a ciò che dicevano i cavalieri, essendo rimasto totalmente affascinato dal loro modo di parlare e di comportarsi, dal loro aspetto autorevole ed austero, dalla loro divisa sontuosa e immacolata.
Col passare del tempo, Malin realizzò che dinnanzi a lui, a pochi passi da dove si nascondeva, si trovava ciò che era andato cercando per la città di Eireki (e da tutta una vita presso i suoi) e che se lo avesse desiderato davvero, a quell’ora se lo sarebbe già preso per se da un pezzo. Così, senza rifletterci sopra un momento di più, si fece coraggio ed uscendo dall’ombra in cui aveva trovato comodo rifugio, si fece avanti avanzando lentamente in direzione del piccolo spazio ove i cavalieri tenevano banco.
Non appena uno di quei distinti personaggi s’accorse della sua presenza, ebbe un fremito e lo squadrò da capo a piedi, allibito: Malin aveva un aspetto trasandato e poco curato, tanto da sembrare a quei cavalieri nulla di diverso da un povero pastore allo sbando. Così nessuno di loro diede peso o fece caso più di tanto alla sua presenza, fino al momento in cui Malin parlò, e con il suo primo fiato fece la richiesta più stravagante che quegli uomini avessero, in vita loro, mai udito. <Cerco un cavaliere.> disse Malin con voce ferma, tentando di dissimulare la sua emozione dinnanzi a quegli uomini che tanto ammirava. I cavalieri allora si lanciarono uno sguardo perplesso l’uno con l’altro. <Voglio imparare da lui a diventare un guerriero.> continuò Malin, questa volta sollevando lo sguardo in direzione di quell’uomo che primamente aveva visto e seguito fino a quel luogo. <Fermati, ragazzo, perché non sai quello che dici!>. La voce del cavaliere che tanto ammirava tuonò nella sua mente come un fulmine a ciel sereno <Con quale pretesa ti presenti tra noi a pretendere ciò a cui non hai diritto?>. Malin non riusciva a capire il linguaggio delicato ed elaborato del cavaliere, ma provava ugualmente ad interpretarlo. Così rispose <Voglio diventare cavaliere, ed ho viaggiato per un mese partito dal mio villaggio per arrivare fino a voi e chiedere il vostro aiuto.>. Ancora una risata distinta si disperse tra i presenti al discorso di Malin, ed il ragazzo non capiva che cosa vi fosse di sbagliato nel suo modo di comunicare. <Ma chi sei, un porcaio per caso? Non sei buono nemmeno da guardia cittadina, figurati se sei adatto per diventare un cavaliere! Quale è la tua età? Ed io tuo nome? Chi sono i tuoi parenti, e la tua famiglia ha un nome?> domandò il notaio che sedeva alla scrivania e, siccome non vestiva alla maniera dei cavalieri, Malin fino a quando quell’ometto sciancato non parlò non lo ebbe neppure intravisto. Malin, dal canto suo, ancora faceva fatica ad interpretare quello che l’uomo diceva, seppure in termini molto più semplici rispetto al cavaliere: probabilmente a causa dell’emozione, o per lo stordimento provato per il troppo coraggio di cui aveva dato prova, fatto stava che si sentiva smarrito ed indifeso, stranamente minacciato dal modo di fare di quei tanto venerati stranieri.
<Il mio nome è Malinorne.> si fece coraggio a dire il ragazzo, alzando lo sguardo per incontrare quello del notaio <E…?> fece spallucce poi l’ometto sciancato, senza nemmeno prendere in mano la sua penna d’oca intinta nell’inchiostro <Nient’altro? Tutto qui?>. Malin ancora non capiva e non riusciva a immaginare che cosa servisse d’altro ancora a quell’individuo per iscriverlo nella sua lista, che aveva vista aperta sotto le braccia conserte del notaio, ed annotarlo per ricevere l’istruzione necessaria a diventare cavaliere. Poiché Malin era ignorante ma non al punto tale da non sapere che per intraprendere il mestiere delle armi era necessario iscriversi presso coloro che ne davano l’opportunità, il ragazzo continuava a non capire che cosa altro servisse per dare inizio al suo addestramento all’onore ed alla giustizia, doti essenziali per essere considerati veri cavalieri. <Sei un contadino, Malinorne?> domandò allora il cavaliere dalla tunica decorata, col suo tono di voce austero ed autoritario, ed il ragazzo chinò il capo. <Sono il figlio di un guardaboschi, non sono un contadino. Tanto meno sono un porcaio, od un viandante, un girovago…> fece per dire, prima che il notaio lo interrompesse con un annoiato e secco <Basta così, ho capito, per il Cielo!> e si rivolgesse al cavaliere decorato <Che cosa ve ne farete di un guardaboschi, signore?>. Ma il cavaliere non diede corda all’ometto sciancato e prese un profondo respiro lanciando a Malin un’occhiata scrutatrice di quelle che in pochi, tra i suoi conoscenti, sapevano scoccare. Si sentì rimescolato fin dentro al ventre, il ragazzo, mentre l’uomo armato e bardato esaminava l’aspetto e la postura del giovane, la sua corporatura, la sua baldanza e soppesava ogni virgola del suo aspetto nei parametri di ciò che ne sarebbe potuto venire fuori dopo un addestramento riservato ai promettenti cavalieri che lui stesso organizzava e dirigeva. Poi parlò <Malinorne è un nome nobile. Ma senza una genealogia degna di nota, non posso iscriverti alla lista degli apprendisti. Inoltre sei troppo vecchio per intraprendere ora l’apprendistato. Non sapevi che per divenire cavaliere servono anni ed anni di duro lavoro in veste di garzone e scudiero?><Signore, io imparo in fretta e so cacciare e preparare la legna per il fuoco, so tirare con l’arco e correre per giorni senza fermarmi o stancarmi, so…> si difese Malin, il tempo giusto per essere interrotto ancora da un <Taci una buona volta!> del notaio, che aveva preso l’iniziativa di zittirlo senza rispettare il volere del suo signore.
<Scrivi allora, notaio…> imperò il cavaliere, lanciando uno sguardo gelido all’ometto che, in fretta e furia, come se fosse stato scosso da un terremoto improvviso, estrasse dal calamaio il suo pennino e si predispose a scrivere ciò che l’uomo gli avrebbe dettato <… che Malinorne di Eireki è iscritto alla lista degli scudieri. Provvederò io stesso a trovare a questo giovane un mentore che lo addestri a dovere.>
Malin non credette a quello che successe per molto tempo dopo che il notaio ebbe scritto il suo nome sulla pergamena, tra sbuffi e ronzii degni di una fiera indisposta. Quel cavaliere sconosciuto aveva dato l’opportunità a Malin di realizzare il suo sogno, anche quando sembrava che non vi sarebbero state scappatoie capaci di fare del povero figlio di un guardaboschi un nobiluomo di alto lignaggio. Anche se non aveva detto nulla o mostrato alcun ché, Malin aveva compreso, alla fin fine, un po’ dall’ostilità del notaio ed un po’ da ciò che ricordava di aver sentito dire da uno degli astanti al banco, che per diventare uomini d’armi rispettabili sarebbe stato necessario avere un nome od una famiglia importanti alle spalle, quindi si domandava perché mai il cavaliere, alla fin fine, l’avesse accontentato nella sua stravagante richiesta. Lo aveva chiamato, inoltre, Malinorne di Eireki: lui stesso, alla fine, gli aveva dato un nome per ovviare all’inconveniente del lignaggio.
Malin quindi, strabiliato da quel gesto così inatteso ed insperato, non perse tempo in indugi inchinandosi profondamente dinnanzi al suo nuovo signore <Come potrò sdebitarmi?> domandò quindi, senza alzare lo sguardo alla ricerca di quello del superiore, solamente usando in sua presenza la più cautelare di tutte le riverenze. Ma il cavaliere non degnò nemmeno di un cenno richiesta del ragazzo, lasciando cadere invece dinnanzi allo sguardo suo un fagotto di stoffa legato e tenuto stretto da un laccio di spago ruvido. <Impara a stare al tuo posto, d’ora in avanti, ed a rivolgerti a me ed al tuo mentore con diverso tono.> lo sferzò l’uomo colla sua voce profonda e seducente, ruggente, quasi da leone <Ora vai ed indossa questa tunica: domani il tuo apprendistato avrà inizio, proprio come chiedevi.>
Detto ciò, il cavaliere voltò le terga e lasciò il banco delle iscrizioni, sicuro e silenzioso, dedito, proprio come se ne era venuto poco tempo prima.
<Hai sentito il tuo superiore? Sparisci di qui e ripresentati domani mattina.> venne detto a Malin da uno di quegli uomini che se ne erano stati zitti tutto il tempo a guardare divertiti la scena. Malin, dal canto suo, non obbiettò ne aggiunse in più nulla a ciò che era già stato detto: prese in fretta e furia il fagotto legato e sparì lesto tra la folla del mercato per tornare sui suoi passi e dirigersi verso la taverna dove aveva passato la notte precedente. Infatti il ragazzo s’accorse, mentre rapido tornava alla locanda, che nel fagotto che gli era stato dato dovevano trovarsi alcune monete: quando aprì il sacchetto per appurare questa sua intuizione, trovò quattro bellissimi pezzi d’oro e due d’argento posti in modo sparpagliato e trascurato tra lembi di stoffa bianca e lacci di cuoio scuro. Così Malin, una volta giunto presso l’oste della locanda sita appena oltre le mura della città, trafelato ma contento, poggiò sul bancone i due pezzi d’argento e fiero sbottò <Anche questa notte mi avrete come ospite!>. All’orche l’oste, stranito nel riconoscere in quel giovane raggiante il povero viandante della notte precedente, non poté credere ai suoi occhi. <Ben tornato! Ma quel che tu mi offri in pegno per un’altra notte alla locanda è troppo…> <Non m’importa!> fece di rimando lui, spalancando i grandi occhi bicromi quasi fosse tornato bambino e si fosse eccitato per una lieta novità udita da poco <Da domani, io sarò un cavaliere.>
(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))

(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))
Quella stessa sera, lontano dal villaggio di Malin, da una finestra due occhi color ametista osservavano sognanti il sole che scivolava oltre l’orizzonte montuoso. Le cime innevate si tingevano di porpora ogni sera e gli scintillii del sole sulla neve donavano al panorama un’affascinante aria mistica.
<Ancora un altro giorno qui…> sospirò la ragazza, staccandosi dal lucido vetro della finestra, quando un’altra cosa attirò il suo sguardo: il ciondolo che portava al collo, una piccola pietra a forma di goccia i cui colori talvolta scintillavano vividi e talvolta diventava scuro come la notte. La mano della ragazza prese il ciondolo e lo portò all’altezza dei suoi occhi. La goccia brillava di un profondo color lavanda. <Per fortuna che ci sei tu a tenermi compagnia> aggiunse con tono scherzoso.
La pesante porta di legno scricchiolò e si aprì, sulla soglia era ferma un’altra ragazza, molto giovane, con corvini capelli riccioluti, la sua voce risuonò acuta tra le mura della piccola sala <Alany, è tutto il giorno che sei qui, ti stiamo aspettando nell’atrio, manchi solo tu!> La giovane trotterellò verso la ragazza più vecchia quasi inciampando nelle sue lunghe vesti candide.
Alanassori, questo in realtà era il nome della ragazza con il ciondolo, Alanassori Silhesar come l’avevano chiamata i suoi genitori. L’unica cosa che ricordava di loro erano i capelli di sua madre, lisci e color bronzo e gli occhi di suo padre, azzurri e scintillanti come quelli di tanti elfi alti. Alanassori era una mezzelfa e fiera dei essere tale: fin da quando i suoi genitori l’abbandonarono ancora bambina alle porte della scuola per aspiranti incantatori di Sheala, una fiorente città stato sulle rive di un lago nella parte centrale di Imarna. La bambina andava fiera della sua diversità da tutti gli altri studenti: i suoi fluenti capelli color ebano striati di riflessi violacei, i suoi occhi di quello stesso colore e le sue orecchie a punta la rendevano speciale.
D’un tratto la ragazza sentì un brivido correrle veloce lungo la schiena e rizzarle i peli sulla nuca. Coma aveva potuto dimenticarsene? <Oggi…> Riuscì a sussurrare mentre i suoi pensieri si accavallavano caotici. Si voltò rapida verso la ragazzina più giovane e con occhi sgranati e farfugliò qualcosa di a stento comprensibile <…siamo in ritardo… Vieni!> si precipitò fuori dalla stanza, seguita dalla ragazzina, rischiò quasi di ruzzolare per le scale.
L’atrio si trovava a pian terreno, le proporzioni erano simili a quelle di una grande cattedrale, al centro, costeggiati ai fianchi da degli elaborati colonnati, vi erano delle elaborate panche in legno ove avevano preso posto quasi un centinaio di persone. Molti dei presenti erano giovani ragazzi e ragazze, vestiti in tuniche dai colori sgargianti, ma vi era anche qualche figura più alta e matura il cui portamento pareva molto più disciplinato. Il soffitto era un tripudio di scintillii multicolore dati dai raggi del sole morente che si dividevano in ogni colore dell’arcobaleno mentre attraversavano la volta di cristallo. In fondo alla sala, un gradino di marmo dava accesso ad una parte rialzata con pianta a semicerchio dove sei imponenti figure vestite con elaborate tuniche, sedevano su troni in legno. Le due ragazze entrarono silenziosamente da una porta laterale e senza farsi notare presero posto in una panca nelle prime file.
Alany ansimava pesantemente sia per la fatica sia per la trepidazione: presto sarebbe stata chiamata a fare qualcosa di importante, qualcosa per cui si preparava da molto tempo. Guardandosi intorno incontrò gli occhi della ragazzina che era venuta a chiamarla, la sua espressione mostrava una grande fiducia in Alany e la ragazza ne fu rinfrancata. La ragazzina si chiamava Lindy Altia e da due anni era diventata la sua compagna di stanza ed anche se la vivacità e la spensieratezza con cui trattava quasi ogni questione, per quanto importante potesse essere, a volte infastidivano la mezzelfa, le due erano diventate amiche. Ora quella amicizia le era di immenso conforto.
<Vedrai, Alany, sarai la migliore!> la incitò Lindy, stringendola in un forte abbraccio, tanto stretto che quasi la mezzelfa non riusciva a respirare. <Dai… Lasciami…> riuscì a malapena ad ansimare Alany e dopo essersi divincolata dalla presa dell’amica <Vedrai che non ti deluderò, ma adesso devo concentrarmi…> voleva credere a quelle parole, ma la paura scuoteva la sua solita fiducia.
Per la sala risuonò la mistica melodia degli arcani e delicati suoni emessi dai Cristalli dei Cantori che si trovavano al centro del semicerchio ai cui bordi erano collocati i troni. Insieme le sei figure si ersero in tutta la loro magnificenza e ad un tratto la melodia cessò lasciando il più profondo silenzio nella sala. Alany riusciva a stento a sentire il suo stesso respiro. A turno le figure si tolsero i cappucci e si rivelarono i volti di tre uomini e tre donne dallo sguardo fiero e dall’espressione sicura di chi ha vissuto le esperienze di una vita intera. Con passi aggraziati e leggeri le tre donne si misero attorno alla formazione cristallina che poco prima aveva risuonato la melodia. I tre uomini invece rimasero a qualche metro di distanza.
Come una serie di lenti e di specchi, la volta della sala catturò l’ultimo raggio di sole del tramonto e come se fosse una freccia, lo scagliò verso il Cristallo dei Cantori che riprese a suonare la stessa melodia mentre si tingeva di ogni sfumatura dell’arcobaleno. I ragazzi e le ragazze delle prime file si alzarono e lentamente e con ordine i diressero verso le sei figure.
Erano anni che Alany si preparava per questo momento ed ora che si era unita alla processione insieme agli altri studenti, di qualche anno più vecchi di lei, non le parve vero che stessa accadendo tutto questo. Era meravigliata, come una bambina di fronte ad un imponente spettacolo di fuochi d’artificio. Il cuore le batteva all’impazzata e quasi non riusciva a pensare, a stento metteva un piede davanti all’altro.
Fin da quando era stata adottata dagli insegnanti della scuola aveva sempre avuto una grande curiosità per la magia e da quando aveva raggiunto l’età giusta per iniziare gli studi si era dimostrata una ragazza molto precoce e dalle grandi potenzialità, particolarmente intelligente ed intuitiva, ma spesso si lasciava sopraffare dalle emozioni e si mostrava impaziente ed impulsiva. Queste sue caratteristiche si univano al mistero che aleggiava attorno al suo ciondolo. Lo possedeva fin da quando aveva memoria e lo custodiva gelosamente, era il suo tesoro, l’unico ricordo dei suoi genitori. Non si trattava comunque solo di un oggetto decorativo: la sua luminescenza sembrava riflettere i sentimenti ed i pensieri dalla ragazza ed a volte pareva quasi volerla comunicare qualcosa, come se in quello strano materiale fosse insita una coscienza capace di interagire con l’esterno. Non solo il cristallo le teneva compagnia quando era sola, ma si era rivelato una potente fonte di energia magica che l’aveva sostenuta durante i suoi allenamenti e le prove. Le era stato proibito di indossare il cristallo durante le esercitazioni da quando eseguendo un incantesimo elementare per accendere un fuoco da campo, quasi diede fuoco all’intero cortile, persone comprese, naturalmente.
Ora il ciondolo pendeva all’altezza del suo cuore ed insieme ad esso Alany pareva sentirlo pulsare, veloce ed eccitato. La sua presenza le infondeva comunque una strana sensazione di sicurezza. Presto sarebbe stata sola e quella scheggia di cristallo dai colori cangianti sarebbe stata la sua unica compagnia.
Un sospiro, un passo, un altro sospiro ed eccola salire su quel piccolo palco semicircolare. I mormorii eccitati di chi le era attorno scomparvero lentamente mentre prendeva posto accanto ai suoi compagni. Uno a fianco all’altro, guardavano in silenzio la folla seduta che a sua volta li osservava. La tensione si fece sempre più alta e con la coda dell’occhio Alany potè scorgere alla propria destra una ragazza dall’aspetto molto giovane tremare come una foglia. Cercò lo sguardo di Lindy e dopo qualche momento di timore la ritrovò ad osservarla, la vide ammiccare e con la mano incitarla a farsi coraggio.
Il Cristallo dei Cantori risuonò come un’immensa campana ed il silenzio scese ancora nell’atrio. Il più anziano dei maghi presenti sul palco si mosse vicino al bordo e parlò rivolto alla folla con voce possente e sicura <Siamo qui per dare il nostro saluto ed augurare buona fortuna a questi ragazzi che si apprestano ad affrontare la Prova dell’Ascesa…>
Alany non riusciva ad ascoltare le parole del mago. Fremeva di eccitazione e la sua mente tentava di immaginare che cosa avrebbe potuto attenderla. Ai maghi non era permesso parlare della Prova dell’Ascensione ai discepoli e l’unica cosa che continuavano a ripetere è che era una cosa diversa per ognuno.
Fu scossa dal suo flusso di pensieri da un ragazzo alla sua sinistra che le diede un colpetto con il gomito. Dapprima seccata, Alany volse lo sguardo verso di lui per accorgersi che l’anziano mago aveva già concluso il suo discorso e che ad uno ad uno, i ragazzi che prima erano allineati si stavano muovendo verso il Cristallo del Cantore, o meglio, verso una rampa di scale nascosta che conduceva sotto il cristallo e sotto la sala stessa in un luogo di cui Alany aveva sapeva, solo perché aveva già assistito a questa cerimonia altre volte.
Era il suo turno di scendere per la rampa di scale, ma il suo corpo era restio a muoversi. Il suo sguardo vagò veloce per la folla fino a raggiungere di nuovo gli occhi della sua compagna di stanza. Con occhi lucidi, un sorriso rassicurante e le dita incrociate, Lindy guardava fissa la sua amica. La mezzelfa trovò nella sua amica il coraggio di muoversi, non era sola…
Una lacrima solcò il suo viso. Chiuse gli occhi e sussurrò a sé stessa <Grazie Lindy…> ed infine si voltò per scendere lungo le scale. Da lontano sentì la voce della ragazzina voce gridare <VAI ALANY, VAI E TORNA VINCITRICE!!!>.
(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))

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