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il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
la storia
In corso d'opera!! ^^
art gallery
i protagonisti
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi? Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20 anni. Sesso: uomo - Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi. - Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un cavallo. Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita. Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.
Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza qualunque? Età: Età adolescenziale, 23 anni. Sesso: Donna - Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia. - Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano. Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori. Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
le razze Umani Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI Elfi Alti Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze elfiche. Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi. Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni. Elfi Silvani Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani. Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi. Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia. Elfi dei Ghiacci Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto. Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi. Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI Nani di Montagna I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze. Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri. Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”. Nani di Collina I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli. Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno. Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno. Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita. Gnomi Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione. Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile. Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI Mezzelfi Alti I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso. Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi. Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana. Mezzelfi Silvani I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono. Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti. Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Segnalibro
capitolo 1capitolo 10 capitolo 11 capitolo 12 capitolo 13 capitolo 14 capitolo 15 capitolo 16 capitolo 17 capitolo 18 capitolo 19 capitolo 2 capitolo 20 capitolo 21 capitolo 22 capitolo 23 capitolo 24 capitolo 25 capitolo 26 capitolo 27 capitolo 3 capitolo 4 capitolo 5 capitolo 6 capitolo 7 capitolo 8 capitolo 9 extra - fumetto Gli autori
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
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  sabato, 30 agosto 2008 // Notte di incontri
Alanassori • 22:23 in : capitolo 19 La spada tremava nelle mani della ragazza, il metallo si era prima riscaldato, quasi fino ad ustionarle le mani e d’improvviso si era fatto gelido come se stesse afferrando del ghiaccio, un attimo prima sembrava pesante come un macigno e l’attimo dopo leggero come una brezza primaverile. La luce si era ritirata dalla caverna ed ora splendeva solo nella lama e nelle acque in cui era immersa, il canto non si era fermato ed Alany teneva saldamente l’elsa e la lama completamente immersa in quel fluido arcano. La litania si fece sempre più sommessa fino ad essere sostituita dal silenzio, la luce tornò come prima del rituale ed Alany seppe che era il momento di osservare la sua nuova spada. La sollevò dall’acqua luminescente e la mise davanti a sé per poterla osservare. La lama risplendeva fiocamente e la sua superficie mandava riflessi bianchi puri, la lama pareva forgiata in argento, Alany provò a muoverla, l’aria non fece alcuna resistenza alla lama e la lasciò passare spostandosi dalla sua traiettoria con una vibrazione quasi musicale. L’elementale della terra ruppe il silenzio <Ora che è tutto terminato, la tua spada ha bisogno di un nome. Pondera con cura questa decisione perché una volta scelto non potrà essere cambiato> L’elementale di fuoco continuò <Il nome sarà inciso sulla lama e tramite esso la lama ti concederà i suoi poteri> Fu il turno dell’elementale d’aria <La tua lama ha il potere di incanalare la magia ed aiutarti in alcuni incantesimi> <E’ questa la natura dell’Elementio> concluse l’elementale d’acqua. Alany si sedette a gambe incrociate fissando la spada, sperava che in un certo modo fosse la spada a scegliersi il nome da sola e che lei dovesse solo riferirlo, si aspettava di udire un sussurro dalla lama o da quelle quattro orbite vuote apertesi sull’elsa, ma quel messaggio non venne. Provò a pensare alla sua vita, ai suoi amici, al maestro, alla Prova, al viaggio, ma niente. La ragazza non cercava un nome suggestivo come quelli delle spade dei cavalieri come Dente di Drago o Giustizia Divina, né un nome scontato del tipo Lama di Fiamma, che appariva anche molto inappropriato. Chiuse gli occhi e riprese a pensare, una caterva di nomi e titoli affollò la sua mente e lei li scartò tutti da Luce Danzante a L’Araldo della Magia ed alla fine si ritrovò con un nulla di fatto ed una spada senza un nome. Guardò gli elementali ad uno ad uno e scosse la testa, probabilmente il loro nome per lei sarebbe stato impronunciabile. Rimase a pensare finche un nome non le venne in mete Tel’Sharin che nella lingua degli Elfi Alti significava Nota d’Argento, un nome insolito è vero, ma Alany l’aveva scelto come omaggio a chi le aveva concesso quella nuova spada in dono. Alzò finalmente gli occhi dalla spada e si mise in piedi, l’elementale di fuoco parlò <Hai dunque scelto il nome della tua spada? Dicci qual è così che il rito possa concludersi…> i suoi occhi lampeggiarono <E tu possa andartene dal nostro dominio>. La ragazza si chiese se gli elementali di fuoco fossero sempre così ostili, ma senza farsi pregare si schiarì la voce ed in tono solenne annunciò la sua decisione <Ho deciso che il nome della mia spada sarà Tel’Sharin> <Così sia> disse l’elementale d’aria <Allunga la lama verso di noi, così che possiamo toccarla> Alany obbedì, e quando allungò la lama in orizzontale gli elementali misero una mano su di essa. Il metallo prese a sfrigolare e ad emettere un piccolo pennacchio di fumo grigio. Quando i quattro elementali ritrassero la mano sulla lama della spada si trovavano incise negli elaborati caratteri elfici le due parole Tel’Sharin. Alany diede un’ultima occhiata alla spada prima di appoggiare la punta sul pavimento ed appoggiarsi sull’elsa, quando alzò di nuovo lo sguardo l’elementale dell’acqua aveva la mano aperta tesa verso la ragazza, nella palma teneva una gemma azzurra, quasi fosse un pezzetto di ghiaccio, le sue dimensioni erano perfette per uno dei castoni che si erano aperti nell’elsa. L’elementale dissipò i dubbi della ragazza <Questa è per la tua spada, ognuno di noi ne ha uno da darti, questi completeranno la tua spada, amplificheranno i suoi poteri ed i tuoi su di lei. Prendilo e mettilo nella tua spada>. La ragazza prese in mano la pietra, era fredda come il ghiaccio e scivolosa al tocco come se fosse bagnata, la rigirò nella mano ammirandola ed infine provò a portarla ad uno dei castoni nell’elsa. I quattro puntelli si chiusero su loro stessi rendendo impossibile l’alloggiamento della gemma, quando però si spostò ad un altro, i puntelli si aprirono per accogliere la pietra e si chiusero su di essa per trattenerla. La spada per un attimo divenne particolarmente fredda. Alany prese dagli elementali altre due pietre, prima quella di aria, simile ad una perla e particolarmente leggera e quella di terra, una gemma dorata dai bordi squadrati molto densa e pesante. Quando giunse a prendere la gemma di fuoco, l’elementale ghignò e mosse bruscamente la mano verso l’altro facendo volare la pietra in un arco alto almeno cinque metri se non di più. Alany aveva poco tempo per decidere come recuperarla prima che si frantumasse a terra. Cominciò a correre verso il punto in cui sarebbe caduta, ma la pietra si muoveva troppo velocemente. In quell’istante pensò “O vado più veloce io o faccio in modo che cadendo non si rompa” optò per la seconda possibilità. Non aveva tempo per lanciare un incantesimo, l’unica cosa avrebbe potuto fare sarebbe stata “Utilizzare la spada”. Alany si fermò, puntò la lama verso la pietra che era ad un metro da terra e relativamente lontana da lei e concentrò la sua volontà, voleva che la pietra non si rompesse, non doveva danneggiarsi in nessun modo e la spada le rispose. La lama scintillò di bianco per un attimo ed un raggio partì dalla sua punta per raggiungere la pietra, da essa in una frazione di secondo si espanse e la racchiuse in una bolla luminescente che rimbalzò sul pavimento senza danneggiarsi. La bolla scomparve due secondi dopo per lasciare che Alany prendesse la pietra. La ragazza si volse verso l’elementale di fuoco con espressione trionfale e lui in risposta modificò i suoi lineamenti di brace per mimare un sorriso e chinò il capo in segno di rispetto. Alany completò la spada incastonando l’ultima gemma, un rubino molto caldo al tatto. Ora era tutto compiuto ed era tempo per lei di andare, ma non senza ricevere le ultime istruzioni riguardo il suo utilizzo: tramite la spada Alany sarebbe riuscita ad incanalare alcuni incantesimi semplici, ma avrebbe dovuto ricaricare le pietre prima di poter incanalare l’energia attraverso di esse ovvero assorbire l’energia arcana delle Leyline o di una fonte elementale particolare come una fiamma o uno specchio d’acqua incanalandola attraverso la lama. Arrivata alla pozza d’acqua nella caverna si congedò dai quattro elementali che l’avevano riaccompagnata indietro, l’acqua si richiuse dietro di loro e lei rievocò la corona di fiamme per illuminarsi la via del ritorno, avrebbe atteso il suo maestro vicino all’entrata, protetta dai pini e dalla parete di roccia. Uscì dal fianco della montagna che era notte, si sedette per riposarsi, ora tutta la sua stanchezza si faceva sentire, la sua testa si chinò verso il basso e le palpebre le si chiusero da sole. Thor giunse da lei qualche ora dopo, uscire dalla Volta gli era risultato più difficile perché la possente aura magica dell’oggetto interferiva con qualsiasi altra magia venisse in contatto, disturbava e cancellava ogni incantesimo minore. L’incantatore era quindi senza la sua risorsa più importante: la magia. Dovette attendere il cambio della guardia prima di poter agire e sgattaiolare indisturbato fuori dalle camere proibite, e comunque corse un rischio tremendo, già sarebbe stato grave essere preso in quelle camere senza un’autorizzazione, ma con il tesoro della nazione gli sarebbe valsa la pena di morte. Sebbene i governanti sapessero che stava lavorando per loro conto non avrebbero mai potuto rendere pubblica la cosa e lo avrebbero eliminato in nome della loro facciata di legalità ed ordine che tanto è a cuore ai Nedariani. Terminato il suo compito non si era fidato di nascondere I due giorni seguenti si svolsero senza problemi di sorta, Alany aveva raccontato la sua avventura ad Ala’Theril, Jaina l’aveva ascoltata con gli occhi che le brillavano. Le ore fuori dai pasti era un continuo alternarsi di studio ed allenamenti con la spada e la magia, Alany si destreggiava bene nei duelli con il suo maestro, quasi come se la spada stessa le suggerisse come muoversi colmando così molte delle sue lacune in fatto di combattimento. Riusciva anche a lanciare alcuni incantesimi offensivi e difensivi usando la lama come mezzo: riusciva a lanciare scariche elementali o erigere flebili scudi senza fallire, anche durante un combattimento. Al confronto il suo studio delle basi del lancio degli incantesimi procedeva però più a rilento, aveva memorizzato i Glifi elementali, ma non aveva ancora afferrato le basi della fusione tra i vari elementi, cosa quasi scontata poiché molti studenti impiegavano almeno una settimana, ma Thor valutò che lei ci sarebbe riuscita in meno di cinque giorni, si trovò obbligato a confessare con malcelato orgoglio che la sua allieva era davvero dotata, persino oltre le sue aspettative. Jaina dal canto suo ripagava il suo debito con il mago le la sua apprendista governando la casa, non che la cosa le dispiacesse perché dopo il periodo trascorso nel bordello un po’ di vita casalinga la distraeva da quei brutti ricordi. Prefisse di ritornare dalle altre donne che aveva conosciuto in quel periodo e che ancora vivevano là, per ringraziarle di tutto quello che avevano fatto per lei e far sapere loro come stava. Spesso la ragazza abbandonava i compiti del ruolo di massaia in cui si era calata per seguire come attenta osservatrice lo studio e gli allenamenti dell’amica, si chiedeva di tanto in tanto se anche lei sarebbe riuscita a diventare un’incantatrice. Accantonò quasi subito quest’idea, troppo studio e troppo allenamento, non che lei non fosse intelligente, ma preferiva le cose più dirette e pratiche. Jaina si era svegliata nel cuore della seconda notte da quando Thor ed Alany erano tornati, la sua amica dormiva pacificamente al suo fianco e lei scese dal letto ed uscì dalla stanza senza svegliarla. La porta della stanza di Thor era socchiusa e dall’uscio filtrava la luce tremolante di una candela, dai suoni che sentiva Thor era ancora sveglio. Timidamente si affacciò alla porta e bussò chiedendo permesso. L’uomo rimase sorpreso di quella visita inaspettata, ma invitò la ragazza ad accomodarsi, Jaina annuì e si sedette sul bordo del letto. Thor era seduto alla sua scrivania intento a scarabocchiare qualcosa su una pergamena, sulla scrivania si trovava Thor decise di rompere quella spirale di immotivata autocommiserazione e parlò con voce calda e rassicurante <Jaina, per quale motivo sei venuta a cercarmi?>. La ragazza si riscosse e dopo un momento per riordinare i pensieri ricacciò indietro le lacrime <Ecco io… Volevo sapere se potevo fare qualcosa per rendermi utile…> abbassò ancora lo sguardo e accavallò le gambe nervosa, replicò allo sguardo interrogativo di Thor <Quando io vedo lei e Alany occupati negli allenamenti e nello studio… Mi sento esclusa, inutile>. L’uomo sorrise comprensivo <Penso di capirti, è per questo che ti danni tanto in casa?> Jaina annuì <Devo dire che fai anche un gran bel lavoro, erano anni che casa mia non era così pulita ed in ordine> le diede un buffetto sulla guancia, i due risero per un po’. Thor continuò <Presto Alany terminerà la sua istruzione come apprendista e dovrà scegliere la sua strada, penso che la compagnia di un’amica le sarà di grande aiuto, soprattutto se potrai colmare tu le sue lacune>. Si alzò ed andò verso gli scaffali ricolmi di volumi <Hai detto che tua madre lavorava con le erbe, giusto?> Jaina annuì una seconda volta <Ti piacerebbe seguire le sue orme?>. La ragazza si entusiasmò a quell’idea ed accettò felice senza pensarci molto, Thor sorrise ed estrasse un libro dallo scaffale, era un tomo dalla rilegatura leggermente consunta che portava l’incisione di un rametto di quercia con una foglia ed una ghianda si trattava di un erbario. L’incantatore lo porse alla ragazza che lo prese con mani tremati di eccitazione, Thor sorrise ancora paterno e chiuse la conversazione <Ora torna a dormire, domani ti darò una lettera da consegnare a Trevor Feldtone, lavora come erborista e farmacista nel Distretto del Parco nella parte orientale della città…> le arruffò i capelli con la mano <Su dai, adesso va a dormire>. Il giorno seguente Thor fu di parola, consegnò a Jaina una lettera sigillata con ceralacca e le diede le istruzioni per raggiungere la serra Feldtone. La ragazza partì prima di pranzo, non prima di preparare qualcosa agli altri due, sarebbe tornata solo sera presto per annunciare loro che era stata accettata come apprendista e che da lì in poi tutti i giorni sarebbe partita la mattina e tornata la sera. Quella giornata per Alany ed il suo maestro fu invece molto più complessa, era infatti quello il in cui sarebbe dovuta avvenire la consegna dell’artefatto magico che Thor aveva trafugato dalla Volta. Sebbene sarebbe stato pericoloso per entrambi, Thor aveva deciso di portare anche la sua allieva all’incontro, anche se non in maniera ufficiale, infatti i due stavano organizzando un piano per fare in modo che la ragazza non fosse né vista né sentita da nessuno. Era un compito arduo fare tutto in una mezza giornata, ma non impossibile e sebbene non avessero il tempo di provare il tutto per eliminare eventuali difetti i due furono pronti quando giunse il momento dell’incontro. La mattina di quel giorno un elfo dalla pelle bianca ed i capelli blu scuro, un essere davvero insolito come da secoli non se ne erano visti su Imarna, aprì i suoi occhi di ghiaccio su un panorama a lui alieno. Ad almeno un centinaio di metri sotto di lui si estendevano le colline verdi del nord dell’Isola Minore, punteggiate campi terrazzati, villaggi e boschi. Così inconsueto ed affascinante, tutto così nuovo eppure un senso di deja vu e di nostalgia stringeva il suo cuore di elfo. Ricordava la storia del suo popolo, lì la sua razza era vissuta unita alle altre due come un tutt’uno prima del grande scisma. Il suo popolo gli Elfi delle Nubi, o Elfi dei Ghiacci come ormai erano chiamati nelle leggende degli umani, se ne erano andati, condannati ad un esilio volontario per poter seguire la loro filosofia senza le interferenze dei loro cugini e delle razze inferiori. Proprio quelle razze inferiori che l’elfo guardava con un rinato fascino mentre si indaffaravano come piccole ed insignificanti formiche per sopravvivere e soddisfare la volontà dei loro capi. Saranno stati poi così diversi gli elfi agli albori della loro civiltà? Forse no, ma da formichine insignificanti si erano eretti fino ad essere i padroni del mondo per poi collassare e spezzarsi ed ora quello che rimaneva della loro civiltà, seppur maestoso egli occhi degli umani o dei nani (i quali non l’avrebbero mai ammesso, nemmeno sotto tortura) non erano che ombre e schegge di quello che una volta fu il loro impero. Una lacrima sfuggì all’autocontrollo dell’elfo, ma prontamente la asciugò con un fazzoletto di seta e si impose un’espressione rigida ed imperscrutabile. Loro, gli Elfi delle Nubi erano ciò che veramente rimaneva della loro civiltà e quello non era il momento di darsi a futili nostalgie, il suo compito era troppo importante per il suo popolo e per il mondo stesso. Quello che sarebbe successo quel giorno lo avrebbe portato di un passo più vicino al compimento del suo piano, quello stesso piano per cui aveva strenuamente combattuto per almeno tre secoli dinnanzi al Consiglio degli Anziani ed ora che aveva il loro consenso, seppur non unanime gli rimaneva poco tempo (poco per gli standard di un elfo) pochi anni e tutto sarebbe stato inutile. Di fronte al suo grande fine lo sconvolgimento della politica delle popolazioni di Imarna o l’infrazione aperta dei precetti del proprio popolo impallidivano e non sarebbero stati altro che brevi trafiletti su una cronaca o su n volume di storia. La nostalgia di poco prima si mutò in rabbia per la cecità che mostravano dimostravano i membri del Consiglio, elfi anziani e fantasmi di antichi governanti, nessuno di loro capiva che il tempo stava scadendo ed il piccolo margine di consenso che si era guadagnato lo obbligava a mostrare dei risultati in tempi relativamente bevi, per questo ha dovuto affidarsi spesso alle razze inferiori perché compissero parte del suo piano. Vi era una consolazione in quella trama contorta, un dettaglio che aveva nascosto a tutti in modo talmente accurato che a volte rischiava di scordarselo: giunti alla fine il Consiglio non avrebbe avuto più ragione di esistere. Sorrise ed accarezzò il dorso squamoso della sua cavalcatura volante, l’aria gli soffiava tra i capelli lunghi e gli gonfiava le vesti sibilando tra le spesse ali di pelle dell’immenso rettile che lo sosteneva. I raggi di sole scintillavano sulle spesse squame color cobalto che andavano a sfumare sul bianco scendendo sul ventre della creatura. Sul collo allungato si collegava una testa di rettile che nonostante le sembianze spaventose che poteva avere un serpente, ispirava solennità, bellezza e la saggezza di secoli di vita nei suoi occhi verde mare, la coda lunga quasi come tutto il corpo si assottigliava alla fine e si muoveva come una frusta sospinta dall’aria. Le zampe posteriori erano possenti e muscolose come quelle di un felino e quelle anteriori seppur mantenessero i caratteri ferini della creatura erano più simili a braccia. Un drago blu, come quelli che popolavano le leggende e le favole degli umani, come sull’Isola Maggiore e l’Isola Minore non se ne vedevano da secoli. L’elfo osservò il panorama ed individuò il punto tra i monti in cui lui e la sua cavalcatura potevano nascondersi e raggiungere il luogo in cui quella sera lui avrebbe incontrato un membro di quelle razze inferiori che tanto lo affascinavano. Quel giorno molte persone entrando in locanda raccontarono agli amici ed agli altri avventori di aver visto un uccello immenso dalle piume azzurre che riflettevano la luce sfrecciare nel cielo sopra le loro teste verso Nedaria e chi più pazzo o avventuroso giurava che fosse un drago, non tanto perché l’avesse visto con chiarezza quanto perché tra i fumi dell’alcol anche un grosso ragno diventa un immenso mostro mangiatore di uomini. Quella notte la luna risplendeva piena e fulgida nel cielo terso circondata da un’aureola di stelle nascoste nella sua luce. Fuori dalle luci dell’illuminazione pubblica di Nedaria il resto del cielo risplendeva di una trama di diamanti e drappi di seta blu e viola, nessuna nuvola oscurava il cielo, e le cime dei monti si stagliavano come un profilo frastagliato di scogli neri nel mare brillante di astri. Un cromlech al centro di una radura circondata dalla boscaglia e dai monti vicini alla città era stato designato come luogo d’incontro, un luogo storico ed archeologico conosciuto da pochi oltre che dai maghi, forse l’antico luogo di un Nodo elementale ed infatti le pietre sembravano assorbire energia proprio da quel nodo per risplendere di azzurro nell’oscurità. Un tempo ricoperte di rune mistiche ora solo poche erano leggibili e scritte nell’antico linguaggio della magia. La superstizione della gente semplice lo aveva conservato il sito lasciandolo solo all’erosione del tempo e degli elementi naturali, nemmeno una pietra era fuori posto, nessun sasso che non facesse parte della composizione si trovava nella radura e perfettamente al centro di quel maestoso ambiente era inginocchiata una figura ammantata di blu scuro, i capelli lunghi gli scivolavano fuori dal cappuccio che gli copriva il volto, scendendogli sulle gambe e per terra. Sotto il cappuccio una maschera d’argento priva di lineamenti particolareggiati scintillava alla luce delle pietre e della luna. Gli occhi di ghiaccio chiusi in meditazione. La luna fluttuava alta nel cielo proprio sopra il circolo di dolmen quando essi a turno cominciarono a suonare, una melodia arcana, dimenticata. Un ricordo di tempi antichi, di storie e di leggende, una triste marcia funebre o la serenata di un innamorato o ancora l’aria di un’opera epica, era impossibile definire univocamente quella musica. Penetrava nel cuore di chi l’ascoltava ed era sempre diversa per ognuno, diverse le sensazioni ed i sentimenti, ma medesimi i suoni. Dietro la maschera d’argento, la figura chiuse gli occhi, una lacrima scese sul metallo e gocciolò sull’erba. Un uomo si fece avanti dalla boscaglia fino alla luce delle pietre e della luna, avvolto in un mantello scuro non indossava maschere, ma teneva il volto nascosto nel cappuccio. Quando l’umano entrò nel primo dei tre cerchi di pietre la luce smise di brillare ed il canto cessò improvvisamente, sostituito da un sibilo, simile alle spire di un serpente che scivola sul marmo. L’elfo si alzò in piedi aiutandosi con la mano, si attardò a tastare l’erba, per lui si trattava di una nuova sensazione, incrociò le braccia sul petto e parlò per primo, dalla sua voce fredda non trapelava alcuna emozione <Dunque siete venuto come stabilito, sembrerebbe che la puntualità sia una delle qualità che voi umani avete in comune con noi> chiuse gli occhi e quasi annusò l’aria attorno a sé <avete anche ciò che vi ho chiesto, bene…> fece schioccare le nocche della mano destra flettendo le dita <Mostratemelo!> L’uomo esitò per un istante, ma poi nascose la mano sotto il mantello e ne estrasse una verga in legno scuro con in cima un cristallo che risplendeva dei raggi della luna, quasi li assorbisse per poi emetterli ancora con rinnovata intensità, l’uomo parlò con voce ferma <Se è questo quello che cerchi, non lo avrai da me…> riagganciò L’elfo scrollò le spalle ed allargò le braccia in segno di rassegnazione <Se è la conoscenza che cercate, vedrò di illuminarvi> <A cosa vi serve L’elfo soppresse una risata e parlò con voce ironica <Ah si, “ L’uomo strinse i denti e sbottò <Non mi basta! Perché siete venuti ad interferire con la nostra guerra? Avete ribaltato il suo andamento chiedendo in cambio una reliquia priva di utilità, perché?!?> L’elfo rise <Privo di utilità? Oh, no è solo che voi umani non conoscete il suo potere> Si avvicinò lentamente mostrando le palme disarmate <Stiamo cercando il potere di questi artefatti, ma non preoccuparti, non avete stipulato un patto con i demoni> lanciò una fugace occhiata alla macchia di alberi alle spalle dell’umano <Voi e la vostra giovane apprendista troverete le vostre risposte negli antichi archivi della Biblioteca dei Veggenti di Alia> Allungò la mano verso l’uomo <Ora vi prego, consegnatemi l’artefatto>. Nascosta dietro un albero, nel boschetto vicino al cromlech Alany era perfettamente fusa tra le ombre grazie a del trucco, dei vestiti scuri ed un incantesimo che l’avrebbe mimetizzata perfettamente, purchè si muovesse il meno possibile. Il suono del suo respiro e dei lenti passi nel sottobosco si udiva solamente come il fruscio delle fronde degli alberi o il verso di qualche animale notturno. L’aura magica emanata da quei semplici incantesimi era abbastanza debole da disperdersi dopo pochi metri e nessuno l’avrebbe notata nemmeno se fosse stato ad un passo da lei, a meno che non cercasse insolite curve o abbozzamenti nella corteccia di un tronco. Eppure quell’elfo l’aveva scoperta, senza nemmeno guardare una volta nella sua direzione. Un movimento furtivo dietro di lei ed il suono di foglie calpestate la indusse a voltarsi solo per vedere una seconda elfa che la guardava con severi occhi di ghiaccio. La pelle bianca ed i capelli blu cobalto sormontavano una veste color zaffiro e verde mare, la fattura fine della seta elfica, ma con ricami e decorazioni che Alany non aveva mai visto. La donna non disse nulla, ma la prese delicatamente per il braccio e la portò allo scoperto nel momento in cui l’elfo aveva allungato la mano per farsi consegnare l’artefatto dal suo maestro. Quando le due entrarono nel cerchio interno di pietre, Alany rispose allo sguardo sgomento di Thor alzando le spalle. L’elfo parlò a Thor con una nota di scherno nella voce <Non ha funzionato… Un piano molto semplice, ingegnoso e del tutto inutile. Ed ora ho un incentivo in più per convincervi a consegnarmi Thor digrignò i denti, era in trappola e cosa peggiore lo era anche la sua allieva, imbarazzo, rabbia, rassegnazione e autocommiserazione insieme a mille altre sensazioni si accavallarono e si alternarono nel suo animo, le mani gli tremavano in preda alla smania di strappare quella maschera d’argento che copriva il volto di quello stramaledetto elfo così pieno di sé. Quasi senza pensarci richiamò nella sua mano tutta l’energia arcana a cui sarebbe riuscito ad attingere in quel luogo, l’aura dell’artefatto seminava il caos nelle energie elementali che presero a percorrere l’intero corpo dell’uomo, illuminandolo come un meteorite incendiato che sfreccia nel cielo. La furia cieca che lo stava attanagliano morì quando scagliò l’immensa energia che aveva incanalato. Alzò il braccio con uno scatto e ruggendo come una belva lanciò un raggio di scintillii luminosi, di fuoco, di schegge di ghiaccio e di roccia, fuso in un'unica entità, né liquida né solida né gassosa. L’aria sfrigolava e sibilava al passaggio di quella spaventosa forza distruttiva, di quel caos ipnotico, l’erba rifuggiva il suo passaggio flettendosi verso terra, cercando riparo dalla distruzione. Alany tremava ammirata, il suo maestro non aveva mai perso il suo sangue freddo ed ora appariva una fiera famelica liberatasi dalle catene di un crudele aguzzino, la donna che l’aveva scovata invece non batteva ciglio, letteralmente. L’incantesimo si abbattè in un momento sull’elfo e nell’istante in cui lo colpì, il raggio si infranse col rumore di un calice di cristallo che va in frantumi e si dissolse in una nuvola simile ad uno sciame di lucciole. Nel momento in cui il riverbero dell’incantesimo lasciò spazio al silenzio ed alla luce degli astri, l’elfo era in piedi, fermo come una statua di marmo, le braccia conserte al petto ed un sorriso ilare dietro la maschera, non una bruciatura sulle vesti, non un graffio, non un capello fuori posto. <Tentativo encomiabile, ma futile> disse l’elfo lasciando cadere le braccia lungo i fianchi < L’uomo, ormai spezzato nella volontà, imprecò silenziosamente e consegnò l’oggetto che aveva nascosto sotto il mantello, era ancora furioso, ma la rassegnazione ed il fallimento lo avevano ridotto violentemente alla ragione. Paradossalmente, quando perse il contatto con L’elfo nascose l’oggetto in una piega della sua veste e si esibì in un plateale inchino, la donna lasciò andare Alany e si spostò a fianco del suo compagno, squadrò i due con i suoi gelidi occhi azzurri, ma fermandosi sulla ragazza la sua espressione austera si addolcì rendendola molto bella, persino seducente anche agli occhi di Alany. La sua voce era ancora più affascinante: una soave melodia di armoniche e sussurri <Giovane mezzelfa, noi siamo destinati ad incontrarci ancora in futuro> si avvicinò lentamente alla ragazza ipnotizzata da quell’essere quasi divino, le prese una mano e le sussurrò all’orecchio <Questa ti servirà, è molto importante che tu la tenga sempre con te> detto questo, con movimenti agili e sinuosi tornò al fianco dell’elfo ed i due scomparvero allontanandosi da loro e dal cromlech che per un attimo riprese a scintillare prima che la luna si spostasse sulla sua orbita allontanandosi dallo zenit. Quando Alany aprì la mano scoprì nel suo palmo un oggetto triangolare ricurvo, liscio e freddo. Rifletteva il suo volto come uno specchio sfumato di cobalto. Non sapeva che nella sua mano stringeva la scaglia di un drago. commenti
  sabato, 30 agosto 2008 // Ala'Theril
Alanassori • 22:21 in : capitolo 18 I tre partirono la mattina seguente di buon’ora, attraversarono la città ed uscirono dalla seconda porta della città, quello che si trovarono davanti fu una strada affollata che serpeggiava attraverso un panorama collinare in cui punteggiavano diversi villaggi a qualche miglio di distanza dalle mura. Il gruppo lasciò la strada ad un miglio dalla porta e seguì un sentiero in disuso che portava verso il fianco di una delle montagne che coprivano la città, presto la terra battuta si nascose nell’erba bassa ed in seguito nel sottobosco ed in un bosco fitto di conifere. Per tutto il viaggio Thor aveva spiegato alla sua allieva che cosa l’avrebbe aspettata ed ora immersa nel profumo resinoso di quei pini, Alany tremava come una foglia lambita da una dolce brezza primaverile, sia per la paura dell’ignoto, sia per il desiderio di immergersi nuovamente nel mondo della magia in cui lei si trovava così a suo agio, a quel pensiero Aveva salutato Thor e Jaina e si stava avventurando lungo la stretta apertura nella roccia, l’aria si faceva sempre più umida e l’odore della resina sempre più lontano, passo dopo passo si allontanava dalla luce e ripassava mentalmente le istruzioni dettatele dal suo maestro: per prima cosa si sarebbe dovuta guadagnare l’accesso alle parti più profonde della caverna affrontando i guardiani elementali, avrebbe dovuto ottenere i loro quattro sigilli che usati nel modo giusto le avrebbero garantito il passaggio ai recessi di Ala’Theril; giunta al tempio avrebbe dovuto immergere la lama della spada nella pozza d’acqua scintillante circondata dai quattro altari ed attendere. Thor non era sceso nei dettagli, ma si era raccomandato più volte di evitare assolutamente di utilizzare incantesimi grezzi perché utilizzare qualcosa di così caotico e volatile in un luogo in cui confluiscono le Leyline sarebbe stato un suicidio. Terminato il suo pellegrinaggio avrebbe dovuto aspettare il ritorno di Thor all’apertura della caverna. Pensando a questo Alany cominciò a preoccuparsi per il suo mentore, dato che quel giorno avrebbe dovuto prelevare Le sue preoccupazioni per Thor sparirono non appena si accorse che la luce dell’entrata era completamente scomparsa ed ora non vedeva assolutamente nulla, come se le tenebre non fossero abbastanza la pietra su cui camminava era liscia e scivolosa per l’acqua che lentamente gocciolava dal soffitto. Il suo piede incontrò dolorosamente una piccola formazione rocciosa che quasi le fece perdere l’equilibrio, Alany imprecò con sé stessa, un po’ per il dolore ed un po’ per non aver portato una torcia. Sospirò e decise che era giunto il momento di farsi un po’ di luce, si ritrovò a provare ad intrecciare l’elementare incantesimo di luce che al buio le riusciva molto arduo. Al quarto tentativo il glifo che aveva tracciato nell’aria scintillò per un attimo prima di stridere e prendere fuoco. Fortunatamente per la ragazza tutto si risolse con uno spavento ed una nuvoletta di fumo. Sbuffò seccata e provò un’ultima volta e finalmente l’incantesimo funzionò come desiderato: una corona di fiammelle rosse e gialle prese forma attorno alla fronte della ragazza illuminandole il percorso fino ad una decina di metri di distanza di fronte a lei. Il passaggio era stretto e la nuda roccia cominciava ad essere arricchita da alcune stalagmiti e stalattiti lunghe pressappoco una decina di centimetri ma già più vecchie di Alany di almeno qualche di secolo. Alany non si soffermò a pensare all’incessante ed imponente opera della natura che quelle grotte rappresentavano, più che altro era spaventata da quello che le sembrava di vedere oltre l’orlo della luce emessa dalla sua corona di fiamme: flebili ombre che sembravano sfuggire alla luce man mano che la ragazza avanzava, fruscii, soffi d’aria gelida e umida e gocciolii dal soffitto; tutto questo non aiutava certo il suo cuore giovane che aveva preso a battere violentemente sotto i vestiti. Si fermò per qualche minuto per valutare la situazione e per costringersi a calmarsi, “Di certo…” pensò “Ala’Theril, caverna di cristallo, non mi pare appropriato” fece una risata nervosa pensando alla faccia delusa di Jaina nel vedere che il luogo fiabesco descritto nel libro non era all’altezza delle sue aspettative. La ragazza si costrinse a procedere e benché il passaggio si facesse sempre più largo, la discesa e l’aumento di dimensioni delle formazioni rocciose le ostacolavano sempre più il passo. Dopo quella che era sembrata una mezzora di arduo cammino Alany si ritrovò in un’ampia sala grossomodo circolare, la flebile luce che la illuminava non era abbastanza forte da strappare all’oscurità le pareti ed il soffitto di quell’enorme vuoto nella montagna. Formazioni di stalagmiti alte due o tre metri torreggiavano sulla ragazza che in quella selva di pietre dalle forme talvolta inquietanti si sentiva persa e si chiedeva come avrebbe fatto a tornare indietro. Come faceva ogni volta che si trovava in condizioni simili cercò la sicurezza del contatto con Alany si chinò su una sponda ed immerse le dita nell’acqua, un brivido gelido le si diffuse per il corpo, l’acqua luccicante e tersa era quasi completamente trasparente e tanto fredda da intorpidire le dita della ragazza dopo pochi secondi. Il ruscello sotterraneo scorreva nella direzione in cui stava camminando e per quello che Alany riusciva a vedere serpeggiava attorno a gruppi di stalagmiti e di colonne. Un piccolo stormo di pipistrelli si strinse ed emise dei gridi striduli protestando per la luce emessa dall’incantesimo della ragazza e quelli sembravano essere gli unici esseri viventi presenti in quella grotta, fatta eccezione per qualche invertebrato che si nascondeva prontamente nel lato in ombra delle formazioni rocciose. La mezzelfa si calmò e prese a camminare cautamente lungo il corso d’acqua. I suoi passi leggeri non lasciavano tracce né facevano alcun rumore, respirare si fece più facile man mano che si abituava all’aria fredda e umida. Dopo qualche minuto giunse alla riva di uno stagno cristallino in cui sfociava il rivolo, il pozzo era profondo almeno cinque o sei metri valutò la ragazza, anche se era difficile dirlo con certezza: l’acqua lo faceva sembrare molto più vicino. “A quanto pare è un vicolo cieco” si sedette sui talloni ed immerse il dito nell’’acqua muovendolo in una piccola spirale. Si chiedeva che cosa dovesse fare ora. Nel frattempo Thor aveva lasciato a Jaina l’incombenza do occuparsi della casa, compito che a quanto pare le riusciva egregiamente, e aveva raggiunto in tutta fretta il palazzo governativo di Nedaria. Entrò nel giardino per gli imponenti ed elaborati cancelli di ferro battuto e mettendosi in coda ad un gruppo di burocrati entrò nella parte di palazzo aperta al pubblico. La sala a pianta circolare era spaziosa e almeno venti persone camminavano in gruppo, parlavano e discutevano, in fondo alla stanza, dalla parte opposta all’entrata, Thor vide il passaggio che gli interessava: un’apertura nel muro sormontata da un arco a sesto acuto finemente decorato di intarsi e fregi, due guardie in armatura da cerimonia e armate con picche e spade che seppur sfarzosamente ornate sembravano completamente funzionali stavano davanti al passaggio con l’incarico di non lasciar passare nessuno che non fosse autorizzato. L’incantatore sapeva cosa lo avrebbe aspettato, si appartò dietro una colonna per un attimo, lontano da sguardi indiscreti, pronunciò la formula di un incantesimo mentre prendeva un pizzico di polvere di argento da una sacca e se la spargeva addosso. La sua figura si fece trasparente fino a scomparire del tutto insieme ai vestiti, sospirò e facendo attenzione a non urtare nessuno si avviò per varcare la prima soglia. Alany si era quasi arresa, adesso stava sdraiata su un fianco e continuava a rimescolare pigramente l’acqua con un il dito, non le era venuto nulla in mente, anche l’incantesimo di fuoco che ardeva sulla sua fronte si stava esaurendo. Fu quando l’ombra calò sulle acque che Alany se ne accorse: il suo dito lasciava una lieve scia azzurra sullo specchio divenuto scuro, scia che rimaneva illuminata per qualche secondo prima di dileguarsi nelle increspature. Il suo interesse e la sua speranza furono subito ridestate, alzò il busto puntellandosi col gomito e nell’oscurità che era calata intorno a lei immerse ancora una volta la punta dell’indice. Immaginava che la chiave per continuare stesse nel disegnare il simbolo giusto, ma quale avrebbe potuto essere tra gli innumerevoli simboli, disegni e caratteri che esistevano nel mondo? Scosse la testa e la prima cosa che fece fu scrivere “Ciao” prima nella lingua degli umani e poi in quella degli elfi alti. L’unico effetto fu quello di vedere le linee azzurre scintillanti disperdersi nell’acqua in una patina colorata e scomparire. Sospirò rassegnata mettendosi a sedere, si mise il dito in bocca per scaldarlo, il freddo l’aveva quasi anestetizzato. Pensò a voce alta <Allora… Thor mi ha detto che con me ho tutto quello che mi serve> spostò lo zaino tra le gambe per poter frugare dentro <Sarà per questo che ha tanto insistito sugli appunti? Boh…> Alany scosse la testa e cercò di immaginarsi il Glifo elementale dell’acqua: un simbolo simile a due falci di luna con il centro in comune, una rivolta verso il basso e l’altra verso l’alto, dentro le lune diverse serie di cerchi raccolti a grappoli come bolle sul pelo dell’acqua lasciavano spazio all’intersezione delle lune ad una croce composta da quattro archi. Questo la ragazza aveva disegnato a memoria sulla superficie del laghetto, quando tolse il dito dall’acqua si accorse che il suo disegno non si dissolveva come tutti gli altri, ma si spostava rimanendo nitido sull’acqua. Alany si mise in piedi mentre il Glifo raggiungeva il centro dello specchio e aumentava di dimensioni fino a coprirne l’intera superficie. Dal simbolo si estese verso l’alto una cortina di luce cerulea mentre una creatura sorgeva dalle acque, creatura forse non è un termine appropriato in quanto si trattava di un’entità, l’essenza vitale di un elemento, uno spirito vivente di energia resa materia; la natura degli Elementali era sconosciuta a quasi tutti gli abitanti del mondo di Imarna, perché proprio di quello si trattava, quell’entità che stava prendendo forma nella pozza era u Elementale d’Acqua. La ragazza rimase sbalordita nel vedere la figura di quell’entità, era alta pressappoco due metri e aveva lineamenti vagamente simili a quelli di una giovane donna umana o elfica, era composta interamente da acqua, i capelli sembravano la spuma di una cascata e scendevano fluenti fin lungo i fianchi e si muovevano come le onde del mare. Il suo viso aveva dei lineamenti levigati, quasi come se fossero nascosti sotto un velo ed i suoi occhi, se così si potevano chiamate, erano piccole schegge di ghiaccio. Quelle schegge si puntarono sulla mezzelfa e lei non potè resistere all’impulso di inginocchiarsi di fronte a ciò che aveva davanti. Una voce vagamente femminile e che nella cadenza e nel suono ricordava lontanamente lo sciabordio ritmico delle onde che avanzano e si ritraggono sul battigia parve risonare non solo dall’elementale, ma anche dall’acqua attorno ad esso, dal rivolo che alimentava la pozza e anche dalle gocce che cadevano dalla volta di pietra. <Hai evocato gli spiriti dell’acqua che dimorano in questo luogo, qual è la tua richiesta o giovane incantatrice?> la figura di acqua si chinò leggermente avvicinando il volto alla ragazza. Alany alzò lo sguardo fissando i penetranti occhi di ghiaccio dell’elementale, era agitata, impaurita ed incuriosita, il cuore le batteva veloce e l’adrenalina la aveva trasmesso un brivido in tutto il corpo. Parlò con voce più tremante di quanto volesse <Sono qui per visitare Ala’Theril ed il tempio al suo interno> come le aveva detto il suo maestro Alany sguainò lentamente la spada e tenendola per la lama, facendo particolare attenzione a non tagliarsi, porse l’impugnatura all’elementale <Il mio maestro mi ha incaricato di immergere la sua lama nelle acque del tempio> <La tua richiesta è legittima, ma sai cosa accadrà quando l’acqua del tempio verrà in contatto con la tua lama di arcanite?> chiese la figura sfiorando l’elsa e passandole attraverso con la mano <Le energie dei flussi si concentrano in quel luogo sacro, la tua lama interromperà i flussi e assorbirà la magia per fonderla nella sua forma> ritrasse la mano e tornò a guardare la ragazza <L’arcanite si tramuterà in elementio, avrà in sé l’essenza degli elementi e diverrà una lama magica incredibilmente potente nelle mani giuste, ma ancor più pericolosa in quelle sbagliate. E’ un privilegio che riserviamo solo a chi dimostra di essere degno di riceverlo!> nella sua mano destra prese forma una punta fluida che si allungò fino a divenire la lama di un fioretto, l’acqua dell’arma divenne ghiaccio purissimo. L’elementale alzò il braccio e puntò la lama verso la ragazza, la sua voce si fece minacciosa come il rombo del mare in tempesta <In guardia!> Thor era già penetrato nelle cripte scavate direttamente nel fianco della montagna in tempi che ormai vivevano solo nei volumi di storia o di mitologia. Con la magia aveva distolto l’attenzione delle guardie mentre passava oltre che mantenersi invisibile, così riuscì ad attraversare l’anticamera della Volta della cripta camminando disinvoltamente tra le due navate di colonne. Ebbe anche il tempo di ammirarne gli affreschi e gli arazzi rappresentanti la storia di Imarna: Il primo incontro tra gli umani e gli elfi, i fasti del vecchio impero unito e le glorie delle guerre tra le città stato. Thor sapeva dell’importanza vitale della sua missione per le sorti della sua nazione, probabilmente la libertà e la vita di centinaia di migliaia di persone pesavano sulle sue spalle e lui cominciava a sentirle tutte. Un fendente, una stoccata e ancora un altro fendente, l’elementale era instancabile e maneggiava la sua arma molto meglio della ragazza, non l’aveva ancora ferita, ma tra il terreno accidentato e scivoloso e la stanchezza che si stava facendo largo con prepotenza nelle sue membra. Alany parò l’ennesimo fendente, ma nell’indietreggiare il tallone finì in una piccola buca e cadde supina sulla pietra umida della caverna. La sua tattica di difesa l’aveva messa alle strette ed ora si era risoluta a cambiare tattica. Nel piccolo lasso di tempo che impiegò l’elementale a giungere a portata di spada, Alany si era messa in ginocchio e col dito aveva tracciato un cerchio attorno a sé. Più piccolo di fronte a lei tracciò il Glifo del fuoco: due serie di fiamme stilizzate che si sviluppavano su due archi di circonferenza contrapposti e prendevano paradossalmente la forma di un insolito fiore che si riflette attorno ad un cerchio centrale. Il Glifo era stato disegnato velocemente, ma in modo preciso e quando lo ebbe finito si illuminò di rosso ed emise un forte calore, l’acqua attorno al Glifo evaporò in uno sbuffo sfrigolante e dal cerchio si innalzò un anello di fiamme che sciolse la lama dell’elementale nel momento in cui stava eseguendo un affondo molto probabilmente letale. Le fiamme si dileguarono una manciata di secondi dopo e l’elementale aveva abbandonato ogni ostilità. La sua voce era tornata rassicurante <Hai superato la prova giovane incantatrice, ti condurrò al tempio, rinfodera la spada e seguimi> il corpo dell’elementale, l’acqua del rivolo e del lago illuminarono l’ambiente in modo diffuso così che la ragazza potesse seguire l’entità fino alle rive del laghetto. Lì l’elementale le fece cenno di seguirla e si voltò verso lo specchio d’acqua, ad un suo comando silenzioso lo specchio si ruppe in due parti e due muri d’acqua si alzarono lasciando una stretta scala di pietra che portava in basso lontano da dove Alany riusciva a vedere. I due scesero per diversi minuti in uno scenario che Alany giudicava irreale: uno stretto corridoio dalle pareti di acqua pura e trasparente attraverso la quale le pareti di roccia sembravano di cristallo. Nulla in confronto a quello che vide quando salì un’altra rampa di scale e uscì dal corridoio creato dall’elementale: si trovava in una sala naturale ancora più grande della prima e di incredibile bellezza, colonne di roccia sostenevano un soffitto lontano diverse decine di metri ed in ogni angolo, in ogni spiazzo, quasi ovunque ci fosse spazio sorgevano imponenti formazioni di cristalli di diverse forme e colori. Cristalli di colore metallico simile a rame del tutto simili a conformazioni gigantesche di pirite i cuoi cristalli cubici variavano dalla dimensione di un dito a quelle di qualche metro, emanavano un bagliore giallo dorato. Altre formazioni simili a rose del deserto emettevano luce rossa dai loro cristalli a forma di ventaglio, gruppi di cristalli simili ad ametiste immense scintillavano di viola ed infine prismi immensi di acquamarina rilucevano di azzurro. Tutto dava l’idea di una disposizione caotica, ma l’istinto dell’incantatrice le diceva che invece esisteva un ordine preciso. Al centro di tutte le formazioni di cristallo, su una zona rialzata sorgeva un edificio a pianta circolare sormontato da una cupola tutto scolpito in un unico blocco di opale. L’elementale la guidò per un sentiero di pietra rialzato, attraversarono numerose ed immense formazioni di cristalli luminosi e mentre camminavano Alany vide diverse figure affollarsi ai lati del sentiero ad osservarla, probabilmente con la stessa curiosità con cui lei guardava loro. Erano tutti elementali, tutti diversi ciascuno rappresentante di un diverso elemento o di una fusione degli stessi: gli elementali di terra sembravano statue composte da terra e rocce, quelli di fuoco parevano tizzoni ardenti e talvolta infuocati e quelli d’aria erano figure pallide leggermente sfuocate circondate da un piccolo turbine. Gli altri elementali che rappresentavano la fusione di più elementi presentavano caratteri misti, per esempio uno sembrava composto dal turbinare di una nube di cristalli di neve o un altro una figura di magma semi solidificato. L’elementale che guidava la ragazza le disse <Ben venuta ad Ala’Theril Alanassori Sileshar> la ragazza rimase sorpresa del fatto che conoscesse il suo nome, ma non ricevette spiegazioni <Questo è il luogo dove siamo stati generati e dove dimoriamo da millenni ed il tempio che abbiamo eretto si trova sulla convergenza di quattro Leyline elementali> fece un ampio gesto con la mano <Queste sono le cristallizzazioni delle energie elementali, è da lì che noi abbiamo ricevuto la vita e traiamo il nostro nutrimento> emise quello che potrebbe essere interpretato come un sospiro <Siamo arrivati>. I sue erano infatti giunti all’entrata del tempio, ad accoglierli vi erano altri tre elementali, uno per ogni elemento oltre all’acqua. L’interno del tempio era ancora più maestoso dell’esterno, l’opale della sua struttura rifletteva le luci dei cristalli che crescevano nella caverna ed emettevano giochi di luce scintillii maestosi, sempre diversi e unici per ogni punto in cui si stava. Il pavimento era in marmo bianco e sulla sua superficie era tracciato in diversi colori un Glifo che Alany non aveva mai visto, ma che era incredibilmente familiare. Dopo un momento si accorse che si trattava della fusione dei quattro Glifi elementali. Se presi singolarmente ed accostati sembravano completamente diversi e contrastanti, ma vedendoli così fusi insieme in un’unità armoniosa si riusciva ad intuirne la maestosità e la perfezione. Il Glifo della terra, quattro sezioni di cerchio messe ad anello attorno ad un cerchio più piccolo al centro e diversi altre sezioni circolari ad intersecarsi con le prime più grandi scendere di dimensioni a spirale verso il centro; ed il Glifo dell’aria: due archi di circonferenza simili al Glifo del fuoco ma che parevano raffigurare la stilizzazione di nuvole sospinte dal vento. L’unione dei quattro Glifi era un’armoniosa rappresentazione formata da un cerchio formato dalle rappresentazioni di nuvole e fiamme al cui esterno si inarcavano quattro punte che andavano verso l’interno a formare due falci di luna che si intrecciavano con due spirali concentriche di tasselli ricurvi. Alany si voltò soggetta ad un’illuminazione, guardò fuori verso la grotta e si rese conto che le formazioni di cristallo ricalcavano i Nodi del Glifo su scala immensamente più grande. Si volse nuovamente verso l’interno, al centro del Glifo vide una parte circolare rialzata al cui interno qualcosa di liquido scintillava di un colore cangiante quanto quello delle pareti del tempio, era lì che avrebbe dovuto immergere la sua lama. I quattro elementali si erano disposti attorno alla polla zampillante ed aspettavano una mossa della ragazza ed Alany esitante mosse i primi passi sul pavimento del tempio, poteva avvertire sulla pelle, nella carne e fin dentro le ossa l’immenso potere di quel luogo, la spada prese a vibrare nel suo fodero e L’elementale della terra parlò per calmarlo, la sua voce era profonda e scandiva con cura le parole, parlava lentamente ponderando sulle parole più appropriate <Calmati! L’incantatrice ha diritto a sapere cosa viene pronunciato in queste mura> L’elementale di fuoco si volse stizzito, dai suoi occhi sprizzavano di fiamme <Ha portato con sé della Materia Primigenia, tu sai meglio di tutti quanto sia pericolosa, specialmente in un luogo come questo! Noi elementali abbiamo combattuto una crociata durata migliaia di anni per sigillare quella cosa ed evitare che portasse il caos nel nostro mondo ed ora un frammento è stato portato qui…> L’elementale dell’acqua prese le difese della ragazza <L’incantatrice non è a conoscenza della nostra storia> L’elementale d’aria prese la parola con una voce simile al soffio del vento tra le foglie di una foresta <La sacca in cui è imprigionata la scheggia di Materia Primigenia è un sigillo adeguato, creato da un mago esperto, non dovremo preoccuparci della sua pericolosità, non finchè non verrà estratta dalla sua prigione> si mosse veloce e fluido verso Alany e pose una sua mano di etere condensato sulla sua fronte <Giovane Alanassori, tu… Hai avuto dei sogni, vero? Sogni in cui ciò che percepisci sembra più reale della realtà, non è così?> Alany annuì <Si tratta di visioni del futuro, o di uno dei futuri possibili, il tempo è spesso misterioso…> <Così come lo sono le vostre profezie> pungolò l’elementale di acqua. L’elementale di aria ritrasse la mano <Il frammento che porta al collo ha ancora un compito da svolgere prima che possa essere sigillato insieme agli altri…> Tutti gli altri elementali chinarono il capo alla dichiarazione del loro compagno e tutti ripresero la loro posizione. Alany recuperò Fece lenti passi verso il centro della stanza, a turno gli elementali cominciarono una litania, quelle eterogenee voci si fondevano in una musica armoniosa come il Glifo tracciato sul pavimento. Proprio quel glifo prese a brillare mentre la litania aumentava di tono ed Alany si avvicinava alla colonna tagliata con sopra la fonte scintillante. Giunta ad un passo da essa la ragazza estrasse la spada, la sua lama prese a cantare insieme alle voci degli elementali, le pareti del tempio, la terra ,l’aria, tutti gli elementali nella grotta e persino i cristalli si unirono a quel canto arcano. L’elsa della spada si mosse nelle mani della ragazza, la sua forma mutò creando un’impugnatura comoda, perfetta per la sua presa, all’incrocio dei bracci dell’elsa si scavarono quattro piccoli castoni per gemme posti sui vertici di un rombo invisibile. La cantilena attraversava la ragazza come la luce del sole attraversa un vetro, si sentiva inondata in quel ritmo e quasi senza rendersene conto unì la sua voce a quelle degli altri… Dall’alba dei tempi noi viviamo Il governo degli elementi Noi siamo i figli ed i padri Fuoco, aria, terra e acqua Alany ondeggiava, quasi fosse in trance, si affacciò alle acque del tempio, una fontana multicolore stupenda e profonda Custodi dell’ordine delle cose Ogni cosa da noi scaturisce Noi siamo i figli ed i padri Aria, terra, acqua e fuoco Prese la spada con entrambe le mani e la alzò sopra la propria testa, la punta diretta verso l’acqua. Termine ultimo e nuovo inizio Ogni cosa a noi ritorna Noi siamo i figli ed i padri Terra, acqua, fuoco e aria I suoi occhi viola brillarono, i capelli furono gonfiati da un vento inesistente, sapeva che ciò che stava facendo era giusto. Al tramonto del mondo Noi ci spegneremo per ultimi Noi siamo i figli ed i padri Acqua, fuoco, aria e terra E così sia. Immerse la lama nelle acque cangianti, un lampo di luce bianca investì l’intera caverna spazzando via ogni ombra, ogni colore ed ogni forma, ogni sensazione abbandonò la ragazza, rimasero solo la luce ed il canto. Thor vide la barriera tremare e spegnersi, era il suo momento, Alanassori ci era riuscita, aveva raggiunto il tempio ed aveva immerso la lama nelle sue acque. Un senso di fierezza per la sua allieva attraversò l’incantatore, ma Thor si scrollò quel pensiero, aveva poco tempo e ne aveva sprecato già abbastanza, la barriera sarebbe stata abbassata solo per qualche minuto. Prese a correre per la lunga rampa di scale tenendosi alla ringhiera per non precipitare o scivolare. Quando giunse al piccolo terrazzo guardò l’oggetto leggendario in tutto il suo splendore: sul piedistallo era riposta In una terra lontana perduta nel tempestoso Mare Settentrionale, una persona rivedeva il resoconto di una battaglia avvenuta la notte prima nell’Isola Minore, nei regni degli umani. Seduto sulla sua comoda poltrona di seta azzurra guardava soddisfatto una sferetta di cristallo utilizzata per immagazzinare dei messaggi. Si era svolto tutto come previsto l?Ordine Scarlatto aveva ricevuto una sconfitta bruciante, ma qualcosa preoccupava l’elfo che sorseggiava un bicchiere di vino rosso. Si trattava di una persona nelle fila nemiche, una donna che rispondeva al nome di Alaister Darkstone, si era rivelata una furia scatenata prima di essere messa fuori combattimento, la descrizione della sua arma e dell’elfo che la seguiva, un’esule del suo popolo, un mezzosangue così legato ad un’umana? No, non era possibile! Un mezzo sangue ed una donna che poteva essere solo quello che in lei meno poteva apparire se non nel suo comportamento. Due fattori imprevisti in un piano perfetto. commenti
  mercoledì, 20 agosto 2008 // Un cuore puro
Thalionwen • 21:37 in : capitolo 17 Fu la voce di Elettra a richiamare dall’oscurità la mente offuscata e confusa di Malinorne di Eireki. Quello infatti aveva perduto i sensi poco dopo esservi trafitto con la lama del suo nemico inerme, per sbaglio. Un orripilante, drammatico, funesto sbaglio: quella lama infatti ancora si ergeva verticalmente poggiata con l’elsa sul pavimento e stretta saldamente nel pugno della carcassa dell’enorme Stuoia, il quale aveva esalato il suo ultimo respiro già da diverso tempo, quando lo sventurato vi cadde inavvertitamente sopra, lasciando le gli trapassasse un fianco, ferendolo senza tuttavia toglierli a sua volta la vita. La voce di Balian riportò la coscienza di Malin da quell’oblio ove era ricaduta in seguito all’emorragia che aveva favorito la profonda ferita al fianco riportata in duello. Una cantilena sincopata e lamentosa, una nenia lenta che non conteneva parole, soltanto suoni lunghi e sottili, come nastri di seta, aveva tenuto compagnia alla mente persa del ragazzo e l’aveva accompagnata indietro, nel mondo dei vivi, dove doveva rimanere ancora. Infatti la ferita di Malin, nonostante la sua profondità, era stata medicata e curata in tempo, abbastanza da evitare al giovane uomo i tribolamenti di una lunga degenza e di una infermità quasi permanente: la sua forza inoltre derivante da una prorompente gioventù aveva fatto sì che i medicamenti facessero subito efficacia e ritardassero la morte per lungo tempo ancora. La mente del ragazzo, tuttavia, non era più parte del suo corpo da giorni, da quando aveva fatto ritorno all’accampamento dell’Ordine in sella a quel cavallo rubato ed in compagnia di quella ragazzina avvolta in cenci sporchi di sangue e acqua di mare; Balian, che aveva a cuore le sorti e la persona di Malin, lo aveva medicato e preso sotto la sua ala benevola, prendendosi cura di lui come di un protetto speciale, e per amore di lui aveva profuso in quelle cure le sue arti elfiche più ataviche al fine di recuperare dal regno dei morti quella mente che il giovanotto aveva lasciato fuggire troppo velocemente. commenti
  giovedì, 07 agosto 2008 // capitolo 16 - una spada per una ragazza?
Alanassori • 10:50 in : capitolo 16 Alany si riprese due ore dopo nella morbida comodità di un letto con materasso di piume e lenzuola di seta, seduta sul bordo del letto la stava osservando Jaina che appena la vide riaversi sorrise ed avvertì subito Thor e le sue “ex-colleghe”. Le donne le si accalcarono intorno apprensive mentre la ragazza tentava di tenerle a bada in modo che Alany potesse aver spazio per respirare. La giovane incantatrice si alzò a sedere e cercò con lo sguardo il suo mentore che se ne stava sorridente dietro la muraglia di donne. Quando l’orda femminea si placò Thor le spiegò all’allieva cos’era successo dopo che era svenuta e che quando ne avrebbero avuto il tempo avrebbero dovuto indagare sull’accaduto e sulla natura del ciondolo che aveva al collo. Ciondolo che adesso era isolato in una piccola sacca di stoffa verde su cui erano disegnate delle rune di protezione, una versione più piccola e permanente della barriera che l’aveva imprigionata e del tutto simile al sacchetto che le aveva dato la ninfa durante Unico neo di quella vicenda è che non avevano il tempo di partecipare ai festeggiamenti, Alany, Thor e Jaina abbandonarono la locanda un’ora dopo con una borsa di viveri offerti dalle donne della locanda e con i loro calorosi saluti. Il viaggio sarebbe durato tutto il giorno e sarebbero giunti alle porte di Nedaria solo dopo il tramonto. Durante il viaggio Alany e Jaina si raccontavano aneddoti della loro infanzia, come quando Alany aveva congelato il cuscino della sedia di un compagno dell’Accademia reo di averla canzonata per le sue orecchie a punta. Dall’altra parte Jaina le raccontava episodi simili, anche se non erano intrisi di misticismo e di magia, ma dell’aria bucolica delle campagne di quell’isola. Thor non prestava attenzione alle loro ciance, anche se a volte recepiva stralci di discorso e sorrideva nel constatare che la sua allieva aveva trovato qualcuno con cui trascorrere le ore di cammino altrimenti silenziose. Così passò anche la pausa di mezzodì, fuori dalla strada di qualche centinaio di metri e all’ombra di un gruppetto di pini. La brezza leggera e fresca portava il profumo dell’erba che si mescolava a quello della resina, mentre i tre gustavano il loro pasto e si riposavano i piedi dopo mezza mattinata di viaggio. Mentre mangiavano, Thor si rivolse ad Alany <Sono contento che tu abbia trovato compagnia, ma ricordati che sei con me per continuare i tuoi studi> e non disse altro per il resto del pasto. Prima di ripartire, Thor fece un giro nella piccola pineta dicendo alle due ragazze di seguirlo e si inginocchiò ai piedi di un cespuglio alto poco meno di un metro. Anche ad un’occhiata frettolosa sarebbe saltato all’occhio che quella pianta era diversa dalle altre: sui rami aveva germogli nuovi che invece di essere del consueto color verde smeraldo avevano una tinta argento ed emettevano bagliori metallici dove i raggi del sole filtravano tra le fronde dei pini. L’incantatore fece cenno alle due ragazze di avvicinarsi, Alany non se lo fece ripetere, era divorata dalla curiosità e rimase meravigliata nel vedere da vicino le foglie di quella pianta. Sembravano lamelle d’argento e le venature parevano in filigrana dello stesso materiale. Al tatto però erano proprio come foglie normali, umide, fresche, e flessibili. <Ecco un’Argentifoglia> disse Thor <E’ usata in diversi incantesimi apposti sugli oggetti, nel libro che ti ho dato troverai anche quello…> raccolse alcuni germogli e li pose in un piccolo astuccio fissato alla sua cintura <Penso che il prossimo volume che ti farò leggere sarà sulla botanica e sui reagenti> Alany rimase un po’ a guardare la pianta, mentre Jaina le aveva detto che sua madre era solita parlare di erbologia e di botanica, ma non l’aveva mai portata con sé nelle sue escursioni alla ricerca di campioni di erbe: la passione per le erbe di sua madre era stata ereditata dal nonno Elfo Silvano. Quando ripartirono il dialogo tra Jaina e la giovane incantatrice verteva attorno al tema di cui parlava il libro che neanche un giorno prima Thor aveva consegnato alla sua allieva. L’incantatore ascoltava la conversazione con più attenzione e a tratti interrompeva l’una o l’altra ragazza per correggere alcune interpretazioni o per spiegare dei concetti non troppo chiari o malinterpretati, o anche solo per dire cosa ne pensava. In conclusione il resto del viaggio parve volare veloce come un falco pellegrino che si lascia cadere in picchiata verso la sua preda in volo. I tre giunsero in vista delle mura della città di Nedaria quando il sole era appena scivolato oltre le cime delle montagne ai lati della valle. Verso il termine della valle le montagne pendici delle montagne si avvicinavano tra di loro creando un’altura sulla cui cima due alte formazioni di roccia lasciavano un corridoio di un centinaio di metri chiuso da un muro di blocchi di pietra squadrati di almeno otto metri di altezza. Al centro di quel muro si apriva una porta in legno di quercia larga cinque metri ed alta altrettanto. Ai due lati il portale era sormontato da due torri con il tetto in legno su cui sventolavano fieri i vessilli della città: due lunghi drappi blu su cui era intessuta un’aquila dalle ali spiegate che tra gli artigli teneva una spada. <Siamo quasi arrivati…> annunciò Thor quando furono all’inizio della salita che conduceva alle porte della città <Tra meno di un’ora potrete riposare in casa mia…> e stancamente i tre si avviarono verso il portone. Quando vi arrivarono le porte erano chiuse e sulle torri ardevano le fiaccole che illuminavano il passo alle sentinelle. Proprio una di esse si accorse alla luce della luna dei tre viandanti e si rivolse a loro con tono irritato chiedendo chi fossero e cosa volessero. La discussione tra Thor e la sentinella durò qualche minuto ed al termine di essa sull’anta sinistra degli imponenti portali di quercia si aprì una porta secondaria che avrebbe lasciato passare solo una persona alla volta. Quando furono entrati altre due sentinelle sbarrarono quell’entrata ed augurarono loro la buona notte. I tre si avviarono lungo il lato dell’ampia strada lastricata illuminata dalle luci che filtravano dalle finestre delle costruzioni che aumentavano in altezza verso il centro, dalla luna e dalle lanterne pubbliche. Nedaria sorgeva incastonata tra le montagne su un altopiano all’incontro della Valle delle Argentifoglie e della Valle del Seldar, attraverso la quale scorreva il fiume omonimo. La pianta della città si dispiegava come un ventaglio che si apriva davanti al palazzo governativo: una costruzione a pianta circolare che si sviluppava su cinque piani con diverse torri e guglie. Davanti al palazzo si estendeva una piazza con le pavimentazioni in marmo ed una fontana al centro, da essa piazza partivano le due strade principali che portavano dritte alle due porte della città. Gli edifici non superavano i tre piani di altezza ed andavano dai più alti vicino alla piazza ai più bassi vicino alle mura. Talvolta nelle vie trasversali si aprivano altre piazze o parchi, sembrava una città ordinata, quasi idilliaca, ma come in ogni cosa Nedaria aveva anche il suo lato oscuro: esistevano nella città e soprattutto nei punti più vicini alle mura, vicoli oscuri e quartieri dove la criminalità era diffusa, anche se gli stretti e continui controlli delle guardie arginavano il problema. Fuori dalle mura era vietato edificare case o altri ripari permanenti, oltre che impossibile per la morfologia del terreno e le trasgressioni erano severamente punite. Thor abitava in una casa a due piani vicino al quartiere commerciale, al pianterreno l’ambiente era diviso in una sala grande in cui si apriva la porta d’ingresso ed una cucina, al piano superiore invece si trovavano due camere da letto ed un bagno. A pochi metri dalla casa si trovava la forgia di proprietà della famiglia Lightbrand, di cui Thor era l’unico esponente ed in cui lavorava Eldor Brownbeard, un nano che Thor aveva conosciuto tempo addietro quando i suoi genitori forgiavano ancora il metallo. La porta della casa era chiusa a chiave e Thor si ricordò di averla consegnata ad Edward quando era partito alla volta dell’Accademia per prendere Alany. Maledisse sé stesso e bestemmiò a bassa voce mentre tentava di ricordare il modo per annullare i sigilli di sicurezza magici che aveva apposto alla casa e che la chiave avrebbe dissolto una volta infilata nella serratura. Alany e Jaina erano esauste e tra uno sbadiglio e l’altro praticamente si tenevano in piedi a vicenda. Per la frustrazione Thor battè il pugno sulla porta e poco dopo sentì il rumore di qualcuno che scendeva le scale, dalle finestre filtrava la luce di una lampada ad olio che si muoveva con la figura bassa e tarchiata che la impugnava. La serratura scattò e la maniglia si abbassò aprendo la porta. Un volto tozzo dal naso grosso e dalla lunga barba e baffi marroni sbucò da dietro l’uscio e strabuzzò gli occhi quando vide il padrone di casa. Una voce profonda e gioviale fece sobbalzare le due ragazze che si erano quasi assopite <Ehi Sbarbato! > il sopranome che Eldor aveva dato al mago <Non ti aspettavo così presto, se lo sapevo ti mettevo tutto a posto!> voltò lo sguardo verso le due ragazze <Non volevi apprendisti e adesso ne hai due? Anche due belle pollastre!> Alany gli avrebbe stampato uno schiaffo sul volto se non fosse stata così stanca. Thor fece le presentazioni e si fece strada in casa sua ed accolse le due ragazze. Era buio, ma Alany riusciva a vedere che la stanza non aveva nemmeno una parvenza di ordine, sperò che la stanza in cui avrebbe dormito non fosse in quelle condizioni. L’uomo fece salire loro le scale ed indicò la stanza degli ospiti ed il bagno e tornò al piano inferiore ad affrontare il nano. Alany sbadigliò e disse alla nuova amica che andava in bagno a darsi una rassettata, si sorprese quando vide che Thor possedeva l’acqua corrente in casa. “Un’invenzione stupenda” pensò Alany mentre si lavava il volto con l’acqua fresca. Jaina invece crollò sul letto leggermente impolverato che occupava gran parte della stanza. Le due ragazze avevano deposto le sacche ai piedi del letto e lo spazio camminabile si era ridotto ad un sentierino di trenta centimetri di larghezza che divideva il letto da un armadio di legno scuro. Alany ritornò dopo un quarto d’ora circa e si sdraiò di fianco a Jaina, le due divisero il letto stringendosi schiena contro schiena per evitare di girarsi e cadere dai bordi. Dopo un’altra mezzora il nano uscì per tornare a casa sua e Thor si stese a dormire sul divano, troppo esausto per salire le scale. L’Indomani Alany si ritrovò stesa sola nel letto, dalla finestra un raggio di sole le colpiva gli occhi, costringendola a coprirsi con il braccio. Ci mise qualche minuto a capire che Jaina non era lì, sbadigliò e si alzò a sedere, si stiracchiò e si mise in piedi. Dalle scale proveniva il rumore di stoviglie che venivano mosse. La ragazza scese le scale per vedere Jaina che stava sgomberando la tavola da tutti gli oggetti che la stavano affollando e Thor che dormiva profondamente su di un divano. Jaina fece segno ad Alany di fare silenzio e di raggiungerla poi le sussurrò <Dammi una mano a riordinare un po’> e le porse una pila di piatti indicandole un credenzino. Alany strabuzzò gli occhi, ma allo sguardo severo dell’amica scrollò le spalle e la assecondò aiutandola a riordinare. Quando ebbero finito era passata un’ora e Thor stava ancora dormendo, la sua allieva si risolse che fosse il momento di svegliarlo e gli sferrò un calcio sui piedi, l’uomo si svegliò lentamente e riprese del tutto coscienza guardacaso solo dopo che Jaina aveva posto sul tavolo la sacca con i viveri della locanda. La ragazza preparò la colazione che tutti e tre gustarono avidamente, durante tutto il pasto Alany guardò torva il suo mentore e l’unica frase che gli rivolse fu <Per oggi va così, ma che non diventi un’abitudine!>. Quando ebbero finito tutti Jaina sgomberò il tavolo e lavò le stoviglie. Alany potè finalmente concedersi il bagno tanto desiderato, si rilassò completamente immersa nell’acqua che riempiva la vasca in ceramica. Mentre si strofinava la pelle con la spugna che era appoggiata sul bordo della vasca sgombrò la sua mente e si concentrò solo sul piacere che le procurava l’acqua e la spugna che la aiutava a togliere il sudore secco vecchio di diversi giorni. Pensò all’Accademia e a Lindy, la sua vecchia compagna di stanza, chissà come se la passava ora senza di lei? Chi le avranno assegnato come nuova compagna? Le mancherò? Queste erano tutte domande che affollarono la sua mente e le diedero la necessità di chiedere a Thor come avrebbe potuto mandarle un messaggio evitando i ritardi intrinseci nei mezzi convenzionali, senza contare pi delle complicazioni della guerra. Uscì dalla vasca con quell’idea in testa ed una volta rivestitasi della sua stanza e gli chiese di insegnarle un modo per mandare dei messaggi all’amica. Il mentore le disse che ci avrebbe pensato dopo e che prima avrebbe dovuto fare qualcosa di molto più importante, finite le rassicurazioni trovò il volume che stava cercando. Non si trattava del volume sulle erbe e gli altri reagenti che si aspettava la ragazza, ma un manuale su come forgiare i metalli magici. Thor aprì il volume al secondo segnalibro che aveva messo e dando una scorsa veloce alle pagine e richiuse il libro, poi rivolto ad Alany <Ti ricordi che ti avevo promesso una spada?> si volse verso la ragazza con espressione fiera e le disse <E’ arrivato il momento di mantenere quella promessa…> Dalla porta fece capolino Jaina che sentendo la conversazione quasi ridacchiò dicendo <Una spada per una donna, anzi, per una ragazza? Non ti pare un po’ insolito?> Alany la guardò interdetta, non si sarebbe aspettata una cosa del genere proprio da lei, Thor invece prese la palla al balzo e rispose divertito <Forse, ma noi maghi non siamo certo tipi comuni> rise e poi condusse la sua allieva fuori dalla casa in direzione della forgia. La ragazza si rese conto di come sembrasse diversa la città di giorno, non che si ricordasse molto di quello che aveva visto nella notte appena trascorsa, ma la cosa la meravigliò molto. I muri di mattoni sembravano foderati di marmo, ma in realtà si trattava solamente di intonaci speciali creati apposta per dare quell’illusione. I muri erano decorati con pitture ed intarsi colorati e sgargianti che richiamavano a motivi floreali o geometrici, a seconda dei gusti dell’occupante. Raramente i muri, almeno in quel quartiere, rimanevano spogli e la maggior parte lo erano perché la casa era disabitata o perché l’intonaco era stato dato da poco. La forgia dei Lightsmith era un edificio non troppo imponente, ma comprendeva un ampio spazio aperto per il lavoro e la fornace ed una parte chiusa adibita come deposito di materiali o di oggetti già lavorati del tutto anche solo in parte, fuori dall’edificio si trovava la legnaia e sul tetto un alto camino già emetteva pennacchi grigi di fumo. Quando i due giunsero davanti al portoncino dello steccato che delimitava il giardino, Eldor smise di lavorare con il fuoco della forgia e li accolse con la sua corroborante esuberanza <Eccoli qui, lo Sbarbato e la sua bambina> Alany per poco non divenne rossa di rabbia <Il fuoco è come mi hai detto, non arrostirti le chiappe mi raccomando!> senza aspettare risposte il nano si fece largo tra loro due e si allontanò, forse diretto alla locanda più vicina. Thor scrollò le spalle sorridendo, dopotutto quel aveva sempre fatto così e a lui piaceva in un qualche modo. Entrata nella sala di lavoro Alany trovò un ambiente molto diverso da come se lo sarebbe aspettato: non vi era nulla che richiamasse la natura del fabbro che possedeva quell’edificio, ovvero nulla di attinente alla magia. Su una rastrelliera si trovavano magli di diverso peso, forma e misura, al loro fianco una piccola catasta di legna per alimentare la fiamma che ardeva sotto la fornace che si trovava dall’altra parte del muro. La forgia si trovava sul lato opposto della rastrelliera, la sua forma ricordava lontanamente una bottiglia conica e con il collo allungato, di fianco ad essa vi era una vasca con quelle che sembravano braci ardenti. Il suono crepitante della legna in fiamme, attutito dalla pietra della fornace, si mescolava al ritmico soffio di due mantici automatici che si muovevano grazie ad un congegno tecnologico ad Alany del tutto sconosciuto. Al centro della stanza si trovavano un bancone da lavoro con vari strumenti per lavorare e rifinite i metalli, nonché diversi stampi, ai piedi del bancone si trovava una voluminosa tinozza di acqua fredda, per quanto fosse possibile mantenere fredda una cosa in quell’ambiente caratterizzato da una temperatura infernale, nonostante vi fosse un solo muro e soffiasse un venticello fresco tipico di certe strade chiuse tra due file di palazzi. Thor si rivolse all’allieva <Ora che siamo qui, dovrai dirmi con che genere di lama ti trovi più a tuo agio> Alany non seppe cosa rispondere e guardò il suo maestro con aria interrogativa, sperando in ulteriori spiegazioni. Thor la condusse nella parte dell’edificio dove teneva le opere completate e la porse davanti ad una rastrelliera di spade e lame delle forme più disparate. La ragazza si sentiva come se fosse tornata al giorno in cui durante Uscendo la mezzelfa diede un’ultima occhiata alla stanza, nonostante fosse scarsamente illuminata, si vedevano il muro destro tappezzato di armi, tra cui spade, lance, alabarde, martelli ed altre armi che la ragazza non sapeva bene come definire, sul muro sinistro erano appese armature e cotte di maglia di ogni foggia ed infine il muro in fondo ospitava degli scudi in varie forme che probabilmente avrebbero ospitato sulla loro superficie dei blasoni, degli stemmi araldici o altro ancora. Si chiese se fosse tutta opera del suo maestro o del nano o se quelli erano anche i frutti di un qualche apprendista. <In tempi di guerra le armi e le armature sono molto richieste> le disse Thor facendola sobbalzare mentre osservava la stanza <Possono anche diventare delle opere d’arte o rappresentare delle sfide per il forgiatore, ma preferirei si dovessero solo forgiare picconi, pale o vomeri per gli aratri> Alany annuì incerta. I due si avvicinarono al bancone da lavoro, Thor aprò dei cassetti che stavano sotto il ripiano e ne estrasse alcune pergamene con sopra gli schemi della lama che Alany aveva scelto, li studiò con attenzione per un attimo e poi li rimise a posto. Mise una mano sulla spalla della ragazza <Se tutto va bene dovrei averla finita per domani a mezzogiorno, poi toccherà a te…> andò verso la rastrelliera dei magli e ne prese uno di medie dimensioni <Torna a casa e tieni a bada quella massaia impazzita di Jaina, ah, ti consiglio di finire di leggere il libro, comprese le appendici è fondamentale per la tua formazione, nella mia camera troverai l’occorrente per scrivere appunti e disegnare, ti servirà, fidati> Alany lasciò il maestro al suo lavoro e si avviò a passi lenti verso la casa di Thor, era più incuriosita dal paesaggio circostante che le appariva così nuovo e pieno di sorprese. Si attardò a guardare un gruppo di bambini che stavano giocando con una palla di cuoio, aveva visto un gioco simile nei giardini dell’Accademia, ma non le era mai interessato molto, aveva sempre preferito giochi di abilità con la magia o giochi di intelletto, anche se per questi non aveva mai abbastanza pazienza da impegnarsi per tutta la partita. Quando rientrò in casa vide Jaina stesa sul divano, teneva un libro sopra la sua testa e sembrava assorta nella lettura. La ragazza vide appagata la sua curiosità quando Jaina le disse che si trattava di un volume sulle leggende legate all’Isola Minore che aveva trovato mentre riordinava la stanza. La ragazza accennò alla giovane incantatrice di una leggenda che narrava di una caverna piena di cristalli e di quelle che parevano creature magiche. <Vorrei proprio vederla se esistesse…> aggiunse Jaina con sguardo sognante, prima di immergersi nuovamente nella lettura. Alany salì le scale ed entrò nella stanza del mentore, sulla scrivania c’erano gli oggetti che Thor le aveva descritto, sospirò, estrasse il volumetto da una tasca della veste e cominciò a studiare. Thor ritornò solo la sera, esausto, sudato e sporco della fuliggine del fuoco della fornace. Non cenò con le sue ospiti, ma si accontentò delle razioni da viaggio che erano rimaste, innaffiate con molta acqua. “A quanto pare, si disse Alany, Il lavoro lo sta prendendo parecchio…” Finita la cena, l’uomo tornò alla sua fornace per continuare il compito che si era prefissato e per far la guardia agli strumenti durante la notte. Andando via portò con sé alcuni viveri e le ragazze intuirono che l’indomani non sarebbe tornato, almeno non per il pranzo. Alany concluse la serata continuando con il libro, così come fece Jaina, dopo però aver sparecchiato. La mattina ed il pomeriggio del giorno seguente trascorsero praticamente nello stesso modo. Alany aveva praticamente terminato il volume e secondo le previsioni di Thor aveva dovuto scarabocchiare alcuni appunti importanti e copiare i disegni presenti sul libro: si trattavano infatti dei simboli utilizzati per incanalare le forze elementari per gli incantesimi. Infatti come recava scritto il libro “…Le energie delle Leyline tendono a seguire delle forme predefinite e tracciate dalle loro proprietà elementali intrinseche. Tali simboli naturali sono stati studiati dai maghi elfici da prima del Grande Scisma ed è tuttora in corso, si è scoperto però che riproducendo artificialmente tali simboli, denominati Glifi, le energie a cui attingono gli incantesimi si comportano in modo più ordinato e controllabile… …Per ogni elemento esistono Glifi specifici utilizzati dai maghi per elaborare gli incantesimi che variano in dimensione e complessità in proporzione delle forze elementali a cui si attinge… …Punti in cui Leyline dominate da diversi elementi si intersecano vengono chiamati nodi, similmente incantesimi che utilizzano diversi elementi sono caratterizzati dalla sovrapposizione dei Glifi caratteristici di tali elementi e nei nodi generati da tale sovrapposizione gli elementi vengono fatti confluire ordinatamente…” Quasi per tutto il giorno Alany si era esercitata prima a disegnare poi a tracciare con le dita i glifi, stando però attenta a non causare disastri lanciando inaspettatamente qualche incantesimo ed al volgere della sera poteva vantare di aver imparato a maneggiare i più semplici glifi mono e bi-elementali, aveva però fatto fatica a ricordare gli intrecci di elementi contrastanti quali fuoco e acqua o aria e terra. Altri studenti avrebbero impiegato settimane se non mesi per fare quello che Alany aveva fatto in un giorno, la ragazza infatti si era sempre dimostrata un prodigio nel cogliere i misteri della magia, anche secondo gli standard elfici. Probabilmente la predisposizione alla magia degli elfi alti e la propensione all’ingegnosità degli umani l’avevano aiutata molto. Quella sera Eldor irruppe nella casa senza bussare ed annunciò ad entrambe <Lo sbarbato vi vuole alla forgia, ha da farvi vedere una cosa… Rimango io qua, non preoccupatevi>. Mentre le due ragazze uscivano dalla porta il nano assestò una manata sulle natiche di Jaina, che di tutta risposta gli diede due forti schiaffi, prima di fritto poi di rovescio, nonostante la pelle coriacea dei nani ad Eldor darebbe rimasta l’impronta arrossata sotto l’ispida barba per almeno qualche ora. Quando le due giunsero alla forgia videro Thor che di schiena lavorava chino a qualcosa, molto probabilmente l’arma di Alany. La ragazza si fece sempre più ansiosa di vedere i risultati del lavoro sfibrante del suo mentore. Aveva il cuore in gola mentre Thor le annunciava che aveva finito la sua parte del lavoro. Le mani della ragazza tremavano di emozione mentre prendeva la spada dalle mani di Thor. La spada aveva una lama sottile e lunga circa sessanta centimetri, il colore era più simile a quello dell’argento che dell’acciaio convenzionale, l’elsa a croce semplice era di colore dorato e dall’interno della sua stretta pareva muoversi e mutare quasi impercettibilmente. Questo si spiegò quando Thor le disse che la spada era stata forgiata in un materiale particolare <…Acciaio arcano, una forma di acciaio dotato di alcune caratteristiche magiche, le argentifoglie erano un ingrediente essenziale per questa lega… La spada muterà la forma dei suoi particolari per rispecchiare chi la impugna, almeno finchè non avrà ricevuto l’imprinting di un padrone, e qui entri in gioco tu Alany. Domani partiremo per la caverna di Ala’Therin> Sentendo quel nome Jaina sussultò e guardò la ragazza con una nota di invidia e di desiderio, si trattava infatti della caverna descritta nel libro di miti che stava leggendo <Lì dovrai raggiungere il santuario interno ed immergere la lama della spada nelle sue acque, lì verrà intrisa delle energie elementali primigenie e diventerà molto più utile per i tuoi incantesimi> si grattò la barba non fatta ed aggiunse sorridendo a Jaina che di rimando arrossì leggermente <Ed ora avrei proprio bisogno di una cena sostanziosa>. commenti
  lunedì, 04 agosto 2008 // capitolo 15 - una goccia in fimme
Alanassori • 21:40 in : capitolo 15 Dopo aver passato un’ora ad elaborare, modificare, levigare e scartare piani si ritrovarono senza nulla in mano e con il morale a terra, fino a che Thor non si rigirò sul letto verso di loro e disse <Il modo più semplice sarebbe comprare la sua libertà…> a quanto pare l’uomo stava solo fingendo di dormire oppure lo avevano svegliato con la loro cospirazione. La prima reazione che ebbe Alany fu quella di sentirsi offesa d quella proposta: sarebbe stato come darla vinta a quell’aguzzino; ma presto dovette cedere, perché quello sembrava l’unico modo pacifico per risolvere la questione. I tre dormirono nella stessa stanza, dividendo lo stesso letto, per non destare sospetti. L’indomani fu Jaina a svegliare gli altri due dicendo che sarebbe dovuta tornare nella sua stanza per la colazione, fortunatamente per lei quella mattina era il suo turno di riposo e non avrebbe dovuto indossare ancora quei… “vestiti” e forse, con la benedizione degli Dei, mai più per il resto della sua vita. Uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle. Alany scrollò il capo per riacquistare più velocemente lucidità e rimettendosi a posto i capelli chiese al mentore <Come intendi comprarla? Non penso tu abbia abbastanza denaro con te e nemmeno io> Thor si stiracchiò e sbadigliò prima di rispondere <Troverò un modo per persuaderlo, anche se la magia è fuori discussione: le leggi dell’Accademia mi vietano di dominare le persone o obbligarle a fare qualcosa> La ragazza aggrottò le sopraciglia <E con l’uomo del carro?> Il maestro sbuffò <Lui è stata un’eccezione: non ha portato danno a nessuno e non ho interferito con nulla, non direttamente almeno> L’allieva sembrava non aver afferrato del tutto la questione, ma smise di insistere e si preparò per scendere nell’atrio per mangiare qualcosa. I due sedettero allo stesso tavolo della sera prima, quella mattina le “cameriere” indossavano abiti decisamente più sobri, l’unica cosa provocante che avevano era la scollatura molto ampia. Fecero colazione con latte di capra, pane fresco e frutti di bosco. Quando andarono al bancone per pagare, si accorsero che l’uomo dietro di esso non era quello della sera scorsa, Thor si rivolse a lui <Ho un affare da proporre all’uomo che ieri sera era al vostro posto, potete dirmi dove trovarlo?> L’uomo dietro il bancone guardò bieco il maestro, il suo sguardo si posò per un momento sulla ragazzina che si portava dietro e sorrise: il sorriso di un mercante di fronte ad un buon affare. Rispose <Edgar, il proprietario, giusto? Nella cantina, sotto la cucina, ma devo dirvi che è in compagnia, quindi se non vuole essere disturbato, dovrete aspettare>. Thor si congedò lasciando una lauta mancia sul bancone e si diresse con la sua allieva verso la cucina e giù per le scale. La cantina si estendeva quasi per lo stesso spazio dell’atrio, ma era in gran parte occupata da barili e bottiglie immerse nell’oscurità quasi totale. Oltre il frastuono della cucina, dall’altra parte della stanza giungevano risate ed il vociare chiassoso di più persone che a quanto pareva si stavano raccontando aneddoti in gran parte volgari o erotici e spesso inverosimili. Dalla direzione di queste voci filtrava la luce giallo rossastra di un gruppo di candele. Cautamente Alany ed il suo maestro si avvicinarono alla luce e svoltando dietro l’ultimo gruppo di botti si trovarono davanti ad un tavolaccio squadrato attorno al quale sedevano cinque uomini dall’espressione poco rassicurante che tenevano tra le mano delle carte da gioco. Sul tavolo si trovavano mucchietti di monete d’oro e d’argento, insieme a boccali e bottiglie di liquori dei nani, molte delle quali erano già vuote. Accortisi dell’intrusione, tre dei cinque uomini si alzarono brandendo un coltello ed accolsero i nuovi venuti con espressione ostile e digrignando i denti come cani rabbiosi. Thor si schiarì la gola e disse <Sono venuto per proporre un affare ad Edgar, mi hanno detto che l’avrei trovato qui…> L’uomo seduto al tavolo e che stava dando loro le spalle alzò la mano ed a quel gesto gli energumeni, ovviamente suoi tirapiedi, abbassarono i loro coltellacci, si voltò poi per guardare il suo interlocutore e gli rispose <Io sono la persona che sta cercando, prego si sieda… Sono sempre pronto a discutere nuovi affari, sperando che siano redditizi> L’uomo ostentava sicurezza, i suoi vestiti elaborati, il taglio preciso della barba e dei capelli corvini ostentavano invece la sua ricchezza, probabilmente era stato un mercante di successo e forse lo era ancora. L’altro uomo che non si era alzato al loro arrivo stava invece seduto dall’altra parte del tavolo, si trattava della persona a cui Thor e la ragazza avevano scroccato il passaggio sul carro, guardava i due come se fosse in preda a un deja vu, Thor però era fiducioso del fatto che seppure trovasse lei ed Alany stranamente familiari, non sarebbe riuscito a ricordare in che circostanza li avesse già incontrati. Uno degli energumeni, vestiti di rozzi completi di cuoio, trascinò uno sgabello dall’oscurità fino al tavolo e lì Thor prese posto, Alany rimase in piedi dietro di lui con lo sguardo vacuo e l’espressione assente e rassegnata, così come avevano deciso quella mattina. Cominciò a parlare Edgar, appoggiando il mento sulle mani puntellandosi con i gomiti sul tavolo <Ditemi, come devo chiamarvi?> L’incantatore sostenne lo sguardo penetrante dell’uomo e ricambiò il suo tono spavaldo <Non vedo che importanza possa avere il mio nome per l’affare che che sto per proporvi, ma… Per il bene della gentilezza, potete chiamarmi Cleon> <D’accordo… Cleon, nome insolito… Ma ditemi: che genere di affare volete propormi?> Edgar non spostò gli occhi da quelli di Thor. Thor dal canto suo decise che era il momento di perdere il duello di sguardi, distolse quindi gli occhi e guardando il mento del suo interlocutore disse <Sono qui per comprare Foglia, immagino sappiate di chi sto parlando> Edgar ghignò e si sporse ancora di più sul tavolo <Deve esservi piaciuta questa notte, eh? E pensare che ormai avevo rinunciato a pensarla come fonte di guadagno…> rise per qualche secondo <Non credo che ve la possiate permettere, a meno che non mi troviate una sostituta> Anche gli altri uomini presenti risero maliziosamente, Edgar passò poi lo sguardo su Alany <La vostra giovane accompagnatrice è di bell’aspetto… Siete interessato ad uno… scambio?> La mezzelfa combatteva duramente contro sé stessa per mantenere il gioco del suo maestro, il suo cuore le martellava nel petto, l’adrenalina cominciava a scorrerle nel sangue ed i suoi muscoli tremavano per lo sforzo della lotta intestina per non incenerire con lo sguardo i presenti, letteralmente parlando. Il maestro scosse la testa <Sono riluttante a separarmi da lei: è una serva fedele e capace, non solo a letto> Alany sussultò. Edgar squadrò ancora la ragazza <Mmm… Se non avete qualcosa da offrirmi, non vedo perché non dovrei farvi cacciare da questa stanza> Gli energumeni incrociarono le braccia sul petto con fare minaccioso. Thor prese in mano il mazzo di carte sul tavolo, ricomposto dal conducente del carro, cominciò a mescolarlo in vari modi mostrando visibile abilità nel maneggiare le carte <Che ne dite di una partita ai tarocchi? Potremmo lasciare che la fortuna e l’abilità decidano l’esito del nostro affare, che ne dite?> L’uomo scosse la testa <Rischierei solo di perderci, a meno che non abbiate un modo per ammorbidire la mia perdita> Thor sorrise, una richiesta del genere era ovvia, affondò la mano nella sua sacca con il denaro e ne estrasse una decina di monete d’oro e le depose sul tavolo a metà tra lui ed Edgar <Questi penso possano bastare, sono suoi nel caso io dovessi vincere> Edgar annuì e dopo un momento di silenzio <Ci serve comunque un terzo giocatore…> lanciando un’occhiata al conducente del carro aggiunse <…E nel caso vincesse, quali sarebbero le sue pretese?> L’uomo, che di nome faceva Barden, rispose <Mi basta poter mostrare alla bambina com’è un vero uomo> Tutti i presenti risero (anche Thor, per continuare la farsa) Alany invece tremava per la rabbia, se non avesse tenuto gli occhi puntati sulle spalle del suo mentore tutti si sarebbero accorti che le sue iridi da viola si erano illuminate di rosso scarlatto come il gioiello tra i suoi seni e come esso nei suoi occhi si poteva vedere l’ombra di una fiamma ardente. Di tanto in tanto sul pavimento di pietra si sentivano dei ticchettii che tutti attribuivano ai topi che correvano da un nascondiglio ad un altro in preda a chissà quale euforia. Alany respirò profondamente e cercò di mettere in atto le lezioni di concentrazione e meditazione, tentò faticosamente a chiudere la sua mente al mondo esterno. Vi riuscì, ma non prima che la sua rabbia amplificata magicamente dai poteri della Goccia fece ribollire silenziosamente il vino in ogni botte, rendendolo un liquido imbevibile, lei fu l’unica ad accorgersene grazie alle sue orecchie da elfa, sorrise tra sè. Alany non aveva esperienza con i giochi di carte e non le fu facile afferrare il regolamento di base, ma per quello che poteva vedere, il suo mentore aveva poche esitazioni e giocava velocemente le sue carte mostrando abilità ed esperienza sia nell’espressione sia nei gesti. La prima partita terminò in pochi minuti e quando segnarono i punteggi, Alany sorrise nel vedere che il maestro era in testa. Il mazzò, ricostituito venne passato a Barden, che mescolò le carte con apparente noncuranza, in realtà stava attentamente valutando come si sarebbero disposte alcune carte chiave, in poche parole stava tentando di truccare il mazzo. Da giocatore esperto quale sembrava essere Thor se ne era accorto, ma decise di stare al loro gioco e non disse nulla: aveva pronto per i due un trucco degno del migliore degli illusionisti. “Sarà difficile farlo senza che se ne accorgano” pensò tra sé il mago in incognito “per fortuna con questi vestiti pensano che io sia una persona comune”. L’uomo incominciò a distribuire le carte una a una, Thor sbirciava ogni carta che riceveva ed una per una le teneva con due dita sulla costa ed una ad una fissava intensamente le carte che prendeva in mano Barden. Era un lavoro di precisione e di rapidità: Thor scambiava istantaneamente ogni carta non di suo gusto con la carta che stava pescando l’uomo. Così l’incantatore si trovò in mano praticamente solo delle spade e degli arcani maggiori: una mano di carte praticamente perfetta; Barden invece emise un grugnito di disappunto vedendo che qualcosa non aveva funzionato. Nella seconda partita Thor ed Edgar giocarono quasi alla pari, mentre Barden tentava di aiutare il mercante al meglio delle possibilità che gli offrivano le sue carte. Al termine della partita Thor era ancora in vantaggio, ma il punteggio di Edgar tallonava il suo di soli due punti. Tutto si sarebbe deciso nella prossima partita e Thor sapeva di dover giocare una partita contro due avversari. Il mazzo passò in mano ad Edgar che lo mise da parte per appoggiarsi con i gomiti sul tavolo e sporgersi verso il suo avversario <Siete sicuro di voler perdere la vostra… “Accompagnatrice”?> sorrise beffardo <Potreste andarvene adesso senza perdere nulla, nemmeno l’onore dato che siete in vantaggio> Sorpreso dalla piega inaspettata degli eventi Thor decise di mostrarsi spavaldo oltremodo e fiducioso delle sue capacità, mentre valutava la situazione <E ditemi, dato che sono in vantaggio, perché dovrei rinunciare alla partita e ad una probabile vittoria?> <Perché io non sono un uomo che ama perdere…> Fece un cenno agli scagnozzi che stavano dietro Alany ed essi la spinsero dietro sgarbatamente ed afferrarono le spalle del suo maestro. Barden si era congedato e se ne era andato nell’indifferenza generale, appropriandosi dei pezzi d’oro messi in palio da Thor. Ormai era ovvio ad entrambi che qualcosa era andato storto, nella mente di Alany si accavallavano febbrilmente delle spiegazioni più o meno verosimili, ma tutto le parve chiaro quando vide il pugnale che Edgar aveva estratto dal fodero che gli pendeva dalla cintura. Si trattava di una lama lunga all’incirca una spanna sulla cui superficie si intrecciavano sigilli e lettere appartenenti al linguaggio della magia, caratteri che ogni mago avrebbe riconosciuto. <Vi ho dato una possibilità di andarvene illesi, ma vedo che l’avete rifiutata…> si alzò dalla sedia brandendo la sua lama e si avvicinò a Thor <Avete fatto male i vostri calcoli, non è vero… Incantatore dell’Accademia?> Thor alzò un sopracciglio sorpreso <Ciò significa che voi siete un Rinnegato, vero?> Un rinnegato era colui che aveva infranto le leggi dell’Accademia e si dava alla macchia per sfuggire al giudizio ed eventualmente alla punizione.
<E voi un Cacciatore, non provate a negarlo, è tutto fiato sprecato> rispose Edgar avvicinandosi alla sua vittima e passandogli la punta della lama sotto il mento, senza però ferirlo <Sei fortunato: non ho l’abitudine di uccidere quelli che vengono a cercarmi> ghignò sadico <Devo dire che però tu sei stato il più originale: nessuno aveva mai imbastito una scusa del genere per avvicinarmi> scoccò un’occhiata ad Alany <Dimmi ragazzina, dove ti ha raccolta questo cane dell’Accademia? Ti ha forse trovata sulle strade di quel patetico villaggio all’imboccatura della Valle delle Argentifoglie> (così infatti veniva chiamata la valle in cui sorgeva la locanda a causa dei comuni cespugli di argentifoglia che crescevano tra i pini) Alany rimase compiaciuta nel constatare che la sua copertura reggeva ancora e non sarebbe stata talmente stolta da far cadere tutto agendo in modo avventato. Abbassò lo sguardo ed assunse un’aria imbarazzata, non rispose a voce, ma annuì. Mentre Edgar continuava a stuzzicare e canzonare il suo prigioniero, che a quanto pareva non sapeva come comportarsi. Toccava a lei risolvere la situazione ed Alany ne sentiva tutto il peso sulle spalle, non sapeva cosa fare e la sua mente vulcanica sembrava adesso spenta dal terrore. Quel terrore che si prova di fronte al mare in tempesta mentre si è relegati un una scialuppa fallata e disperatamente si rema verso la riva, un solo passo falso, un solo errore di calcolo e sarebbe morta, se non peggio. In questo momento di incertezza, la ragazza avvertì qualcosa nei recessi più oscuri della sua mente, una specie di sussurro, anche se non sarebbe possibile tradurlo in una voce mantenendo tutto il significato di quella sensazione. Era più una specie di presenza nascosta ed inquietante, aliena alla mente della mezzelfa, ma che stava comunicando con lei, sembrava bisbigliarle un’idea, che traducendola in parole sarebbe risultata “Usa la nostra rabbia!”. Dapprima Alany non capì, ma dopo un solo istante di contatto con quell’entità, seppe subito cosa fare… Edgar punzecchiava ancora Thor sia con le parole, sia con il pugnale, non lasciava ferite, ma trovava un sadico divertimento nel giocare con il predatore che a sua volta era diventato preda, una preda chiusa in una trappola e resa inoffensiva <Io ho costruito questo posto con le mie forze, non ho asservito nessuno con la magia, nemmeno i gestori della vecchia locanda che ora lavorano per me, e voi dell’Accademia sguinzagliate i vostri segugi rognosi a darmi la caccia. Solo perché ho deciso di vivere la mia vita secondo le mie leggi…> sorrise <All’accademia sono solo dei tiranni e voi Cacciatori siete i loro cagnolini, patetici, siete patetici!> Thor rispose per le rime <La vostra paranoia ha raggiunto dei limiti che non avrei mai immaginato raggiungibili per un essere umano… Forse che vostra madre fosse uno di quei segugi rognosi che tanto disprezzate?> L’uomo fece una smorfia e digrignò i denti visibilmente alterato, fece un cenno con la mano ad uno degli scagnozzi che di risposta affondò le dita tozze nella carne sopra la clavicola di Thor, che emise un grido di dolore. Edgar sentenziò la condanna del mago <Prima avrei rimosso solo i vostri ultimi ricordi, ma adesso… Estrarrò completamente la vostra memoria e vi lascerò vagare per questa valle in balia dei lupi e degli orsi o chissà, potreste anche incontrare un basilisco, ho sentito che sulle montagne ne vivono alcuni…> Alzò il pugnale e pronunciò alcune parole rabbiose nel linguaggio della magia, le iscrizioni sulla lama presero prima a luccicare, poi si infiammarono letteralmente di faville azzurre e la lama stessa divenne trasparente e spettrale come fosse un fantasma o fosse fatta di nebbia lattiginosa. Abbassò il pugnale puntando alla fronte di Thor, ma fermò il suo gesto quando sentì i topi della cantina squittire più forte che mai in preda al terrore e cercare di nascondersi il più presto possibile nelle loro tane, qualcosa non andava per il verso giusto… In quegli istanti Alany, forte del fatto di essere quasi totalmente ignorata dai presenti, aveva chiuso gli occhi ed ondeggiava leggermente nella trance in cuoi si era lasciata cadere. Dietro alle sue palpebre le pupille si infiammarono ancora della rabbia che aveva provato pochi minuti prima. Avvertiva il mondo attraverso la scheggia di cristallo che portava al collo, il suo sguardo cieco vedeva tutto ciò che le stava intorno, non ne vedeva solo la forma, ma anche l’essenza vitale e le forze elementari che attraversavano ognuno in diverse forme e concentrazioni. Dominava la furia che era stata racchiusa nella Goccia solo poco prima ed era pronta a scatenarla su quelli che sarebbero divenuti i suoi carcerieri. I suoi capelli ed il suo mantello si gonfiarono come se un forte vento di bufera soffiasse in quella stanza, l’aria attorno a lei si fece calda e presto cominciò ad ondeggiare come fa nei deserti sotto il sole cocente. I suoi piedi si staccarono dal pavimento e la portarono ad una spanna da esso. Nelle botti il vino riprese ancora a ribollire finchè per la troppa pressione non spezzò le assi di legno inondando il pavimento della cantina con fiotti rosso violacei e bianchi. Sul suo petto riluceva abbagliante Alany osservò le cinque figure colorate e scintillati davanti a lei ed in particolare una delle due più accese: il mago Rinnegato. La ragazza sorrise, un sorriso sadico, folle seguito da una risata ancora più inquietante. Sentì la sua mente scivolare verso la furia che tentava di controllare, ma non se ne curò, alzò le braccia dai fianchi e volse le palme aperte verso i presenti, in un secondo su di esse poggiavano due sfere di fiamme rosse ed arancio che zampillavano minacciose. Dalle sfere partirono quattro lingue di fuoco tre delle quali si abbatterono sui petti degli energumeni bruciando il cuoio delle loro vesti e sbalzandoli violentemente contro i pilastri che reggevano il soffitto, la stanza tremò e dal soffitto caddero piccole nuvolette di polvere, i tre uomini si accasciarono a terra privi di sensi. La quarta scia di fiamme si diresse verso il pugnale, Edgar non fece in tempo a reagire e quando la sua lama fu investita dalle fiamme dovette lasciarla gridando in preda al dolore, la sua pelle era ustionata e l’arma ricadde sul tavolo in un ammasso fumante di metallo fuso. I capelli della ragazza ora ondeggiavano verso l’alto come fossero una fiamma indomabile, fluttuò lentamente verso Edgar mentre lui si ritraeva tentando di intessere un incantesimo di protezione, imitato da Thor. La mente della ragazza era quasi del tutto sfuggita ad ogni controllo, tranne per un piccolo barlume di coscienza che osservava gli eventi senza poter interagire. Il corpo infuocato si avvicinò minacciosamente all’uomo, ormai con le spalle al muro. Il suo viso sfoggiava ancora il sorriso di un folle in preda ad un raptus omicida, le labbra si incresparono e la figura infiammata parlò <Dunque, volevi rendermi una tua schiava?> la sua voce sembrava provenire da tutte le direzioni e rimbombava nelle orecchie di chi la ascoltava <Hai fatto male i tuoi calcoli, perché nessuno, NESSUNO può controllarmi!> La porta della cantina scricchiolò mentre si apriva per lasciar entrare un uomo che portava vesti da viaggio ed una barba ben curata, questo distrasse la furia che stava per avventarsi su Edgar. In quell’istante il Rinnegato tentò un incantesimo, l’unico che forse gli avrebbe salvato la vita: allungò le braccia davanti a sé e dalla punta delle sue dita si estesero dei raggi di luce azzurra che scivolarono su di una superficie invisibile attorno ad Alany, come l’acqua di una cascata che avvolge una pietra sporgente. Una sfera trasparente e luminescente aveva imprigionato la ragazza che si guardava intorno confusa ed infuriata, l’uomo stava continuando ad alimentare la barriera che aveva eretto attorno alla mezzelfa e presto a lui si aggiunsero Thor e l’uomo che era appena entrato. Esso infatti era uno dei Cacciatori dell’Accademia. La furia di Alany crebbe nel vedersi imprigionata, mentre la sua mente cosciente tirò un sospiro di sollievo, ora rimaneva solo il problema di riprendere il controllo e l’unico modo per farlo sarebbe stato sfogare tutti i poteri della Goccia. Sperò che la barriera reggesse e di non ritrovarsi ad essere un pugno di cenere quando avrebbe sfogato tutta la magia contenuta nel suo cristallo. Il bagliore che scaturiva dalla Goccia si fece sempre più intenso, così come le grida della ragazza, dal suo corpo scaturirono fiamme che si abbatterono ad ondate consecutive contro la barriera. I tre maghi stavano faticando molto per mantenerla efficiente e già i segni della stanchezza si facevano vedere sui loro volti concentrati, il sudore imperlava le fronti di tutti e tre ed Edgar cedette alla fatica e cadde svenuto. Alany sentiva l’energia lasciare Ondate di fuoco magico uscivano dal suo corpo per infrangersi sulla barriera come onde di un mare in tempesta che si infrangevano su una scogliera, anche il rumore era simile che si mescolava con i gemiti dei maghi ed il ronzio dei loro incantesimi. Anche il secondo mago cadde svenuto, la barriera vibrò sotto la pressione delle fiamme, si fece sottile, debole e Thor non sarebbe resistito a lungo. commenti
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