In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?
Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20
anni.
Sesso: uomo Razza: Umana Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione.
- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi.
- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un
cavallo.
Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita.
Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.
Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza
qualunque?
Età: Età adolescenziale,
23 anni.
Sesso: Donna Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta) Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione.
- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia.
- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano.
Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori.
Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
le razze
Umani
Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI
Elfi Alti
Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria
Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze
elfiche.
Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.
Elfi Silvani
Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.
Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi.
Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia.
Elfi dei Ghiacci
Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan
Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto.
Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI
Nani di Montagna
I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan
nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.
Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.
Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”.
Nani di Collina
I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli.
Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno.
Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno.
Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita.
Gnomi
Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione.
Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.
Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI
Mezzelfi Alti
I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso.
Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie
apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi.
Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana.
Mezzelfi Silvani
I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono.
Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti.
Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace
reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che
non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono
i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo
tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da
guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo
libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna
bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente
impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
Tutto ciò che troverete scritto in questo blog tratta di materiale di fantasia di totale possesso dei legittimi proprietari. Se eventualmente troverete violato il vostro lavoro leggendo il nostro, siete pregati di contattarci.
L’indomanimattina Alany fu svegliata dal suo maestro senza tante cerimonie scuotendole energicamente le spalle. D’istinto reagì dandogli uno schiaffo e spingendolo via con i piedi, Thor scivolò a terra malamente imprecando. Alany ci mise poco per riacquistare lucidità e capire quello che era successo e con una furia che aveva sperimentato solo nei confronti della sua amica Lindy quando la svegliava in quel modo.
<MA SEI MATTO?!?> tuonò la ragazza con un’espressione truce sul viso <CHE TI E’ SALTATO IN TESTA?> con i capelli arruffati e gli occhi quasi iniettati di sangue, quella che in altre occasioni si presentava come una fanciulla quasi indifesa ora avrebbe infuso inquietudine se non paura in chiunque l’avesse avuta davanti, inquietudine accresciuta dalla Goccia che ora scarlatta e brillante.
Rialzandosi dal terra, Thor sostenne lo sguardo dell’allieva con espressione severa, anche se negli occhi si leggeva una nota di divertimento. Dopo qualche istante di silenzio, l’uomo iniziò a ridere, quasi piegandosi in due e faticando a respirare per gli spasmi. Alany fu contagiata poco dopo e l’unica cosa che per qualche minuto risuonò nella locanda furono le loro risate.
La ragazza fu la prima a riscuotersi da quello stato di ilarità e asciugandosi le lacrime dagli occhi e con tono interrogativo si rivolse al suo maestro <Allora? Che c’è di così urgente da svegliarmi in quel modo?> mentre attendeva una risposta stiracchiò le braccia ed il collo.
Thor scosse la testa per riacquistare lucidità e rispose con la sua solita aria seria <Siamo in ritardo sulla nostra tabella di marcia> avvicinandosi alla porta aggiunse <Rassettati, io intanto ti aspetto disotto> detto questo si chiuse la porta alle spalle uscendo dalla stanza. L’atmosfera di ilarità uscì dalla stanza con il maestro e Alany rimase sola seduta sul letto a contare gli innumerevoli nodi che le sue dita trovavano mentre le faceva passare tra i capelli, non era mai stata molto vanitosa, ma aveva sempre tenuto molto i suoi capelli e saperli così unti di sudore ed aggrovigliati la innervosiva molto. Dopo aver incontrato il terzo nodo che non riuscì a districare decise che la sua figura avrebbe avuto la precedenza sulla tabella di marcia di Thor e frugò nella sacca per cercare il pettine che aveva portato con sé, prese anche la sua borraccia e rovesciò un po’ d’acqua su un panno per inumidire i denti di legno del pettine. Sospirò e cominciò le prime passate, con calma e lentezza metodica, sussultando ad ogni nodo che fermava improvvisamente il pettine e le tirava una ciocca di capelli. Mentre si pettinava si affacciò alla finestra: i vetri erano opachi per la sporcizia e la polvere ed un piccolo ragnetto giallo tesseva pazientemente la sua tela in un angolo della finestra, Alany cercò il suo riflesso sul vetro e non trovandolo, scrollò le spalle e decise di limitarsi a raccogliere i capelli in una coda di cavallo evitando così acconciature elaborate e molto difficili da fare senza uno specchio.
Thor attendeva appoggiato con la schiena sul muro della locanda, le braccia incrociate sul petto osservava distrattamente il sentiero ascoltando il cinguettio degli uccelli migratori,assorto nei suoi pensieri aveva cominciato a seccarsi del ritardo della sua allieva e quando quasi mezzora dopo averla avvertita la vide sulla soglia si voltò verso di lei e la osservò con lo sguardo più truce ed accusatorio che riuscì a fare. La ragazza guardò inespressiva il suo maestro per un momento e poi con espressione languida e con movimenti provocanti si accarezzò la coda che le scivolava sopra la spalla fino al seno. Con voce mielosa, quasi appiccicosa disse <Una ragazza ha le sue necessità…>
L’uomo abbozzò un sorriso e senza aggiungere nulla i due si avviarono lungo il sentiero.
La mattina passò lentamente per i due, Alany si annoiava a morte ed abituata alle comodità dell’Accademia, i piedi le facevano male, l’irregolarità della superficie del sentiero non la aiutava affatto e come se non bastasse, il suo maestro sembrava assorto nei suoi pensieri e non le era di molta compagnia; così la ragazza sgranocchiava della frutta secca di tanto in tanto, sia per rompere la monotonia sia perché non aveva fatto colazione. Dopo un rapido calcolo concluse che aveva con sé provviste di carne e frutta secche per una settimana e cominciò a chiedersi seriamente se il viaggio non sarebbe durato altrettanto se non di più. Sospirò a quell’idea e si strinse nel mantello: quella mattina il vento soffiava freddo come il giorno precedente.
Verso mezzogiorno i due viaggiatori si fermarono all’ombra di un pino che cresceva a lato della strada, il vento aveva dato loro tregua, il sole ed il cielo limpido avevano riscaldato l’atmosfera ed ora i mantelli non servivano più. Consumato in silenzio un pasto di carne essiccata, terminato il pranzo fu Thor a rompere il silenzio, mentre la ragazza mangiava ancora aveva estratto un libro dalla sua sacca ed ora lo stava porgendo ad Alany dicendole <Questo è il primo dei libri che ti chiederò di leggere.>
Il piccolo volumetto era rilegato in cuoio colorato di verde scuro, la copertina anteriore aveva striature che si irradiavano in curve dal centro fino ai bordi, non c’era scritto alcun titolo né sembrava avere segni di riconoscimento particolari. Alanassori guardò dubbiosa il libricino prima di prenderlo tra le mani ed accorgersi che era particolarmente leggero per le sue dimensioni, seppur ridotte. La ragazza alzò lo sguardo verso il suo maestro che rispose alla sua espressione interrogativa: <Si tratta di un libro sulle Leyline, immagino che tu sappia di che si tratta, vero?> Alany annuì timidamente mentre scavava nei suoi ricordi ed in quello che aveva letto nei mesi dopo la Prova. Accorgendosi dei dubbi dell’Allieva, Thor aggiunse <Sono flussi di energia magica che si diffondono in ogni luogo e si legano in nodi naturali di potere magico: l’ambiente, la natura ed anche noi maghi traiamo la nostra energia da quei flussi…> si appoggiò con la schiena sul tronco e cominciò a tracciare segni nell’aria con la punta dell’indice <L’energia delle Leyline è grezza e questi simboli che utilizziamo servono a raffinarla ed ordinarla per compiere funzioni complesse e delicate…> chiuse la mano ed il simbolo che man mano si era fatto sempre più complicato scomparve in uno sbuffo di vapore dorato <Troverai molto di quello che ti serve sulla teoria degli incantesimi in quel volume.> Detto questo chiuse gli occhi e cominciò quasi immediatamente a dormire.
La ragazza aprì la copertina e sfogliò qualche pagina, a quanto pareva il libro introduceva il suo argomento come un trattato sulla natura della magia e delle forze arcane, Alany non lo giudicava molto invitante, ma sospirando cominciò comunque a leggere. Non era arrivata nemmeno alla decima pagina quando un rumore insolito catalizzò la sua attenzione: il ritmico scalpiccio di zoccoli sulla pietra seguito dal suono del legno affaticato da un grosso peso e da qualche occasionale cigolio. “Un carro…” pensò la ragazza, speranzosa di accorciare quel viaggio che secondo i suoi gusti era durato anche troppo. Chiuse il libro e lo ripose nella sua sacca prima di svegliare il suo maestro con un calcio sui piedi, attese che fosse abbastanza cosciente da comprenderla e gli disse che avrebbe cercato di fermare il carro per chiedere un passaggio, Thor non si oppose e rimase a guardare da sotto l’albero. Guardandolo sorto, Alany si diresse verso la strada, poco più lontano stava giungendo un carretto scoperto a due ruote trainato da un imponente cavallo da traino grigio, condotto da un uomo di mezz’età vestito con un gilet di cuoio consunto. La ragazza si fece coraggio e dal bordo del sentiero si rivolse al conducente con voce chiara <Messere, voi sul carro! Vi chiedo un attimo del vostro tempo…>. Le parole della ragazza furono ricambiate da uno sguardo arcigno e dal silenzio; Alany insistette <Io ed il mio compagno vi chiediamo solo un passaggio lungo questa strada…> Senza fermarsi l’uomo rispose con voce cavernosa senza accennare a rallentare <Perché devo appesantire il cavallo? Voglio qualcosa in cambio!>.
La ragazza rimase interdetta ed immobile vedendo il carro che la superava ed il conducente che non la degnava nemmeno di uno sguardo, a quel punto intervenne Thor che si era silenziosamente avvicinato al sentiero <Potremmo offrirle protezione contro ladri o briganti lungo il suo tragitto.> L’uomo sul carro sputò a terra e rispose seccato <Bah, per quanto ne so questa strada è sicura, quindi niente da fare.> nonostante le sue parole però aveva fermato il cavallo e sembrava attendere un’altra offerta. Il maestro si schiarì la voce e chiese <Prima però di disturbarvi oltre dovremmo sapere fin dove dovete arrivare, noi siamo diretti a Nedaria, voi invece?> L’uomo sbuffò e grugnì prima di rispondere sempre più seccato <Al Boccale Scheggiato, una locanda a poche miglia da qui e devo arrivare prima di sera, quindi scordatevi che vi porti fino in città!> si voltò pronto a continuare per la sua strada; Thor non aspettava altro e sotto lo sguardo preoccupato della sua allieva intrecciò e pronunciò un breve incantesimo che puntò verso l’uomo sul carro, Alany si fece ancor più tesa quando vide che apparentemente non era successo nulla. Thor si rivolse ancora all’uomo sul carro con voce sorprendentemente affabile <In fondo vi chiediamo solo di poter salire sul vostro carro per un tratto di strada, nulla di più…> L’uomo sul carro si voltò verso i due, la sua espressione era completamente mutata: il viso, prima corrugato dal tedio, ora era solcato da due file di denti ingialliti nella parodia di un sorriso nascosto parzialmente (“per fortuna” pensò Alany) dai folti baffi scuri e la voce prima scostante si era fatta amichevole. Incredula la ragazza lo sentì dire <Salite pure, vi porto fin dove posso, attenti alle casse.>
Alanassori ed il maestro si erano seduti sul carretto con le gambe penzolanti fuori dal bordo e la schiena appoggiata su una delle casse, dalle fessure delle assi di quelle casse usciva odore di spezie e di frutta, stavano procedendo lentamente, ma senza intoppi. I piccoli sobbalzi dovuti al lastricato non davano troppa noia alla ragazza che dopo aver sopportato lo sciabordio del legno che l’aveva portata sull’Isola Minore si sentiva di poter sopportare tutto. Sussurrò curiosa al suo mentore <Che gli hai fatto?> Thor sorrise divertito e rispose senza curarsi che l’uomo lo sentisse <Charme… Gli sto facendo credere che siamo ottimi amici…> osservando l’espressione preoccupata dell’allieva aggiunse <Non si ricorderà nulla quando l’incantesimo finirà e per allora dovremmo essere già arrivati alla locanda>. La ragazza si rassicurò e riprese a leggere. Il viaggio proseguì in silenzio, Alany si era lasciata prendere dalla lettura e come soleva capitarle in queste circostanze, il libro ed il suo contenuto erano le uniche cose che sembravano esistere, si chiudeva in un mondo popolato dalle sue interpretazioni di quello che leggeva che prendevano vita, le piaceva immergersi nei frutti della sua vivida immaginazione.
Il sole era giunto a metà della sua parabola discendente, erano passate quasi tre ore, ed il disco infuocato stava scivolando oltre le cime delle montagne ai lati della valle in cui si snodava il sentiero, il vento non aveva ripreso a soffiare ma la temperatura stava già scendendo rapidamente. Alany chiuse il libro per un attimo, riscossa dall’aria pungente si avvolse nella sua mantella e si guardò intorno. Il panorama non era cambiato molto: la strada continuava senza troppe curve in un ampio avallamento verde separato dalle montagne da pendii dolci che ad Alany ricordavano un cuscino dopo che ci aveva appoggiato la testa, la mezzelfa sorrise a quest’idea. La ragazza guardò il libro e si accorse che il suo dito stava tenendo il segno circa a metà, decise di riporlo nella sua sacca tenendo la pagina con il laccetto di seta verde che usciva dalla costa. I suo maestro aveva ricominciato a dormire e lei non si sentiva di dargli torto, ricordando cosa era successo la notte appena trascorsa pensò che probabilmente aveva diverse notti di sonno da recuperare. Sospirò e decise di occupare il tempo divertendosi con qualche piccolo incantesimo per sperimentare le sue nuove conoscenze: ne libro aveva letto alcune magie legate direttamente alle leyline, anche se alcuni le richiedevano di rimanere ferma a terra, ma alcuni altri avrebbe potuto eseguirli anche in movimento senza rischiare un disastro nel caso sbagliasse qualcosa. Scelse il primo incantesimo: una versione più complessa di uno che aveva già sperimentato durante a sua Prova, sul libro era segnato sotto il nome di “maschera di visione”, “un nome appropriato” pensò Alany “ma del tutto privo di fantasia”. L’intreccio e le parole erano semplici e le rammentava abbastanza bene da fare un tentativo, cantilenò e mosse le dita per pochi secondi, mentre avvertiva l’energia arcana scorrerle lungo le braccia e fuoriuscire dai polpastrelli per intrecciare un semplice disegno dalle linee geometriche squadrate che lentamente portò a contatto col suo viso, ivi la tessitura si fuse con la sua pelle simile ad un tatuaggio dai colori lucenti delle scaglie dei serpenti tropicali. Aprendo gli occhi la ragazza trovò un paesaggio uguale a quello di prima, ma al contempo diverso: l’erba e le pietre del lastricato erano attraversate da flussi luccicanti dai colori opalescenti che parevano cambiare in ogni momento, pur rimanendo gli stessi. L’effetto dell’incantesimo sembrava terminare ad una ventina di metri davanti a lei dove i flussi parevano sfocarsi e dileguarsi. Quella versione della magia non pareva alla ragazza molto diversa dall’altra se non che riusciva meglio a distinguere le componenti elementari di ogni flusso a lei vicino, esse le apparivano come nastri intrecciati di colori contrastanti, per quello che aveva letto verde per la terra, rosso per il fuoco, viola per l’aria e blu per l’acqua. Nei lussi colorati che si diramavano come una rete di vasi sanguigni che seguono un ordine all’apparenza inesplicabile, Alany notava che il verde sembrava dominare sugli altri colori, seppur non annullandoli, trovava tutto questo estremamente affascinante. La sua attenzione enne catturata infine da un bagliore bianco proveniente da sotto i vestiti, poco più in alto del seno: il suo ciondolo stava brillando intensamente, cosa che non aveva fatto quando aveva utilizzato la versione “grezza” dell’incantesimo. La ragazza scosse la testa facendosi l’appunto mentale di chiedere spiegazioni al suo maestro e passò ad un’altra sua curiosità: come sarebbe apparso un incantesimo con questa vista? Scelse velocemente un secondo incantesimo abbastanza innocuo, provò prima la sua variante grezza, richiamò a sé le energie arcane necessarie e con la sua volontà diede loro la forma di una piccola sfera delle dimensioni di un pugno, con sua sorpresa vide i rivoli delle leyline scuotersi come se lambiti da una brezza leggera e su quella brezza perdere un po’ della loro luminosità che si diresse verso la mano della ragazza simile a fumo luccicante sospinto dal soffio di un bambino su una candela. Quel vapore arcano le circondò ed attraversò la mano condensandosi a pochi centimetri dal suo palmo in una sfera luminosa che non emetteva calore alcuno. Al centro di essa sfera una scia per ogni elemento, si muoveva con dissonanza e disordine alimentate da quel flusso continuo di vapore scintillante proveniente dall’ambiente circostante. Alany chiuse la mano ed il flusso si interruppe all’istante, la sfera scomparve subito e le energie al suo interno ritornarono celermente al loro luogo di origine. La ragazza infine intrecciò lo stesso incantesimo come aveva letto sul libro ed il risultato fu sorprendente per lei: la stessa sfera di luce balenava sul suo palmo, ma al suo interno ora vi erano solo molto più piccole una scia color lavanda ed una scarlatta che danzavano al suono di una musica muta. La mezzelfa interruppe anche il secondo incantesimo e vide ritornare le due faville alle leyline e decise di terminare i suoi esperimenti, almeno per quel giorno: aveva già trovato svariati argomenti su cui meditare e di lì a poco sarebbero giunti al Boccale Scheggiato, o almeno così aveva concluso perché le sue orecchie sensibili avvertivano già un lontano brusio dato dal vociare degli avventori della locanda. Sospirò e si passò delicata la mano sul volto, come per togliere una ciocca di capelli sfuggita al laccio, il tatuaggio cangiante scomparve al passare della mano e quando Alany riaprì gli occhi la valle era tornata ad essere un normale paesaggio montano su cui filtrava flebile la luce degli ultimi raggi del sole, ormai nascosto dalle vette.
Il vociare si fece sempre più vicino e sebbene non fosse troppo fastidioso, metteva comunque la ragazza a disagio ed aveva svegliato il suo maestro. I due abbandonarono il carro poco dopo lasciandosi scivolare cautamente sul selciato per raggiungere la destinazione dopo l’arrivo del carro, così forse avrebbero dato meno nell’occhio. Dopo circa un quarto d’ora giunsero davanti alla locanda, non sembrava molto diversa da quella sulla strada in cui erano già stati, ma questa traboccava quasi di vita, anche se non era troppo affollata, i clienti all’interno sembravano molto ilari, forse grazie alla birra i agli spiriti dei nani importati dalle lontane Terre Orientali, il carro era vicino alla legnaia, alleggerito del suo carico ed il cavallo era in compagnia di almeno altri tre suoi simili, legati nel caravanserraglio. Spora la porta chiusa penzolava l’insegna recante l’immagine di un boccale di peltro con una crepa lungo il bordo traboccante di schiuma, dalle finestre si vedevano ombre di persone che alzavano boccali e le sagome di avvenenti cameriere, al piano superiore le luci delle stanze erano spente o le finestre erano chiuse. Alany si sentiva contrariata di dormire ancora in un luogo del genere, forse avrebbe preferito accamparsi nel bosco circostante in balia degli elementi o di qualche animale feroce e non delle grinfie di gente poco rassicurante. Si fece coraggio e seguì il suo mentore attraverso l’entrata. L’atrio era illuminato da alcune lanterne ad olio pendenti dal soffitto e da un camino a legna ad un lato della stanza, davanti all’entrata si trovava il bancone dietro a cui stava un oste magro sui cinquanta, dai capelli brizzolati e la barba tagliata con cura sulle guance e sul mento, dietro di lui stavano alcuni barili, sicuramente colmi di birra o altre sostanze alcoliche e una serie di boccali e bicchieri in peltro. In disparte sullo stesso ripiano ve ne era uno diverso, in argento forse, e dalla fattura elaborata, decorato con motivi floreali, lungo il suo bordo si apriva una piccola crepa. Ai tavoli sedevano pressappoco una decina di persone, equamente rappresentati erano uomini e donne, divisi in gruppi di tre e di due, Alany notò che alcuni di essi erano molto giovani, attirò la sua attenzione un ragazzo umano, come del resto sembravano esserlo tutti lì dentro, che sicuramente non aveva più di diciassette anni, visibilmente imbarazzato e spaesato davanti ad un pinta di birra ed accanto ad un uomo, che poteva benissimo essere suo padre, che lo batteva allegramente con la mano sulla schiena e rideva di qualcosa che alla ragazza sfuggiva. All’altro suo fianco era quasi inginocchiata una “cameriera, se così si possono chiamare…” (pensò Alany) con atteggiamento civettuolo che sotto il tavolo sembrava affaccendarsi con la mano tra le gambe del giovane. La ragazza distolse lo sguardo sconvolta e rossa in viso, solo allora si accorse dell’abbigliamento delle inservienti: poco più che un gonnellino che copriva un perizoma ed una fascia di stoffa a nascondere i capezzoli. Forse influenzata dalla bigotteria e sobrietà imposte dall’Accademia, la ragazza trovava tutto quello indecente e se fosse stato per lei non avrebbe trascorso un minuto di più in quel lupanare, perché proprio di quello si trattava, ma purtroppo per lei, il suo maestro sembrava avere altri piani, infatti era fermamente intenzionato a scolarsi almeno una pinta di birra e gustarsi un po’ delle “grazie” che quel luogo aveva da offrire.
I due si avvicinarono l bancone e l’attenzione dell’oste fu subito su di loro, li squadrò velocemente e parlò per primo <Buona sera, in che modo posso esservi utile? Se volete le stanze sono al piano di sopra, o preferite prima ristorarvi o magari cercate qualcosa di più… particolare?> Alany arrossì ulteriormente e distolse lo sguardo dall’oste, lo tenne fisso sul bancone perché ovunque guardasse vedeva qualcosa per lei raccapricciante, il suo mentore prese la parola, ordinò due boccali di birra e si fece indicare un tavolo. La ragazza seguì Thor silenziosamente e si sedette di fronte a lui, poco dopo giunse a servirli una cameriera, Alany osò alzare lo sguardo e rimase basita nel constatare che quella donna non doveva avere più di diciassette diciotto anni, come il giovane che aveva notato prima. Nonostante la sua espressione gioviale, senza dubbio forzata, negli occhi di quella ragazza Alany vedeva una nota di rassegnazione e tristezza che fecce nascere nella mezzelfa un sincero sentimento di compassione che la spinse a trattenere la ragazza e ad invitarla a sedere con loro. Timorosa la ragazza diede un’occhiata fugace a Thor, che era intento a scolarsi il boccale spumoso e visibilmente imbarazzata ringraziò con un cenno del capo Alany tentò di intavolare una conversazione con lei, con voce gentile cominciò <Dimmi… come ti chiami?> La ragazza sospirò, probabilmente ormai abituata a quella domanda, tentava di nascondere il tremito della sua voce <M-mi chiamo Jaina, ma qui sono chiamata Foglia…> Alany intuì il motivo di quel soprannome, Jaina infatti aveva una folta chioma castano scuro in cui si insinuava sulla fronte una ciocca visibilmente verde muschio, la sua pelle era più scura rispetto a quella degli umani che la giovane incantatrice aveva visto, ma non dava l’idea di essere stata bruciata dal sole come quella degli agricoltori o degli uomini che abitano nel deserto di Auralia, assomigliava un più a quella di alcuni Elfi Silvani: più simile al colore di una nocciola non ancora tostata. Gli occhi erano verde chiaro, come i germogli degli abeti che crescono in primavera. Nei suoi lineamenti Alany riusciva a riconoscere alcuni tratti degli elfi, come l’ovale del viso leggermente allungato e gli occhi lievemente a mandorla, non si sarebbe sorpresa di scoprire che sotto la chioma ondulata che le cadeva fino al collo ci fossero due orecchie appuntite. La domanda le sorse spontanea <Sei una… mezzelfa?> nella voce dell’incantatrice non c’era malizia né pregiudizio e la ragazza ne rimase piacevolmente sorpresa, scosse timidamente la testa e rispose <Lo era mia madre…> ed i suoi occhi luccicarono per le lacrime che faticava a reprimere, forse al pensiero della madre. Dal bancone la voce dell’oste li raggiunse con tono severo <Foglia! Non ti pago per parlare con i clienti, ma per prendere da loro le ordinazioni, di qualunque genere esse siano, capito?>
Sentendo quella voce imperiosa, la ragazza ebbe un fremito e si alzò dalla sedia, le parole le tremavano sulle labbra <Prendete qualcosa?> e rivolgendosi poi verso Thor, che fino a quel momento era rimasto in disparte <Credo ci siano ancora del cervo e del cinghiale arrosto e da poco è arrivato un carico di frutta e spezie fresche…> Thor ordinò del filetto di cervo, mentre Alany oprò per qualcosa di vegetariano: dopo giorni di razioni di carne secca avrebbe voluto non vedere più un pezzo di carne il più a lungo possibile. Prima che Jaina se ne andasse dal tavolo, Alany la prese delicatamente per l’avambraccio e discostò i suoi capelli dalle orecchie, scoprendo uno dei suoi lobi appuntiti cosicché la ragazza potesse vederlo. I muscoli della cameriera parvero rilassarsi quando riconobbe nella giovane incantatrice una sua compagna dal sangue misto. Abbozzò un sorriso prima di sparire in cucina. Per quella sera non tornò più ed i loro piatti furono serviti da un’altra inserviente che, per quello che Alany poteva vedere, lanciava occhiate bieche in direzione di Thor e sguardi di comprensione verso Alany.
Mentre consumavano il loro pasto Thor si rivolse alla sua allieva <Hai qualcosa in mente, te lo leggo negli occhi, vuoi parlarmene?> Alany depose il frutto da cui aveva appena strappato un morso e con la voce poco più alta di un sussurro rispose <Voglio aiutare quella ragazza, l’hai vista, no? Non credo sia qui di sua volontà…> Il maestro scosse il capo <Non posso dire di approvare ciò che accade in questo posto, ma questo non mi dà il diritto di interferire>
<Non mi importa cosa pensi tu, è una mezzelfa, una della mia razza e non posso lasciarla qui senza fare niente!> Alany si stava via via scaldando.
<Ah si? E cosa proporresti di fare? Sentiamo…> la incalzò il suo maestro.
La ragazza rispose diretta <Portarla con noi!>.
L’uomo rimase impassibile, forse a valutare il temperamento della sua allieva ed infine annuì <D’accordo, ma ti pongo una condizione: che sia lei a chiedercelo. Insomma, non possiamo entrare in un posto e rapire una persona solo perché la consideriamo oppressa…>
Alany sapeva che dal suo punto di vista il suo maestro aveva ragione <Va bene…> disse con aria di sfida.
Thor sospirò guardando il boccale di birra della ragazza, ancora intatto e con fare casuale chiese <Posso averlo visto che tu non bevi?>
Una scintilla scoccò tra i pensieri della ragazza, apparentemente senza volerlo, il suo mentore le aveva dato un punto di inizio per mettere in atto il suo piano: guardandolo negli occhi, pose la mano sul manico del boccale e disse <Certamente, ma ad una condizione…>
Circa mezzora dopo Thor si presentò al bancone con la sua sacca di denaro e la giovane allieva al seguito, Alany si teneva umilmente un passo dietro al suo mentore, gli occhi fissi a terra e l’espressione arrendevole, la facevano sembrare una ragazzina passiva e docile. Il maestro si rivolse all’oste con voce sicura <Ci serve una stanza per la notte…> e più silenziosamente per non destare il sospetto di orecchie indiscrete <Ed i servizi di Foglia> L’oste guardò Thor sorpreso a quell’ultima richiesta, non per la domanda in sé, ma per il fatto che avesse scelto proprio lei, lei di cui tutti avevano timore nonostante la sua esoticità elfica. L’uomo sorrise e chiese tre monete d’argento come conto, un conto per niente salato che fece quasi infuriare Alany nel profondo, infatti per lei era inconcepibile di vendere il proprio corpo per una somma così esigua, anche se lo si faceva di propria volontà. Thor pagò senza discutere e l’oste gli assegnò la quarta stanza sulla destra e gli assicurò che Foglia lo avrebbe raggiunto al più presto.
Giunti nella stanza Thor si chiuse la porta alle spalle ed Alany si sedette sul letto matrimoniale, rabbrividendo al pensiero di cosa si era consumato su quelle lenzuola, che però almeno erano pulite e ben lavare. L’uomo sospirò e si rivolse alla sua allieva con tono quasi scherzoso <Bene, adesso che mi sono compromesso con due ragazzine, tocca a te> e si sedette su uno sgabello vicino al letto. Dopo non più di cinque minuti sentirono bussare alla porta e la voce timida di Jaina si fece largo attraverso il legno <S-sono io…> Alany corde ad aprire alla ragazza e la fece entrare, richiuse la porta alle sue spalle e fece girare due volte il chiavistello. Foglia era vestita (se si può dire così) con un abito da sera di seta verde semitrasparente, una cintola dello stesso materiale le si chiudeva in vita facendo aderire il vestito ai suoi seni minuti, il suo viso era inscurito sulle guance, se la sua carnagione fosse stata rosea sarebbe risultato in un rossore pronunciato, tentava di coprirsi alla meglio i seni e l’inguine, nudi sotto quel vestito provocante.
Alany si affrettò a metterle il mantello sulle spalle e la ragazza disorientata dapprima si ritrasse impaurita, emettendo un grido strozzato, ma poi accettò quella gentilezza per quello che era: una rassicurazione che non le sarebbe accaduto niente e comunque, anche con la finestra chiusa, la stanza era fredda in confronto all’atrio. La ragazza tentò di mettere subito Jaina a suo agio, assicurandole che né lei né Thor le avrebbero fatto nulla, lei sembrò distendersi, mentre si avvolgeva anche nel lenzuolo per sfuggire alla morsa della notte in quella valle. Alany le disse che voleva solo parlare con lei e capire che cosa le era successo, perché era lì, ma la ragazza era restia a parlare, ogni volta che sembrava ricordare qualcosa i suoi occhi si imperlavano di lacrime e scuoteva la testa per scacciare quei pensieri. Dopo qualche tentativo, la giovane incantatrice cambiò approccio e cominciò a raccontarle come lei era finita in quel posto: le raccontò che era un’orfana e che era stata cresciuta all’Accademia di magia di Sestia, e che era in viaggio con Thor il su maestro come parte del suo addestramento come maga e che stavano viaggiando alla volta di Nedaria. La magia destò la curiosità di Jaina che chiese alla ragazza di mostrarle qualcosa, Alany le sorrise ed in pochi secondi evocò tre piccoli archi di luce colorata che danzarono per un po’ di tempo attorno al capo della ragazza che provava a toccarle con la curiosità e l’ingenuità di una bambina che per la prima volta vede volare delle volle di sapone, per la prima volta Alany la vide ridere e questo la rendeva in qualche modo felice. Dopo averla ammaliata con qualche altro trucchetto, l’incantatrice tornò a chiederle di lei.
Foglia si rabbuiò e si strinse più forte nel mantello e nel lenzuolo e mandò un’occhiata timida a Thor, che stava guardando distrattamente nella loro direzione e che, notato quel messaggio silenzioso si congedò dalle due ragazze ed uscì dalla stanza. Alany provò ancora e questa volta riuscì ad intaccare la scorza della sua interlocutrice. Con difficoltà Jaina cominciò a raccontarle della sua infanzia, quando sua madre era ancora viva, tra un singhiozzo e l’altro le raccontò dei suoi capelli color verde bosco, della grazia dei suoi movimenti e di quanto fosse dolce, raccontò poi che sua madre era morta in un incidente, scivolando dalle scale si era ferita, la ferita si era infettata e la donna era morta pochi giorni dopo, lasciando la sua figlia quindicenne ed un vedovo disperato. Jaina si fermò un attimo per riprendere fiato e rassettarsi dopo il pianto liberatorio, Alany le porse un fazzoletto, prima che lei continuasse. La ragazza raccontò di come suo padre fosse quasi impazzito e fosse diventato un alcolizzato violento, una volta aveva era molto ubriaco ed aveva provato a violentarla e lei si era difesa graffiandolo e riuscendo a buttarlo fuori dalla sua stanza, a quel punto lui l’aveva chiusa a chiave lì e quando la notte seguente era stata prelevata di forza da degli uomini provenienti da quella “locanda”, suo padre l’aveva venduta a loro e da allora erano passati due mesi: aveva perso tutto, non era più nessuno e si era ormai rassegnata a condurre quella vita.
La ragazza sospirò e tirò su col naso, si lisciò i capelli e guardò negli occhi Alany <Voi siete due maghi in viaggio e hai detto che state andando a Nedaria, vero?> Alany annuì <Non voglio stare qui, tutta questa gente… So che cosa vedono in me, per ora non mi hanno toccata solo perché hanno paura di me, che io sia non so quale mostro…> si buttò addosso ad Alany e la tenne abbracciata stretta <Portatemi con voi, vi prego! Mi renderò utile, te lo prometto!> La ragazza la strinse a sua volta e le massaggiò la schiena con la mano per calmarla, le sussurrò all’orecchio <E’ per questo che ti abbiamo chiamata stanotte…>
Alany aveva mandato la ragazza a prendere ciò che possedeva e possibilmente dei vestiti senza farsi vedere, poco dopo che Foglia fu uscita rientrò Thor <Hai vinto, ora bisogna solo trovare un modo per farla uscire da qui, come pensi di fare?>
<Di sicuro ci verrà in mente qualcosa> rispose la ragazza sbuffando alla mancanza di entusiasmo del suo maestro.
La conversazione comunque terminò lì: Thor si era sdraiato sul letto con l’intenzione di godersi la stanza per cui aveva pagato ed Alany stava elucubrando macchinazioni machiavelliche. Dopo circa 10 minuti Jaina rientrò nella stanza vestita di un completo da viaggio di cuoio scuro che faceva risaltare il suo pallore ed uno zaino in spalla. Nonostante la corporatura esile, bardata a quella maniera pareva essere robusta e temprata agli sforzi, non più la fragile ed insicura ragazza rassegnata alla vita. Depose lo zaino a terra e guardò interdetta l’uomo in dormiveglia, lei si era aspettata di poter partire subito, ma evidentemente le cose non stavano andando in quel modo. Guardò Alany con espressione interrogativa e lei di risposta scrollò le spalle con aria di rassegnazione. L’incantatrice in erba fece segno alla sua nuova amica di sedersi sul letto e le chiese per prima cosa se era stata vista, Jaina rispose che l’avevano notata alcune delle altre, ma aveva la loro benedizione per quell’impresa. Rincuorata, Alany cominciò a raccogliere il maggior numero di informazioni possibile sul Boccale Scheggiato, mentre il suo cervello si lambiccava per formare un piano, se non passabile, che fosse almeno decente.
Il peso dell’arma che aveva sottratto impunemente ad Alaister piegava la schiena di Malin, nonostante egli fosse portato ed avvezzo ai lavori più logoranti. Tuttavia quella spada pesava come non mai, ed il giovanotto non lo aveva mai immaginato: ricordava distintamente la facilità con cui la maestra la sfoderava e la brandiva, tanto che non aveva mai avuto modo di dubitare della sua leggerezza fino a quel momento.
L’intrico del sottobosco di quella foresta straniera costituiva per lui una sfida piacevole. Con l’agilità di un cerbiatto il giovanotto saltava le radici dei grandi alberi ombrosi ed ispezionava con la pazienza di un segugio ogni centimetro di sottobosco scuro e fitto. Le basse felci che gli impedivano i movimenti più naturali non lo ostacolavano tuttavia nel cammino, che procedeva spedito, quasi solerte, animato ed istigato dall’urgenza di ritrovare Elettra sana e salva e di riportarla indietro, ove avevano avuto inizio tutte le sue disgrazie.
Elettra era una ragazzina giovane e, tutto sommato, ingenua. Il suo aspetto non tradiva la sua reale età, che doveva aggirarsi attorno ai quindici oppure sedici anni. Era una ragazzina dall’aspetto gentile, una perfetta giovane nobildonna, pensava Malin: possedeva lunghi capelli castani e ricci, fin dietro le spalle strette e delicate, ed aveva un paio di grandi occhi scuri, così tondeggianti e limpidi da fargli sembrare due gemme preziose. Il suo era un sorriso garbato ma malizioso, che col tempo e con l’età saprebbe diventato un bacio intrigante e seducente. Malin pensava alla ragazzina comparsa con timore e ne ripassava con attenzione tutti i particolari, i lineamenti del viso sottile ed eburneo, così famigliare, la corporatura ed il vestiario, nella speranza di vedersela comparire dinnanzi da un momento all’altro, lesta ed al sicuro, ben salda sulle proprie gambe sottili. Ma Malin presto si morse la lingua, mentre incespicava a fatica in una radice che non aveva visto, pensando a ben altro: Elettra non era capace di camminare da sola, di sorreggersi sulle proprie gambe giovani e deboli. Glielo aveva detto proprio lei, quando aveva preteso che Malin la trasportasse di peso sulle proprie spalle, tanto che rammentava ancora con chiarezza cristallina le sue parole, appena sussurrate: <Non posso camminare, purtroppo. Le mie gambe non osano muoversi da sole. Sono malata.>. Malin non conosceva in prima persona il male che affliggeva la ragazzina, ma lo temeva, come un nemico pericoloso: al suo villaggio natio esisteva infatti un ragazzino afflitto dalla stessa malattia, che non poteva muovere le sue gambe e deambulava a fatica con l’ausilio di un paio di grucce instabili e logore, trascinando le sue gambe avvizzite e storte, d’infermo. Al solo pensiero di ciò, Malin non poté far altro che rabbrividire e pensare a quel ragazzino ed ad Elettra, col terrore che anche lei potesse finire come quel bambino, quell’immagine fissata nei suoi pensieri di ragazzo. <Non posso struggermi per lei, ora. La devo cercare. Devo evitare che corra rischi inutili.> si convinceva Malin saltando con la velocità di un capriolo le irregolarità del terreno, mentre la spada della maestra Darkstone gli batteva ferocemente e con crudeltà sulle spalle e la schiena tutta.
Malin ignorava chi Elettra fosse, in realtà. Non sapeva che si trattava di una parente di Ossian Lanchaster, non sapeva che si trattava di una persona che mai avrebbe dovuto uscire dall’accampamento, su un fronte di guerra, sguarnita e sprovvista di una scorta a guardarle la vita. Il giovanotto era convinto che sì, la ragazzina fosse una persona importante dato il modo in cui vestiva, la maniera dei suoi gesti, ma non sapeva quanto importante fosse la vita di Elettra. Tuttavia, conscio del fatto che come maggiore di età rispetto alla principessina aveva dei doveri nei suoi confronti, si sentiva reo e miserabile per quello che non era riuscito ad evitare che succedesse: se Elettra era fuggita dall’accampamento dell’Ordine Scarlatto, se la ragazzina era montata su un palafreno rubato ed era partita, anche se contro la sua volontà, alla volta dell’ignoto, era colpa sua. Malin di questo era conscio e convinto, persuaso, sicuro come non mai. E sapeva parimenti che al ritorno all’accampamento gli sarebbe spettata una punizione giusta per la sua frode. Certo, desiderava tornare indietro con Elettra al suo seguito: non osava neppure immaginare che cosa sarebbe successo se avesse fatto ritorno senza colei che era fuggito a cercare.
Il sole calava ormai dal mezzogiorno, che era passato già da diverse ore. Le ombre del bosco si allungavano sempre più, nonostante la luce in esso aumentasse grazie al sole che, giunto a sfiorare col suo cerchio sfavillante la superficie dell’orizzonte, irradiava i suoi raggi luminosi parallelamente al terreno, sotto gli alti rami degli alberi del bosco. Malin prese a muoversi con padronanza anche in quella terra straniera, dimentico della pesantezza della spada della maestra sulle spalle e dell’ora tarda che si era andata creando. Il suo obiettivo, colla luce o con le tenebre, rimaneva sempre il medesimo.
Peregrinando sulle tracce deboli e confuse del palafreno sul quale montava Elettra, Malin sul far della sera raggiunse le rive del mare, distante chilometri dal confine più prossimo dell’accampamento dell’Ordine Scarlatto. Laggiù, ad est, il sole era scomparso già da un quarto d’ora e l’aria iniziava a raffreddarsi. Le stelle sorgevano sopra le acque del canale che divideva l’Isola Minore da quella Maggiore, e Malin guardava sconfitto, affitto, le tracce della sua preda confondersi sulla sabbia umida continuamente bagnata dalla risacca del mare.
Il giovane si abbandonò ad un gemito strozzato, quasi imbarazzante, mentre si afflosciava a terra cedendo sulle proprie ginocchia. Quando sedette sulla sabbia scura della spiaggia, socchiuse gli occhi e trattenne a stento le lacrime, che rimandava continuamente indietro, con l’austero divieto di sfogarsi nel pianto. Dopotutto, oramai non era più un bambino.
Non c’era più modo di immaginare dove il cavallo avesse condotto Elettra su quella spiaggia. A nord come a sud non vi erano più tracce della cavalcata, o della ragazza, o di chiunque altro fosse passato per quel lido prima di lui. Solo sabbia e polvere in ogni direzione, ed il bosco col suo limitare che proteggeva l’entroterra con alcune timide, soffici dune ricoperte di bassa vegetazione marittima. I gabbiani urlavano, in alto nel cielo, e volavano per l’ultima volta prima che il sole tramontasse definitivamente, ad ovest, dove da quella spiaggia non era dato di vedere. Malin era disperato, infreddolito e stanco per la caccia serrata alla quale aveva costretto il cavallo fuggito, e non sapeva più se per lui fosse stato saggio tornare all’accampamento per la notte o rimanere su quella spiaggia, in attesa di un segno, o per sfuggire alla propria punizione. <Che stupido…> singhiozzava tra sé e sé, stringendosi nelle spalle mentre le onde gli bagnavano la tunica dell’Ordine dove questa toccava la battigia <Uno stupido, uno stupido…> continuava a ripetersi, in continuazione, fino a quando il sole calò definitivamente ed il buio invase la spiaggia, il sottobosco e tutto il territorio di Imarna.
Poi, ad un tratto, nel silenzio rotto solo dallo sciabordio delle onde, una risata si udì chiara ed indistinta persino da dove stava, inerme, Malin. Si trattò di una risata fragorosa, seguita a ruota da altre alte e chiare, seppur profonde, di uomo: il ragazzo non poté ignorarle, così si erse dalla sua disperazione e con la sua vista acuta, da cacciatore, si sforzò di individuare nel buio quelle ilari presenze. Ci riuscì: a nord, poco distante da dove si trovava lui, un bagliore danzante rivelava all’osservatore la presenza di un falò preparato proprio sulla spiaggia. Malin non si perse d’animo, e così si mosse in quella direzione, con accortezza, nella speranza di poter trovare laggiù quello che non era riuscito a scovare per tutto il pomeriggio.
Nell’arco di qualche minuto il giovanotto raggiunse quel bagliore, viaggiando nascosto sopra le dune che distinguevano il bosco dalla spiaggia e poi dal mare. Il suo passo era velato, da cacciatore esperto, e la sua presenza passava inosservata, tanto che quando giunse alla sua destinazione quei quattro o cinque individui intabarrati, tutti raccolti attorno al fuoco ed alla cena, non si accorsero della sua sopraggiunta presenza. <Bel bottino, quello della settimana scorsa! Ma mai come quello di stasera…> si complimentava uno di quelli, sfregandosi le grosse mani fasciate per scaldarsi alla luce del focolare <Quegli spadaccini dell’esercito del Re non saprebbero trafiggere nemmeno un pupazzo di sterpi! Per fortuna che con noi c’era quel tuo compare, il tale Stuoia… lui sì che ci sa fare!> mentre un altro, di rimando a quello che aveva detto il primo, sputò in terra ed aggiunse <Sì, quel mio cugino sa il fatto suo. Devi sapere che quei cani dell’esercito un giorno assalirono il suo villaggio ed uccisero il fratello, mio cugino, e violentarono la sorella, mia cugina, che ora è madre di uno stupido bastardo schifoso. Lui gli odia quei cani… quando ne vede uno, lo uccide solo con lo sguardo!>. Malin assisteva a quella stupida conversazione di briganti che non capiva e, in un certo qual modo, non intendeva capire. L’unica cosa che gli importava era di carpire dai loro discorsi masticati ed abbaiati qualche notizia su Elettra ed il cavallo che l’aveva rapita sulla sua groppa: dopotutto, era convinto che se era passato su quella spiaggia, quei quattro o cinque energumeni l’avrebbero sicuramente notato, e ne avrebbero per giunta di cose parlato. Così Malin si appiattì sempre più sulla sabbia pungente della duna, all’ombra della luce del fuoco, e rimase in attesa che qualcuno di loro parlasse di ciò che Malin voleva sentire.
<Un brindisi a Stuoia, per il Demonio!> gridò ad un tratto un terzo, alzando al cielo stellato una scodella di liquido talmente puzzolente che Malin ne sentì il fetore alla distanza dalla quale li stava osservando <E che si goda il suo trofeo… tanto dorato che luccica persino al buio fitto della sua barcaccia!> e bevvero tutti e quattro assieme al quinto. Poi un altro continuò <A proposito… dove si trova la barca di quello Stuoia? Volevo andarlo a trovare… chissà che mi concederà qualche minuto assieme al suo nuovo gingillo: così bello, quel suo tesoro, che lo invidio troppo per starmene con voi topi di fogna a immaginare quanto sia delicato…>< Massì, lascia che ti dica che mio cugino è un uomo generoso. Se glielo chiederai ti concederà qualche momento, domani mattina, ma non ti aspettare che quel fiorellino sia ancora così fresco per assecondarti… sempre che sia ancora vivo! Sai come è fatto… è un amante che sa il fatto suo!> rispose quello di prima, mentre prendeva un altro sorso di quel loro liquore fetido e disgustoso. Malin, dal canto suo, aveva udito alcune parole che lo avevano interessato, filtrandole dal discorso contorto e meschino di quei cinque beoni raccolti attorno al fuoco. Aveva sentito parlare di un “tesoro” che luccicava anche al buio, di una barca approdata non tanto distante da dove si trovava, di un “fiore” che probabilmente non sarebbe sopravvissuto alla notte. Anche se Malin per natura non era mai stato un’anima maliziosa e non capiva immediatamente a che cosa quei termini alludevano, immaginò che il tesoro non fosse fatto di gemme o pietre preziose, e che il “fiore” di cui parlavano non doveva essere un fiore, anzi, non doveva essere una vera e propria pianta. Immaginava… ma non aveva l’intelligenza ed il coraggio adeguati per capire di che cosa si fosse trattato.
<E chi terrà la bestia che ha portato la ragazza con sé? La darà a te, tuo cugino Stuoia?> domandò uno di quelli, indicando il secondo che aveva parlato con una mano guantata di nero ed un gesto tutt’altro che delicato. Quello allora rise fragoroso e sputò in terra <Macchè… credo che lo terrà per sé. Ora che ha quella mocciosa vestita con l’oro, crede di essere un fottuto re nella sua fottuta reggia.>
Malin finalmente capì. Parlavano di Elettra e del palafreno che l’aveva portata con se nella sua folle corsa verso la libertà. Non attese un momento di più e si mosse oltre l’accampamento dei cinque sventurati alla ricerca di quella “barcaccia” ove quel suddetto Stuoia aveva portato cavallo e passeggero, per tenerli per se. E all’improvviso nel cuore di Malin sorse un calore che lui non conosceva: non pensò ad altro se non a trovare la ragazza, e nulla di diverso da quello pervase i suoi pensieri e nutrì i suoi muscoli stremati dalla ricerca nel pomeriggio. Nuova forza prese possesso delle membra del ragazzo, e lui lieto lasciò che quell’impeto tutto nuovo gli divorasse l’anima.
Immediatamente, oltre la duna che divideva la piaggia dall’accampamento dei cinque predoni, una piccola barchetta mercantile se ne stava tirata a secco sulla spiaggia, puntellata ai lati da bastoni trovati per fortuna, mentre il cavallo che Malin stesso aveva sottratto dalle scuderie dell’accampamento dell’Ordine Scarlatto se ne stava legato alla prua con le briglie, con le zampe muscolose a bagno per metà nella risacca del mare. Con gioia il ragazzo riconobbe la bestia e fu certo che dentro la pancia di quella barca di legno e ruggine stava imprigionata la ragazza che cercava.
Si erse sulle proprie gambe, l’apprendista Cavaliere, e scese celermente il declivio della duna, in direzione del mercantile. A quello non ebbe difficoltà ad accedere, scalando i puntelli nodosi che lo sostenevano in posizione orizzontale sulla sabbia asciutta. Una volta a bordo, Malin si appiattì sul ponte secco e scricchiolante, cosparso di polvere e sabbia, alla ricerca del boccaporto che gli avrebbe offerto la possibilità d accedere alle stive. Quando lo scorse, come un serpente d’acqua vi scivolò silenziosamente, senza farsi notare, fino a raggiungere la cuccetta ove alcune voci attirarono la sua attenzione. In quel luogo, una lanterna ad olio bruciava appesa al soffitto, disperdendo nell’aria l’acre odore dell’olio di pesce bruciato.
Elettra se ne stava rannicchiata nell’angolo più remoto di una cuccetta incassata nel fianco panciuto dell’imbarcazione. Poggiava la sua testa riccioluta su dorso delle mani e lasciava che i capelli le coprissero il viso. Indosso non portava più il suo abitino tutto dorato e lucente: si copriva a stento con un pezzo di stoffa logora e scura, che doveva averle dato quel tale Stuoia. Lui, l’aguzzino, sedeva ad una tavolaccia poco distante da dove si trovava Elettra e dava la schiena all’entrata della stanza: mangiava tranquillamente alla luce di un’altra lanterna ad olio, il suo pasto a base di pese arrosto, alici sott’olio e stoccafisso salato. Il silenzio, un silenzio irreale, pervadeva l’ambiente, ed Elettra non muoveva un muscolo. Pareva morta. Tutt’attorno, nella stanza, non vi era traccia del suo abitino tessuto con l’oro, per quanto Malin si sforzasse di cercarlo con lo sguardo.
Il da farsi era complicato: Malin non poteva aspettare che Stuoia finisse di cenare ed andasse a coricarsi prima di prendere Elettra e riportarla indietro, all’accampamento dell’Ordine. Non poteva, e non avrebbe potuto comunque permettere a quell’energumeno di avvicinarsi alla ragazzina, visibilmente scossa e denudata, probabilmente ancora illesa, ma non sicuramente. Malin non sapeva come comportarsi, ma quel calore che gli era salito al petto gli aveva permesso di ragionare in maniera stranamente cristallina e metodica: il coraggio, neanche a dirlo, gli dava pesantemente alla testa. Così il ragazzo prese a studiare la situazione, analizzando ogni variante ed ogni possibilità per valutare quella più conveniente, da attuare in seguito. Guardava con insistenza, in silenzio ed immobile, l’enorme figura di quello Stuoia, le sue spalle larghe e ricurve, la schiena ampia, i capelli lunghi scarmigliati e sporchi, gli abiti semplici, da pescatore, indosso come una seconda pelle fetida. Attorno a lui non stavano tuttavia armi, coltelli, spade che quella belva potesse brandire per recare offesa a Malin: questo contribuì a convincere il ragazzo a sbrigarsi in fretta da quella situazione per solvere il problema una volta per tutte. Così, mentre il bestione ancora trangugiava il suo pasto spartano, l’apprendista Cavaliere si erse sulle proprie gambe, calpestò rumorosamente e di proposito il pavimento sporco della stanzetta di cambusa, dirigendosi con passo fermo e cadenzato in direzione di Elettra inerme. Quando Stuoia si accorse dell’intrusione non si girò subito, continuando a dare di spalle a Malin: lo fece solo in seguito, dopo aver annaspato nell’aria ed aveva constatato che l’odore del ragazzo non era l’odore dei fuorilegge.
<Cosa ci fai qui, sulla mia barca, brutto pivello?> grattò con la gola il grosso ed imponente Stuoia, mentre squadrava con un occhio caprino la figura esile e stagliata del ragazzo, in procinto di raggiungere la cuccetta dove Elettra se ne stava rannicchiata. Malin dapprima non raccolse la provocazione e raggiunse la ragazzina, toccandole con la mano destra il capo chino, nascosto tra le spalle. Quando quella s’accorse del suo tocco, si mosse appena tentando di nascondersi ancora di più, ma nel momento in cui Malin le disse chi era e che era venuto a salvarla, lei si rilassò, prese coraggio e mostrò il visino nascosto e lavato dalle lacrime. <Sono venuto a portare via la ragazza ed il cavallo che hai trovato sulla spiaggia. Non ti appartengono.> si giustificò Malin, mentre accarezzava il capo di Elettra che, lentamente, ritrovava le forze di mettersi a sedere sulla cuccetta avvolta come un fagotto nella lurida coperta che nascondeva il suo delicato corpo di adolescente. La giovane, allora, lanciò un’occhiata a Malin carica di rammarico e di disperazione, quasi avesse voluto comunicargli, solo attraverso quei suoi grandi occhi scuri, quanto fosse dispiaciuta per quello che era successo riconoscendo il suo grado di colpa. Ma Malin non volle dare troppo peso a quella coscienza, avvicinandosi alla giovinetta per abbracciarla e caricarsela tra le braccia per portarla via di là.
<Non ti permetto di portare via la mia roba.> grattò ancora il grande Stuoia, mentre si alzava dalla sua seggiola cigolante con tutta la mole del suo peso <Non prima di averci fatto quello che voglio io. Trovati una ragazzina tua e facci quello che vuoi. Ma questa la lasci a me. Hai capito?>. Le parole di Stuoia erano semplici, da analfabeta semplicione. La sua ira, proprio come i suoi discorsi, era cieca e semplice, semplicemente animalesca. Si vedeva che ad Elettra non aveva fatto altro che toglierle i vestiti, perché se solo l’avesse tormentata non avrebbe insistito tanto per tenerla con sé. Malin questo non l’aveva colto: l’unica cosa che gli interessava era di portare via la giovane da quella topaia. Era la sua unica missione.
<Lasciala dove è!> aveva ruggito ancora Stuoia, ma Malin non gli aveva dato retta e l’aveva presa tra le sue braccia, allontanandola dalla cuccetta. L’energumeno, nemmeno a pensarlo, era scoppiato in una ira furibonda non appena la ragazzina aveva lasciato con le gambe inferme il suo giaciglio; aveva preso dalla tavolaccia alla quale cenava un coltellaccio con il quale era solito squartare il pesce e lo aveva puntato al viso di Malin, il quale di riflesso si era allontanato repentinamente. La situazione si complicava: Malin non aveva visto il coltellaccio sul tavolo del pescatore, non lo aveva calcolato. Era costretto a passare al contrattacco, se voleva trarre in salvo la ragazzina e la sua stessa vita.
Adagiò Elettra accanto alla scaletta del boccaporto dal qualche era scivolato della stiva della piccola imbarcazione. Poi mise mano all’elsa tagliente ed appuntita della spada che portava sulla schiena, la spada della maestra Darkstone. Senza pensarci, senza rendersi conto che privo di un guanto da falconiere non saprebbe riuscito a rimanere illeso brandendo una simile arma, estrasse a mani nude il grande spadone della guerriera e lo contrappose al coltellaccio che Stuoia brandiva per offenderlo. I grandi occhi azzurri e verdi di Malin scintillarono, quando l’arma di metallo scuro venne snudata e portata dinnanzi al suo viso, in atteggiamento offensivo. Mail il ragazzo ebbe tanto coraggio e tanta iniziativa da comportarsi in modo tale in un momento di critico bisogno.
Stuoia era irritato e scontento di esser stato derubato della sua nuova preda affondò il coltellaccio in un affondo che avrebbe potuto trapassare il petto di Malin da parte a parte, in un momento solo. Tuttavia il giovanotto scansò il colpo, scartando di lato, con maestria ed eleganza innate, di certo non apprese nei tempi più recenti. Aveva in mente gli insegnamenti della maestra, i suoi ammonimenti per coloro che avevano fretta di gettarsi nel duello: tempo addietro lui era al posto di Stuoia, e la maestra al posto suo; ora era lui che aveva la possibilità di sopravvivere al duello, non Stuoia, di certo.
Il grosso pescatore ritrasse il pugno assieme al coltellaccio e sputò in terra, irato. Malin, dal canto suo, non dava peso al dolore lancinante che la mano gli procurava, incisa nel profondo dal lato tagliente dell’elsa della grande spada di Darkstone. Sulla lama, quella spada portava un simbolo vergato con lo smalto rosso ed inciso nel metallo a fuoco, con maestria: era il disegno di un’ala di drago, spiegata, terribile. In effetti, chiunque brandisse quell’arma di sentiva un vero e proprio drago: nulla poteva intimorire chi teneva quella lama terribile dalla parte del manico. Stuoia non aveva timore, tuttavia, della lama di Malin, così si slanciò in un altro fendente che sfiorò il collo del ragazzo senza però ferirlo. Malin, dal canto suo, mentre schivava quell’offesa, faceva roteare la sua lama al suo fianco, aprendo così una lunga ferita su quello dell’avversario, che tentennò e cadde in ginocchio in terra, col fiato corto ed in sangue che colava copioso dal nuovo taglio sul fianco. <Mi lasci andare, ora?> domandò il giovanotto, il quale avrebbe terminato in quel modo il duello senza aggiungere altro spargimento di sangue. Tuttavia l’energumeno non volle cedere e, rialzandosi in piedi, provò nuovamente a ferire Malin. L’apprendista nuovamente riuscì a schivare l’attacco del nemico, e quella volta, colta la debolezza dell’avversario, non ebbe problemi a trapassarlo da parte a parte con la lunga lama della spada della maestra. Stuoia così esalò il suo ultimo respiro, strozzato in un conato di sangue che gli zampillò copioso dalla bocca sdentata e spalancata e dalla ferita al petto, facendolo crollare morto e stecchito sul pavimento della cambusa. Malin aveva vinto. Aveva vinto la sua libertà e quella della giovane Elettra.
Fu così che voltandosi in sua direzione, ed esibendo un grande sorriso di sollievo, annunciò alla piccola <Torniamo all’accampamento, ora.> e compì qualche passo in sua direzione, ignorando il fatto che sul pavimento, in quel momento, si era andato espandendo un’ampia pozza di sangue. Malin non se ne accorse, non ci badò, ed i suoi passi furono troppo baldanzosi e infermi per portarlo sano e salvo da Elettra. Malin infatti ebbe un cedimento, mise un piede in fallo, e scivolò sul sangue fluido e appiccicoso della sua prima ed ultima vittima. Il giovanotto nemmeno se ne accorse: si sentì mancare, le suole degli stivali si sollevarono in aria, non fu abbastanza lesto e svelto per poggiare le mani in terra e frenare la sua caduta. La sua schiena, ritta e tesa per lo sforzo, incontrò la lama del coltellaccio che Stuoia aveva brandito per offenderlo pochi minuti prima e che era rimasta in bilico, stretta nel pugno dell’avversario, anche nel gelo della sua prematura morte. Malin non se ne rese proprio conto: quando capì quello che gli era successo notò con disappunto che la lama del coltellaccio lo aveva attraversato da parte a parte poco più in alto della cintola, ad un fianco. Il suo sangue prese a scorrere fluido, giovane, ed andò a mescolarsi con quello dello sconfitto. Il suo pugno si rilassò e lasciò andare l’elsa della spada della maestra, senza dire una parola. <Malin!> aveva gridato Elettra, protendendosi verso di lui. E quando lui la guardò, sollevandosi appena dalla sua ingloriosa caduta, assoggettò un sorriso sbilenco sibilando <Va tutto bene… adesso torniamo a… torniamo a…> ma non aveva le forze per completare la sua promessa. Si sentì mancare.
Alaister si riprese dalle ferite dovute alla battaglia in appena due giorni di riposo. Malin non l’aveva mai abbandonata, nel mentre della sua guarigione, assistendola notte e giorno, anche se lei non se ne era accorta mai: il senso del dovere del giovanotto s’andava accrescendo e, nonostante l’antipatia che a tratti provava per la giovane maestra, non si lasciava da essa dominare; pensava che, dopotutto, un Cavaliere dell’Ordine Scarlatto non si sarebbe mai comportato così freddamente con un superiore, come la sua coscienza gli suggeriva di fare. Così l’apprendista prese a migliorare le sue tecniche di duello da solo, tra un pasto e l’altro, senza perdere di vista la cura della mentore e di se stesso. Infatti le ferite che gli si erano aperte sulla schiena grazie alle sferzate di Alaister ancora non si erano suturate, e si riaprivano ad ogni movimento brusco che Malin non poteva evitare di fare, ma andava bene così: per lui costituivano un monito che difficilmente avrebbe saputo ignorare. Glorificava la maestra, ora, tramite il suo incondizionato aiuto durante le difficili ore del recupero delle forze dopo la battaglia.
<Non temere, ragazzo: Alaister è un drago… si riprenderà presto.> gli era stato detto dagli altri Cavalieri del reggimento <Anzi, fossimo in te ci godremmo il riposo dei giorni passati lontano dalla sua sete di sangue: quando Darkstone si sarà completamente ristabilita, l’Inferno per te riprenderà a bruciare!>. Era vero, e Malin lo sapeva; non servivano vuote ciance da parte dei Cavalieri più anziani per rammentargli la feroce crudeltà della mentore, in ambito di insegnamenti. Tuttavia la disciplina del giovanotto era encomiabile e dai più della sua stessa età veniva additato come uno stolto senza speranze: Malin accettava con modestia, anche se non di buon grado, le sferzate della maestra, al solo fine di rafforzarsi per raggiungere il suo obbiettivo. <Quando sarò Cavaliere, non avrò più bisogno di Alaister che mi frusti o mi sgridi…> sussurrava spesso tra se e se, nel silenzio della tenda sua e della maestra <… tra qualche tempo sarò un uomo anch’io. Un uomo vero.>. Così il tempo passava e Alaister guariva dalla fatica dello scontro, momento buio della storia dell’Ordine, del quale Malin non riusciva ad aver resoconti da nessuno di coloro che vi avevano partecipato, e se ne domandava spesso il motivo. <E’ stata una carneficina, ragazzo!> gli era stato detto dai più anziani <Alaister ha combattuto come una fiera, ed è stata mortalmente ferita! Temiamo che succeda ancora!>. Ma Malin continuava a non capire il loro riserbo: quando lui rivolgeva qualche domanda inerente alla battaglia, a chiunque si appellasse, riceveva sempre le medesime risposte <E’ stata dura…> oppure <Erano in troppi…> od ancora <Alaister è stata forte…> come se in quella battaglia la sola a combattere fosse stata la guerriera, e nessun’altro. Così Malin volava con la fantasia e immaginava un evento epico, svoltosi su pianure sconfinate e macchiate di sangue grondante da ogni cadavere e ferita vivente, e la sua maestra ritta e fiera sul suo palafreno che brandiva la sua spada e gridava improperi intelligibili ai nemici, i quali in frotte le si infrangevano contro allo stesso modo di un flutto in tempesta contro lo scoglio di una baia troppo ampia. Ma Malin non era così ingenuo, e non era nemmeno un bambino: sapeva che le cose non potevano essere andate in quel modo. Per quanto Alaister fosse coraggiosa e belligerante, mai sarebbe riuscita a tenere testa da sola ad un esercito in avanzata: qualche cosa non gli veniva detto, e tutti quanti si guardavano bene nel controllarsi affinché non lasciassero trapelare alcuna informazione pericolosa. Al giovane quel comportamento non piaceva assolutamente, e se ne dispiaceva. Tuttavia era ancora un novellino, e si aspettava dai più anziani un simile trattamento. Pensava che, d’altro canto, la stima ed il rispetto sarebbero venuti col tempo, magari, sul campo di battaglia.
<Sono soli pochi graffi, posso camminare! Accidenti a te!> gli disse Alaister una mattina, volendo con insistenza alzarsi dal letto tremante sulle sue gambe per tornare in servizio <Stupido moccioso petulante, lasciami passare! E’ un’ordine!>. Malin aveva ricevuto però disposizioni diverse dai Cavalieri più anziani, che prospettavano riposo e tranquillità per Alaister almeno per un paio di settimane. Nonostante Malin ignorasse l’entità delle ferite e degli acciacchi della maestra, non aveva osato discutere la scelta degli anziani, anche se sapeva che quando Darkstone si fosse ristabilita, per lui sarebbero stati tempi duri: riuscire a tenere testa alla cocciuta giovane donna era un’impresa, a Malin credeva di non potercela fare, di non riuscire a portare a termine la sua missione. <Non vessare il tuo protetto a questo modo, Alaister!> la voce poco nota di un giovane uomo scrosciò come fredda pioggia primaverile all’interno della tenda, mentre Malin fronteggiava la maestra per impedirle di scendere dalla sua branda da campo. <Accidenti anche a te, Balian, vecchio stupido Orecchie-a-punta bugiardo!> Alaister sputò in terra con disprezzo mentre lottava furiosamente con le unghie e con i denti, senza tralasciare di strattonare il giovane apprendista per la veste e per i capelli al solo scopo di cacciarlo lontano, il più lontano possibile, per poter così scendere dal letto e vestirsi per tornare al suo mestiere. Ma Balian, l’Elfo che aiutò Alaister non appena quella tornò dalla misteriosa battaglia, si fece presto strada col suo nodoso bastone nell’ampio spazio dell’alloggio per raggiungere il giovane in difficoltà e sferzarlo con un’occhiata bonaria, quasi misericordiosa <Suvvia, bambina mia: Malin non merita la tua ira. Vuole solo il tuo bene!> dichiarò leggiadramente, con quel modo di fare proprio degli Elfi antichi, così sottile e velato da sembrare l’intrico di un sogno irreale. Balian era sì un Elfo, ma non un Elfo qualsiasi (ammesso che gli Elfi potessero essere “creature qualsiasi”, come lo erano gli Uomini): era un Mezzosangue, ma Elfo per intera sua parte. Anche Malin all’inizio fece fatica a capirlo, ma col tempo poi si abituò all’idea di un bastardo nominalmente tale, ma praticamente puro. <Signore, la maestra Darkstone non vuole…> spiegò sommessamente Malin, di rimando allo sguardo del giovane Elfo, mentre la giovane donna lo graffiava sul petto e gli batteva i pugni sulle spalle, <Tranquillo, ragazzo mio: lascia che sia io ad occuparmi di lei, ora.> gli rispose allora Balian.
Fu così che l’apparente giovane uomo si frappose tra Malin e la stizzita guerriera, apostrofando un grande e rilassato sorriso alla volta di quest’ultima, tutta scarmigliata e confusa, accesa in viso dalla rabbia e dal furore profusi nel far valere i propri desideri. <Non ti ci mettere anche tu, con i tuoi rimedi da stupido stregone, Balian! Ne ho abbastanza di voi due, di tutti quanti! Se metto le mani su quel caprone che mi vuole ferma a letto come un invalida, giuro che… > ma Alaister non terminò mai la sua ingiuriosa e febbrile frase. Balian aveva lasciato cadere il suo nodoso bastone, dal quale non osava separarsi mai, ed aveva avvicinato il suo viso freddo, immobile, a quello della giovane donna. Ora la guardava intensamente, dal profondo di quei suoi occhi senza pupilla, ma di un azzurro intenso, color del ghiaccio più puro, o del cielo più limpido. Poi un sussurro, parole strane ed incomprensibili, e le mani di lui serrate ermeticamente attorno alle spalle di lei, rimasta basita, imbambolata come un sacco di cenci privo di spirito e fuoco.
Alaister cadde come morta sul suo pagliericcio e Balian la aiutò a coricarsi sotto le coperte di stoffa ruvida e sbiadita. <Quanta pazienza hai, mio giovane Albero…> bofonchiò l’Elfo, come faceva spesso, mentre lasciava la ragazza e recuperava a fatica il proprio bastone, riverso sul terreno. Balian era una creatura davvero strana, e tutte le volte che lo incontrava, Malin se ne convinceva sempre più: una creatura sui generis, stranamente attaccata ad Alaister, che per natura avrebbe dovuto odiare e temere. Infatti Balian era un incrocio, sicuramente ben riuscito, tra un Elfo Alto ed un Elfo delle Nubi: aveva una pelle bianchissima e pura, quasi luminosa, ed occhi grandi, privi di pupilla, di un colore che feriva, tanto era intenso. Aveva l’aspetto di un Elfo dei Ghiacci (o delle Nubi, che dir si voglia), ma anche quello di un Elfo Alto: l’altezza era quella, non smodata, ma nemmeno irrisoria, ed i capelli suoi erano bianchi, tendenti al biondo dorato. Portava sulla fronte e tra i capelli tagliati poco più in alto delle spalle gioielli scuri, incastonati nell’argento di pietre innaturali, che su Imarna non si potevano trovare. Poi si accompagnava sempre a quel bastone stranissimo, nodoso come il ramo di una antica quercia, e nonostante Balian dimostrasse una ventina di anni umani, ne possedeva centinaia di più. Diceva spesso <Da dove vengo io, i ghiacci si sono creati ed estinti innumerevoli volte, ed io gli ho visti sciogliersi e ricrearsi almeno una dozzina, così pacificamente, che vivere qui tra voi Uomini mi stordisce e mi confonde. Avete una tale fretta, voi! Casa mia invece era Pace. Qui non ce ne è mai stata, da quando ho memoria. Ed io, di memoria, ne ho davvero tanta…>. Balian era comparso subito dopo il ritorno dalla battaglia di Alaister e Malin lo aveva conosciuto in quel frangente: lui credeva che si trattasse di un guaritore comune a tutti i Cavalieri dell’Ordine, ma gli venne presto fatto intendere che quell’Elfo seguisse solo Alaister, e non se ne separasse mai.
<E’ una ragazza così selvatica!> sorrise allora Balian, che ricompostosi, si avviava verso l’uscita della tenda <Falle buona guardia, mi raccomando, e non lasciare che si allontani dal suo letto: nonostante si senta di nuovo in forze, non è ancora pronta a riprendere la vita del Cavaliere!>. Balian era una persona ilare e solare, delicata, col sorriso sempre stampato in viso. Camminava a fatica, trascinandosi sul suo bastone di legno contorto, e possedeva un sorriso adatto per ogni occasione. Malin non lo aveva ancora visto col viso truce, nemmeno quando pronunciava quelle strane parole simili allo stormire del vento che facevano calmare lo spirito di Darkstone: Balian sembrava una Ninfa dei Boschi, piuttosto che un Elfo, ed era per quel motivo che a Malin andava così tanto a genio; si stupiva che attorno ad Alaister potessero trovarsi persone così care, così diverse da lei, che l’amassero nonostante il suo cattivo carattere.
Balian non aveva mai parlato troppo di sé al giovane Malinorne. Tuttavia sapeva tutto o quasi dell’apprendista di Alaister: lo chiamava spesso “Albero” o “Giovane Albero” storpiando il suo nome traducendolo dall’elfico, la lingua in cui era stato coniato. Malin, dal canto suo, si rincuorava nel sapere che Balian sarebbe stato sempre nei paraggi, pronto per aiutare Alaister a sopportare la tortura della convalescenza: da solo, infatti, sapeva che non ci sarebbe mai riuscito con successo.
L’aspetto della maestra, però, era cambiato dopo la battaglia dalla quale tornò reduce e ferita: Malin non la ricordava con simili sembianze, prima che partisse per la guerra lasciandolo solo all’accampamento. Questo non faceva altro che confermare i suoi dubbi e timori: c’era davvero qualche cosa che non gli veniva detto, e più che mai il giovane Malinorne era determinato a scoprirlo. Una sera, infatti, Malin si avvicinò alla maestra dormiente e, sperando di non esser percepito dalla ragazza, gli scostò una ciocca pesante di capelli ramati e scarmigliati, per poterle vedere più agevolmente il viso: su di esso, ancora campeggiavano alla base del mento e tra i capelli della fronte dei segni vergati in nero carbone, inquietanti e tribali, di quelli che Malin stesso aveva visto in viso alla maestra la mattina che fece ritorno dalla sua improvvisa battaglia. Di che cosa si trattasse, però, Malin lo ignorava.
Quel vedere turbava l’animo semplice del ragazzo, non abituato a vedere simili stranezze. Tuttavia non demorse dalla sua ispezione, e volle proseguire, tastando delicatamente, quanto una carezza, il capo scarmigliato della maestra. Ecco, ad un tratto la sua mano indagatrice ebbe un fremito, un fremito dovuto ad una sorpresa davvero sconvolgente: dietro le orecchie della mentore, poco più in alto di queste, due corna ricurve, da ariete, le spuntavano da sotto la cute e le si avvolgevano ai lati del capo, nascondendosi tra i capelli rossi come il fuoco. Malin non credeva nemmeno ai suoi occhi bicromi, dopo aver visto di persona ciò che aveva solamente avvertito col tatto leggero; ora erano infinite le domande che gli frullavano in testa, milioni i quesiti che non riusciva a risolvere, centinaia i sospetti che iniziavano a sorgergli nel cuore. Possibile che la maestra fosse stata una belva feroce, e non una donna qualunque? Malin non poteva fare a meno di chiederselo: dopotutto, si sarebbero spiegate molte stranezze legate alla giovane donna se solo quella teoria fosse stata avvalorata; ecco spiegata infatti la sua forza leonina, il suo temperamento ardente, la sua indole feroce. Tuttavia, Malin non riusciva a crederci.
<Non può essere… io non ci voglio credere.> si era detto tra se e se, mentre ritraeva la mano lentamente, in modo tale che Alaister non avvertisse i suoi tremori e si svegliasse di soprassalto, pronta per aggredirlo nuovamente <Dopotutto, lei è una donna forte ed orgogliosa. Non potrebbe mai essere come penso…!>
Malin tentava di convincersi, di persuadersi di qualche cosa in cui dubitava fortemente. Poi ad un tratto ecco che sopraggiunse l’illuminazione: sicuramente Balian avrebbe potuto spiegare ogni suo dubbio, e sciogliere così il mistero delle ferine sembianze di Alaister Darkstone.
Fu così che Malin prese coraggio, un coraggio vero, e corse celermente fuori della tenda dove dimorava con la padrona, alla ricerca del mezzosangue Balian. Il giovane ignorava dove poteva trovarsi, tuttavia non osò demordere dal suo intento: sotto il sole battente di una chiara e luminosa mattina di estate, vestito di tutto punto con la casacca dell’Ordine Scarlatto, Malin sfrecciava per le viottole dell’accampamento, innalzando nell’aria tersa e lieve nuvoli di polvere e sabbia finissima.
Malin era nato nei boschi ed era una sua prerogativa quella di saper scovare celermente e con indubbio successo tutto ciò che andava cercando, che si fosse trattato di oggetti, animali o persone. Tuttavia, la ricerca febbrile dell’Elfo condotta per tutta la lunghezza dell’accampamento risultò particolarmente infruttuosa. Il giovanotto se ne stupì, forse con eccessiva ingenuità: non era abituato a pensare che Balian poteva essere uno stregone potente, più potente di un semplice guaritore, e che cercare di seguire la pista di un Elfo sarebbe stato più arduo che cacciare un cervo nel sottobosco, od un coetaneo nella piazza del mercato.
Ben presto, l’apprendista finì col perdersi per i viottoli tortuosi ed assolati dell’accampamento dell’Ordine Scarlatto, laggiù ove lui stesso non aveva mai messo piede. Muoveva i suoi passi, ora come ora, tra tendaggi sconosciuti e tinti di rosso porpora, alcuni addirittura bordati di stoffa cangiante, quasi fossa stata filata con l’oro: subito immaginò di essersi intrufolato nel quartiere dei capi e degli alti gradi dell’Ordine, così si risolse di tornare sui suoi passi e far ritorno alla tenda della maestra. Tuttavia, qualche cosa di inaspettato attirò la sua scarsa, ma solerte attenzione.
Ove quei tendaggi si allargavano, creando una sorta di raccolto, intimo ma solenne golfo, si apriva una piazzetta assolata e polverosa, al centro della quale si ergeva un tendaggio aperto ai lati, come quello che aveva visto ad Eireki, al bastione dell’Ordine Scarlatto, sotto il quale si riparava dalla pioggia imperversane uno dei più influenti ed importanti capi dell’Ordine, il Cavaliere Ossian Lanchaster. Sotto il tendaggio che Malin vedeva ergersi dinnanzi a se, tuttavia, se ne stava, acciambellata su di una lettiga deposta su di una catasta di vecchie casse svuotate ed apprestate per quell’improvvisato supporto, una figura delicatamente vestita d’oro, tutt’intenta a portarsi alla bocca un grappolo di uva scura preso poco prima da un piattino cangiante parimenti ai suoi abiti. Malin non credeva ai suoi occhi, e pensò per un breve lasso di tempo si aver preso troppo sole sulla testa, in modo tale da aver delle allucinazioni, poiché non credeva che sotto quel tendaggio si potesse trovare proprio una ragazza vestita con l’oro, tutta sola, sotto il sole di una giornata d’estate. <Sei un servitore? Allora avvicinati… qua sotto fa davvero troppo caldo.> si lamentò allora la figurina, non appena s’accorse della presenza del giovanotto, ma lui non mosse un dito. Per Malin, infatti, quella ragazza scintillante non era altro che un’allucinazione, e niente di diverso da ciò…
<Allora! Che cosa fai lì impalato? Vuoi lasciarmi evaporare al sole? Ma che maniere vantate voi Cavalieri dell’Ordine Scarlatto? Lasciare tutta sola una povera ragazza… che bruti!> continuò a lamentarsi la giovane donna, mettendosi a sedere con superbia sulla sua lettiga, gambe a penzoloni, quasi non osasse posare i suoi piccoli piedini scalzi in terra. Malin, dal canto suo, non credeva ai suoi occhi: quella che aveva pensato fosse un’allucinazione, invece era fatta di carne ed ossa. Tuttavia, dinnanzi a quella scoperta, la sua attenzione quasi non acquistò vigore, e si rivolse alla ragazzina, che ad occhio e croce doveva avere una quindicina d’anni, con l’arroganza di un contadino dinnanzi ad un’estranea invadente: <Non sono tuo servo. Se hai tanto caldo, alzati da lì e vai a trovarti un posto all’ombra… come se quello che occupi già non lo fosse!>, e la ragazzina lo squadrò con disprezzo, dopo aver sentito quello che aveva osato dirle. <Non osare rivolgerti a me in questa maniera, stupido spaventapasseri! E non sai che alle signore non vanno imposti sforzi che non possono sopportare? Ho bisogno di aiuto per lasciare questo inferno di polvere… purtroppo.> fu l’ennesima lamentela della giovinetta, che intersecò le braccia all’altezza del petto facendo tintinnare il suo sottile corpetto d’oro e pietre preziose.
Quello che Malin non sapeva sulla sua nuovissima conoscenza, era che si trattava non di una piccola principessina, capitata all’accampamento per sbaglio o per fortuna, ma di una ragazzina di ben altra origine, forse più pericolosa di una principessa viziata, o di una giovane cortigiana. Ella infatti era la figliola di uno del Cavalieri dell’Ordine, ed il suo viso liscio e leggermente ovale, opalescente e delicato, avrebbe dovuto destare se non l’interesse del giovanotto, almeno la sua memoria: cosa che purtroppo non accadde subito. Infatti la ragazzina non svelò subito la sua identità, anche se chiunque in quell’accampamento conosceva il suo nome. Malin imparò in seguito, sicuramente troppo tardi, che costei era la figlia dello stesso, e tanto riverito dal giovane contadino, Ossian Lanchaster.
<Allora? Mi vieni a dare una mano? Aiutami a lasciare questa piazzola polverosa… portami alla riva del mare!> aveva suggerito la giovinetta, con un sorriso talmente ammaliante da farle tradire la sua intrinseca capacità di assoggettare la volontà altrui alla sua. Ma Malin non era dell’idea di dare troppo peso alle lamentele della piccina, così recuperò un secchio d’acqua usato per abbeverare i cavalli delle scuderie e glielo portò là, sotto il tendone, esordendo con un fragoroso ed orgoglioso <Bevi da qui se hai sete. Io ho di meglio da fare che badare ad una piccola arpia accaldata.> prima di abbandonarla al suo destino. E fu così che, mentre Malin le voltava le spalle per tornare da dove era venuto, un grido disperatissimo si levò dalla lettiga della giovane signorina, seguito a ruota da un pianto infantile, quasi un capriccio, che attirò l’attenzione dell’apprendista e che avrebbe potuto attirarne di ben più influenti ed importanti, oltre la sua, nel raggio di cento metri da dove si trovavano loro due. <Cattivo! Perché mi vuoi abbandonare qui da sola? Portami via! Portami con te!> piangeva la ragazzina, così forte e con tale alito che Malin non poté più abbandonarla dove l’aveva trovata, congedandola con un semplice secchio d’acqua messo a sua pronta disposizione, e dovette tornare da lei, almeno con l’intento di calmare quel suo pianto disperatissimo. <Ragazzina, ti prego… non urlare! Non c’è bisogno di disperarsi: chiamerò qualcuno che venga ad aiutarti. Io davvero non posso restare…> tentò di spiegarle, con una gentilezza nuova, della quale non aveva mai dato prova, e con la preoccupazione di aver scatenato le ire di qualche potente, irritando a quel modo la sua figliola, o la nipote, la quale per lui era e rimaneva una maledetta, fastidiosissima sconosciuta. Ma la ragazzina non accennava ad interrompere il suo pianto, che anzi levava al cielo sempre più potente e straziante, tanto da costringere Malin ad avvicinarsi ancora di più, tanto disperato a sua volta che avrebbe voluto tapparle la bocca con la mano, se solo ne fosse stato capace. <Portami via! Voglio andare via!> continuava a gridare la ragazzina, scalciando e singhiozzando, fino a quando Malin si risolse a farsi sempre più prossimo a lei, sotto quel baldacchino purpureo, per abbracciarla con impaccio, nella speranza che smettesse di fare quel baccano.
In un attimo la ragazzina smise di gridare, avvolta nell’abbraccio scomodo e costretto di Malin, che in quel momento si reputò una balia asciutta e non più un apprendista Cavaliere. Lui stesso si domandava perché si era costretto ad un’azione tanto subdola, poi si rispose che era stato solo per far smettere la ragazzina di piangere ed urlare: quelle grida lo avevano spaventato e la sua calma contadina si era persa tra le tortuose stradicciole del capriccio della giovinetta, tanto da portarlo alla perdizione e allo smarrimento.
Malin rimase in quella posizione, così ambigua e scomoda, per un qualche istante, incredulo, incapace di muoversi ancora. La ragazzina, dal canto suo, aveva mosso le sue di braccia ed aveva completato l’abbraccio a sua volta, avvicinando il suo viso a quello dell’apprendista Cavaliere, tanto da poter sentire il suo respiro infrangersi sulla guancia di lui, una sensazione che Malin non sapeva spiegare, e che temeva, tanto quanto l’ignorava. Poi, tutto d’un tratto, la vocina stridula della ragazza si mise a sghignazzare, con un’indomabile ironia <Ti ho sorpreso in atteggiamenti ambigui che non ti sono permessi… potrei andarlo a raccontare a qualcuno, così ti buscheresti una gran bella lavata di capo!> e dicendo ciò stringeva sempre più il petto di Malin a sé, sorniona e inorgoglita del buon esito della sua deviata pensata. Malin, dal canto suo, era frastornato ed impaurito: al sol pensiero di una lavata di capo da parte dei superiori, magari da parte di Alaister, si sentì mancare; non sarebbe sopravvissuto ad altre frustrate da quella donna, in pubblico, proprio come era successo la prima volta. Non poteva permetterlo, non più. <No… mi hai ingannato! Io non capivo…> tentò di giustificarsi il ragazzo, mentre si destreggiava per sciogliere quell’abbraccio che non era più capace di abbandonare, dato la stretta spasmodica della ragazzina che lo costringeva in quel tanto odiato e sbagliato gesto. <Non hai scusanti, ragazzo mio… ora, se vuoi che io stia zitta e non dica nulla a nessuno, dovrai fare quello che voglio io. Siamo intesi? Vedrai, ti divertirai… almeno quanto mi divertirò io!> sentenziò la ragazzina, e mentre diceva ciò lasciò andare Malin dalla sua stretta, quasi gli stesse impedendo di respirare. In questo modo il giovanotto si allontanò di colpo da lei, in maniera repentina e disgustata, e così facendo portò con se, impigliato nell’orlo della scollatura della tunica dell’Ordine, uno dei ciondoli dorati che impreziosivano il corpetto della veste della ragazzina. Malin di ciò proprio non s’accorse, e nemmeno la giovinetta: dopotutto, quello che sarebbe seguito a questo sfortunato incontro avrebbe fatto rimpiangere all’incauto apprendista la sua tanto leggera scorribanda in quel quartiere dell’accampamento che gli era rimasto ancora estraneo.
La ragazzina, dopo quell’incontro, rivelò alla sua “preda” il suo nome di battesimo: Elettra. Malin così aveva avuto la possibilità di conoscere per nome la sua aguzzina, anche se continuava ad ignorare la sua provenienza ed il motivo della sua stessa presenza: d’altronde, la semplicità dell’apprendista Cavaliere gli aveva impedito di domandarsi per quale motivo aveva incontrato una ragazzina così giovane, lasciata sola nell’accampamento dei generali dell’Ordine Scarlatto, vestita con un abito pulito e scintillante, tessuto e riamato d’oro e pietre preziose. Malin non era solito porsi problemi del genere, nonostante tutto: trovava strana la situazione, questo era certo, ma non osava chiedersi nulla a riguardo, forse per timore, o semplicemente perché non era abituato a porsi domande le quali sapeva già, in partenza, che avrebbe dovuto lasciare senza risposta. In questo modo, quando Elettra gli intimò di soddisfare ogni sua richiesta, Malin non obbiettò e abbassò il capo, in attesa che la giovinetta esprimesse il suo desiderio. E quando ella esortò il ragazzo di portarla alla spiaggia più vicina, quello dovette solamente ubbidire in silenzio.
Elettra disse a Malin che non poteva camminare con le proprie gambe, così il giovanotto dovette caricarsela di peso sulla schiena per trasportarla con le sue sole forze, e se non fosse venuto in mente alla ragazzina di “prendere in prestito” un cavallo dalle scuderie, Malin l’avrebbe portata davvero, sulle sue spalle, fino alla spiaggia più vicina all’accampamento. <Ma sei matto?> aveva sorriso Elettra al proposito del sempliciotto di trasportarla di peso fino alla loro meta, che comunque distava dall’accampamento dell’Ordine Scarlatto diversi chilometri, già percorsi a suo tempo da Malin quando venne per la prima volta sull’Isola Minore di Imarna <Non dire sciocchezze… prendiamo uno dei cavalli dei Cavalieri dalle scuderie: loro non se ne accorgeranno nemmeno. E tu, così, eviterai di stancarti troppo.>. Malin era combattuto da quella proposta: se avesse accettato, sicuramente avrebbe corso dei rischi. Anche se Elettra diceva il contrario, era chiaro che se fosse scomparso un cavallo dalle scuderie, sicuramente il ladro avrebbe passato guai seri. <Eddai… senti un po’: o mi fai montare a cavallo, o mi porti tu sulle tue spalle fino al mare. Decidi… in fretta!> lo esortò la ragazzina, e Malin così dovette scegliere il male minore: rubò un cavallo a caso, il primo che trovò all’entrata delle scuderie, e vi fece montare solerte Elettra, nella speranza che nessuno li vedesse compiere il tanto temuto furto. <Ecco… e ci è voluto così tanto? E’ solo uno stupido cavallo… ora monta anche tu: andremo più veloci così. Se ci vieni dietro a piedi, ti stancherai troppo.> ordinò la ragazzina, ma Malin non pareva dello stesso avviso della sua padroncina. <Sei una piccola insolente… lo sai?> montò in collera allora il giovanotto <Ci ho ripensato: dì quello che vuoi a chi ti pare, ma io non ti permetterò di lasciare l’accampamento. Io devo seguire il mio addestramento, vegliare sulla mia maestra tornata ferita dall’ultima battaglia, e non so chi tu sia. E se per caso ti ferissi mentre siamo lontani da qui? Sarebbe mia la responsabilità? No, non ci sto. Torniamo dove ti ho trovata. Di questa situazione ne ho davvero abbastanza!> e dicendo ciò Malin prese saldamente tra i pugni le briglie del palafreno da battaglia che aveva scelto frettolosamente nella scuderia, con l’intento nel cuore di redimersi dal suo sbaglio, dalla sua decisione presa d’impulso e dominato dal terrore della ragazzina, per rimediare e far finta che nulla fosse davvero accaduto. Dentro di sé, il suo lato più soppesato e ragionevole, quello del buon senso, improvvisamente si attivò; non per caso, si attivò esattamente nel momento in cui ve ne era il maggior bisogno. <Stai scherzando, vero?> volle sapere allora la ragazzina, che nel frattempo aveva messo i piedini scalzi nelle staffe dell’enorme creatura, pronta per partire al galoppo ove il suo cuore desiderava condurla <Non puoi rimangiarti la nostra promessa, o griderò tanto forte che mi sentiranno persino i nemici che questa notte i nostri soldati hanno seppellito sottoterra!>. Per un attimo Malin ed Elettra si fronteggiarono a viso aperto, l’uno con gli occhi policromi piantati in viso all’altra, con sguardo di sfida e sufficienza, con violenza e disgusto. Tuttavia nessuno dei due ebbe il coraggio di muovere un dito in direzione dell’altro: fu anzi Elettra che, distogliendo lo sguardo e muovendo la testa con un gesto di stizza, strattonò le briglie che Malin teneva strette in pugno col fare di chi vuole prendere in mano le redini della situazione. <Va bene. Rimani qui. Io me ne vado per conto mio.> scandì la voce sottile ed acuta della ragazzina, che nel dire ciò punse il cavallo nei fianchi, con gli speroni delle staffe, senza però volerlo.
Improvvisamente l’animale s’imbizzarrì e si erse in tutta la sua maestosità sulle zampe posteriori, levando alte quelle anteriori. Fortunatamente Elettra si tenne stretta alla sella ed alle briglie dell’animale, ma Malin dovette lasciare la presa per non correre il rischio di essere trascinato via dalla collera e dalla forza dell’animale, il quale avrebbe potuto, senza volerlo, trascinare Malin nella polvere e calpestarlo uccidendolo con i suoi grandi zoccoli affilati. <Accidenti… qualcuno mi aiuti!> gridò disperata la ragazzina, mentre il palafreno tornava sulle quattro zampe e incominciava a scalciare imbizzarrito, per poi sfogare la sua ira ed il suo spavento improvviso nell’essersi accorto di esser stato montato da qualcuno di diverso dal proprio padrone in una furibonda corsa senza meta né scopo. Malin, dal canto suo, non poté fare altro che lasciare andare la bestia senza opporre resistenza: conosceva bene la forza dei cavalli quando si imbizzarrivano, e la temeva. <Tieniti salda alle briglie ed alla sella!> furono le uniche parole che riuscì a scandire mentre il cavallo prendeva la via che conduceva oltre lo steccato che contornava e delimitava lo spazio delle scuderie dal bosco dinnanzi al quale era stato piantato l’accampamento militare. In men che si fosse detto, l’animale saltò lesto e leggero l’alto steccato di legno, perdendosi nell’intrico indistinto del sottobosco di quella landa sconosciuta.
Malin rimase solo, nella polvere che aveva riempito l’aria tutt’attorno a sé, a guardare con sguardo vuoto e disperato il punto in cui il cavallo aveva scavalcato lo steccato ed era fuggito con Elettra paralizzata dal terrore sul suo dorso. La sua mente si svuotò improvvisamente di ogni pensiero, mentre in rapidità si rendeva conto di aver lasciato che un guaio enorme accadesse, senza opporre resistenza alcuna. Ora, la ragazzina che aveva conosciuto da così poco tempo e che ancora non sapeva dove collocare, era scomparsa su di un cavallo che lui stesso aveva sottratto indebitamente dalle scuderie dell’Ordine che aveva giurato di servire ed onorare. Il peggio era che nessuno poteva aiutarlo, senza per forza venire a sapere quello che era successo, e prendere provvedimenti per punire l’incredibilmente stolto comportamento della giovane recluta.
Malin era davvero disperato. Tuttavia si rese conto che non poteva lasciare irrisolto quel problema e si doveva attivare per recuperare la ragazzina e riparare al danno che aveva provocato: il problema che si presentò fu più che altro fare in modo che nessuno lo venisse a sapere. Così il ragazzo si fece forza, raccolse i suoi pensieri e rimandò indietro le lacrime che già sentiva gli avrebbero presto annebbiato la vista. Tornò quindi sui suoi passi, fece lesto ritorno alla tenda della maestra la quale ancora dormiva sulla sua branda, senza dare segni di volersi svegliare ancora. Malin così raccolse la sua spada, la prima lama che trovò in quel luogo, si legò il pesante cinturone attorno al torace come usava fare la sua insegnante, e lasciò lesto la tenda della maestra, in silenzio, per non destare interesse o preoccupazione.
Nella sua fuga in direzione delle scuderie dalle quali la ragazzina era fuggita non incontrò nessun conoscete o soldato dell’Ordine Scarlatto: l’ora pomeridiana che si era fatta nel mentre costringeva, a causa del caldo e del recente pasto, i più al riposo e non alla guardai solerte delle stradicciole dell’accampamento. In questo modo Malin riuscì a passare inosservato tra le tende dei nobili e delle reclute, senza che nessuno si accorgesse della sua presenza.
Quando arrivò nel luogo in cui, al limitare del bosco, il palafreno aveva portato con sé la ragazzina, si fece coraggio e si risolse a seguire le tracce dell’animale, in modo da ritrovarlo e riportarlo indietro assieme alla sua ospite. Malin dopotutto era abile nello seguire le tracce delle bestie nel sottobosco erboso del suo borgo natio: anche se quella giornata non era riuscito a trovare Balian ed a sottoporgli i suoi dubbi riguardo Alaister, non dubitava del fatto che sarebbe riuscito a scovare quel cavallo ed a riportare indietro la ragazzina che teneva bel salda in arcione. Non era il suo buon senso a suggerirglielo, bensì il suo sesto senso di figlio di guardaboschi, nato e vissuto ove cose del genere erano trattate al pari di una battaglia furibonda per la libertà di un continente intero. Malin si chiedeva se, in quel modo, oltre a limitare le conseguenze del suo sconsiderato atto, la sua maestra Alaister avrebbe avuto un occhio di nuovo riguardo per lui. Ben presto,tuttavia, si disilluse di ciò concentrandosi sulla ricerca e cercando di pensare il meno possibile a ciò che poteva succedergli se all’accampamento qualcuno si fosse accorto della mancanza di un piccolo gioiello scintillante sotto quel baldacchino che ora, al sole dell’estate, era rimasto vuoto e silenzioso come non mai.