il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così) troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!

Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non sbadigliate troppo! ^^

la storia
In corso d'opera!! ^^

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i protagonisti

Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?

Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20 anni.

Sesso: uomo
Razza: Umana 
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione. 

- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi. 

- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un cavallo.

Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita. 

Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza qualunque?

Età: Età adolescenziale, 23 anni.

Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta) 
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione. 

- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia. 

- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano. 

Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori. 

Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa. 

 

le razze

Umani

Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza. 

 

ELFI 

Elfi Alti 

Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze elfiche.

  Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.

  Elfi Silvani 

Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.

  Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi. 

Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia. 

Elfi dei Ghiacci 

Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto. 

Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia. 

 

NANI E GNOMI 

Nani di Montagna 

I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.

  Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.

 Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”. 

Nani di Collina 

I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli. Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno. 

Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno. 

Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita. 

Gnomi

  Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione. 

Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.

 Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro. 

 

MEZZELFI 

Mezzelfi Alti 

I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso. 

Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi. 

Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana. 

Mezzelfi Silvani

  I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono. 

Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti. 

Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.  

 

 
Segnalibro
capitolo 1
capitolo 10
capitolo 11
capitolo 12
capitolo 13
capitolo 14
capitolo 15
capitolo 16
capitolo 17
capitolo 18
capitolo 19
capitolo 2
capitolo 20
capitolo 21
capitolo 22
capitolo 23
capitolo 24
capitolo 25
capitolo 26
capitolo 27
capitolo 3
capitolo 4
capitolo 5
capitolo 6
capitolo 7
capitolo 8
capitolo 9
extra - fumetto


Gli autori
 

Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente impacciata.

 

Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.

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  lunedì, 20 ottobre 2008 // Due specchi ed una sola anima (parte II)
Thalionwen • 21:47
in : capitolo 26


I giorni si susseguivano a bordo della Miranda con regolare cadenza, scanditi solo da quei pochi avvenimenti straordinari che potevano capitare in mare aperto, in pieno inverno, graziati da una bonaccia e da un bel tempo incredibilmente propizi per il viaggio. Tuttavia, col passare dei giorni, la distanza che separava la Miranda da Glacia andava sempre più accorciandosi, e tutti a bordo risentivano di questa stravagante impressione. <E’ come se ci trovassimo sul bordo di un baratro: non sappiamo cosa ci aspetta laggiù.> dichiaravano i marinai chiacchierando tra loro. I passeggeri da qualche tempo si mostravano sempre con maggior frequenta sul ponte principale del vascello e la ragazza elfica si accompagnava ad una seconda ragazza che Malin quanto Alaister avevano notato appena. La cosa che più attirava l’attenzione dei due Cavalieri era l’accompagnatore della ragazza, un uomo alto e dall’aspetto tetro, un uomo che a vederlo semplicemente non dava l’idea d’essere uno stregone dell’Accademia. Quando Alaister lo scorse per la prima volta dentro di sé annusò come un segugio ciò che le apparenze forvianti di quell’uomo nascondevano della sua reale natura. Tuttavia non gli diede maggior peso di quanto ne attribuisse alla ragazza elfica: lei proprio non riusciva a guardarla con naturalezza pensando a lei solo ed esclusivamente come una maga dell’Accademia.
Malin lavorava e lavorava come di consueto ed il suo cuore era stranamente tranquillo. Il marchio disegnato dall’ombra attorno al suo occhio destro si inspessiva e disegnava or ora un intrico fitto di pittogrammi che parevano dipinti sulla sua pelle con l’inchiostro, come un tatuaggio. Se all’inizio quella bruttura appariva più che altro come una cicatrice da ustione, ora assomigliava più ad un vero e proprio sigillo: a Malin non importava, ma Alaister squadrava quel segno con sospetto ed angoscia, temendo in cuor suo qualche cosa che intuiva ma che non era ancora riuscita a spiegare nemmeno a se stessa.
Così il viaggio continuò in tranquillità, sino ad una mattina nella quale il marinaio di vedetta annunciò, appena il sole sorse, di aver avvistato all’orizzonte in direzione di prua le spiagge ghiacciate del continente di Glacia. Alla notizia, i presenti sul ponte ebbero un fremito e corsero lesti ad annunciare la notizia a coloro che non l’avevano ancora udita. Persino il capitano si complimentò, dentro di sé prima di tutto con se stesso, poi con il suo equipaggio, per l’ottima attraversata e per la fortuna a loro riservata dal mare durante quel periglioso viaggio all’avventura. Tuttavia, la ragazza elfica squadrava l’orizzonte dal parapetto della nave con circospezione e sgomento. Nel suo sguardo si leggeva preoccupazione, ansia, disagio: era comunque brava a dissimulare quei suoi stati d’animo, tanto che se non fosse stato per l’atteggiamento spasmodico con il quale stringeva al petto le sue mani chiuse a pugno, quasi a volersi aggrappare a qualche cosa che però non era dato di vedere, non si sarebbe detto che l’animo di quella graziosa creatura sarebbe stato tanto turbato.
Malin, mentre con spirito attento controllava come ogni mattina la qualità delle funi presenti sul ponte principale, incappò per caso, nonostante tutto senza volerlo, nella figura della giovane maga tutta sola in apprensione accanto al parapetto della Miranda. Il ragazzo, a capo chino, urtò con ingenuità e desolazione il fianco della giovane la quale, distogliendosi dal suo scrutare lontano, posò lo sguardo su chi l’aveva toccata, e trasalì nel vedere una testa bionda e scompigliata ondeggiare all’altezza del suo petto, tanto che ne ebbe improvviso timore e con gesto riflesso sciolse una mano dalla stretta in cui la serrava per rifilare all’avventato sconosciuto un ceffone diretto e teso. Malin lo ricevette tutto, non immaginò neppure quale reazione poteva aver escogitato la mente di colei che aveva sfiorato, così rovinò in terra spaesato con la guancia dolorante ed i grandi occhi colorati spalancati su quella figura che solo ora, da seduto sulle assi di legno ruvide e vecchie della Miranda, riconosceva con stupore.
<Perdonatemi…> balbettò allora il giovane Cavaliere, portandosi una mano al viso per il dolore che lo schiaffo gli aveva procurato <…è che non vi avevo vista. Se solo mi fossi accorto di voi, vi avrei evitata. Sono stato uno sciocco…> continuava a scusarsi Malin, e la ragazza lo guardava con sguardo fisso ed attento, quasi si fosse stupita dell’aspetto del marinaio e lo tesse indagando con attenzione e dedizione. <Non fa niente.> sibilò la voce chiara e gentile della ragazza la quale, di tutta risposta, propose la mano con la quale aveva offeso Malin per aiutarlo a rialzarsi in piedi <Sono io che devo scusarmi: purtroppo, coi tempi che corrono, noi giovani donne dobbiamo farci crudeli e spietate con chi sospettiamo ci avvicini con cattive intenzioni. Per un momento, ho pensato a te come ad un pervertito: poi ora ti guardo, e riconosco il tuo viso.> spiegò la ragazza. Lei allora sorrise e Malin, incredulo, accettò il suo aiuto per rialzarsi sulle proprie gambe. <Vi ringrazio.> s’inchinò il giovanotto, indi la curiosità lo colse e domandò <Ma come mai dite di avermi riconosciuto? Non ci siamo mai parlati prima d’ora.>. La ragazza allora sorrise dolcemente, muovendo lentamente e con grazia squisita gli angoli della bocca, piegando piacevolmente l’arco sinuoso delle sue labbra fresche e gentili. <I tuoi occhi, li ho visti la sera della festa. Erano due macchie colorate perse tra la folla, ma talmente stravaganti da meritare di essere notati anche attraverso la folla che c’era quella sera. Poi ora ti vedo dinnanzi a me e scopro che due occhi tanto strani dimorano sullo stesso viso: si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma se fosse davvero così, tu avresti due specchi diversi per accedere ad un’anima sola. O forse, le anime sono due…> spiegò la ragazza, e mentre parlava faceva danzare i suoi grandi occhi ametista come gioielli spudoratamente esibiti, tanto belli da far invidia. Malin allora sorrise imbarazzato, ed rispose <Parlate di cose che io non comprendo. Io, vedete, sono nato così.><Allora sei nato fortunato.> aggiunse prontamente lei.
<Ah, non mi sono presentato. Il mio nome è Malin.>
<Sarei scortese se ora non ti dicessi il mio. Chiamami Alany.>
Alaister assisteva alla chiacchierata tra i due giovani poggiata con le spalle all’albero maestro. Qualche cosa dentro di lei bruciava ogni qual volta Alany sorrideva e Malin rispondeva a quel sorriso con un sorriso a sua volta. Tuttavia non riusciva a staccare gli occhi da quella visione: avrebbe voluto cavarseli con le proprie mani, per potersi sottrarre ad un simile spettacolo.
Ad un tratto, però, la Miranda prese ad oscillare visibilmente tanto che molti dei presenti sul ponte dovettero assicurarsi a qualche cosa di rigido e saldo per rimanere diritti in piedi. Chi era di vedetta lanciò un fischio penetrante, e gridò qualche cosa che un vento improvvisamente teso e feroce celò alle orecchie degli altri marinai. Il cielo allora prese a scurirsi ed a riempirsi di nubi scure, cariche di neve e grandine. Il gelo s’infittì, le onde si fecero alte e sfrontate: il capitano Sealweed fece allora la sua comparsa dall’alto del ponte del timone e con l’espressione di chi non crede ai propri occhi puntò lo sguardo dinnanzi a sé senza più riuscire a distoglierlo.
Una creatura grande quanto quattro volte la Miranda e sollevata sui flutti in tempesta almeno due volte tanto svettava sovrastando l’imbarcazione che a suo confronto pareva un povero guscio di noce squassato dalle onde e lasciato a galleggiare alla deriva. Alaister scattò repentinamente in direzione di Malin e lo ghermì per un braccio, senza nemmeno badare ad Alany che per non rovinare sulle assi del ponte si teneva stretta al parapetto dei legno della nave. <Ma.. che cos’è?> domandò allora il ragazzo costretto a gridare per farsi udire tra i fischi del vento fattosi teso e potente ed i rombi dei flutti che s’infrangevano sui fianchi del veliero. Alaister allora lanciò uno sguardo allarmato al giovane e gridò in risposta <E’ la fine, ragazzo! Il nostro viaggio per Glacia termina qui!><No, non termina qui!> sibilò la voce sonora della ragazza elfica, la quale aveva ascoltato quello che Alaister aveva detto al compagno <E’ necessario raggiungere il continente ghiacciato. Io stessa eliminerò questa bestia dalla nostra strada. State a vedere. Posso farlo.><No, Alany!> le gridò allora Malin, scrollandosi di dosso con un gesto repentino la maestra aggrappatasi ad un suo braccio <E’ pericoloso! Alaister ha ragione! E’ la fine!>. La giovane guerriera allora lanciò uno sguardo velenoso al ragazzo per aver pronunciato il suo nome dinnanzi ad una sconosciuta che, tra le altre cose, non le andava molto a genio e la giovane elfa mutò il suo cordiale sorriso in un’espressione di assoluta determinazione. Tuttavia, prima che lei potesse aggiungere qualche cosa, la Miranda virò bruscamente e chi si trovava in piedi sul ponte rovinò dolorosamente sulle sue assi scivolando per tutta la sua lunghezza. Alcuni dei marinai che non si erano preparati caddero direttamente nei flutti scossi e riscossi del mare in tempesta, altri si salvarono da quella sorte ferendosi tuttavia gravemente.
La bestia che si era palesata poco prima ora ghermiva la nave con il suo corpo sinuoso, da serpente, e stritolava nelle sue spire il legno vecchio e macilento della splendida Miranda. Le grosse squame della creatura rilucevano della tetra luce che filtrava tra le nubi della tempesta e schiantavano come metallo che s’infrange su altro metallo ogni qual volta la bestia sfiorava con la punta pinnata della coda parte di se stessa. Un ruggito forte allora si levò nell’aria e la si sentì vibrare come la corda di uno strumento musicale; rantoli e borbottii seguirono il ruggito, schianti di legno che cedeva e grida di persone che si ferivano entro e fuori la pancia cava della Miranda.
Una testa maestosa ed irta di denti svettava sull’albero maestro quasi a voler coordinare solo con lo sguardo l’azione distruttiva di quelle spire che la bestia stessa avvolgeva attorno all’imbarcazione. Una cresta di membrane colore del ghiaccio incorniciava il capo triangolare e terribile della creatura, la quale spalancava le fauci regolari e tetre cosparse di denti affilati e percorse, in continuazione, da una lingua lesta e sottile.
Rochi borbottii e ruggiti simili al clangore del metallo battuto dal martello spezzavano l’aria e l’udito degli sventurati che avevano la sfortuna di trovarsi troppo vicino alle fauci della creatura. Malin, che era scivolato assieme agli altri in fondo al ponte spezzato della Miranda, ponderava velocemente sul da farsi riflettendo al contempo su ciò che Alany aveva promesso di fare. <Non vi lascio andare da sola. Verrò con voi.> sentenziò allora il giovane, volgendosi in direzione di dove si trovava riversa e confusa la giovane donna elfica. Lei allora mosse il capo dolorante, avendolo battuto forte contro il legno increspatosi dell’imbarcazione, e negò categoricamente l’offerta del giovane. <No, non è il caso. Io sono una maga, io uso la magia! Tu sei solo un marinaio… pensa a salvare la pelle!> suggeriva lei, mentre tra uno scossone e l’altro tentava di ergersi sulle proprie gambe. Allora Malin prese coraggio e, alzandosi a sua volta con un gesto rapido e inaspettato, ghermì l’avambraccio della ragazza attirando la sua attenzione. <Voi siete una maga, e fate dei buoni incantesimi… ma io non sono un marinaio. Mentre voi intessete le vostre magie, io vi copro le spalle.> si risolse allora, e lesto in breve scomparve negli alloggi che ancora erano rimasti intatti, indi per cui praticabili.
La bestia strinse di più le sue spire attorno all’imbarcazione, e questa cedette ancora tanto che molto del legno che componeva le sue fiancate finì presto divorato dai flutti del mare. Molti dell’equipaggio rovinarono in acqua e lo stesso capitano Sealweed perse la presa del timone, scivolando inesorabilmente tra le onde della tempesta, assai lontano dalle fauci della belva. Inutile dire che molti altri, contrariamente a lui, anziché il mare sfortunatamente incontrarono i denti aguzzi del mostro, e per loro non vi fu via scampo.
Negli alloggi, ove l’acqua del mare lesta occupava ogni anfratto vuoto sino a raggiungere l’altezza della caviglia del ragazzo, falle su falle lasciavano imbarcare acqua salmastra tinta di rosso sangue ed azzurro cobalto. La sua temperatura era glaciale, tanto che Malin poteva avvertirla fredda attraverso la spessa imbottitura dei suoi stivali, ed i brividi presto presero a pervaderlo con l’irruenza di una pioggia inaspettata. Da fuori, giungevano le grida di disperazione di coloro che tentavano di aver salva la vita gettandosi a mare o contrastando a mani nude il mostro, decretando il proprio ed altrui fallimento con una morte straziante ed inimmaginabile. <Dove stai andando?> sopraggiunse ad un tratto la voce carica e tonante di Alaister, la quale se ne stava ferma immobile a metà del corridoio principale degli alloggi, coi capelli scarmigliati e le trecce lunghe e scomposte che le ricadevano come stoppie incendiate sulle spalle scoraggiate. Malin, quando la vide, accennò un lesto inchino di rispetto, ma non le volle rispondere. Con caparbietà ed impossessatosi di una fretta per lui innaturale, imboccò la porticina dell’alloggio che condivideva con la maestra. Cercava la sua spada, all’interno del suo bagaglio: gli serviva al più presto, per dare manforte ad Alany che sconsideratamente, dal suo punto di vista, desiderava affrontare il mostro marino tutto da sola. Alaister però montava su tutte le furie in quel mentre, per ciò che Malin le aveva fatto sul ponte quando lui si scrollò di dosso lei per correre incontro alla ragazzina elfica. <E’ per lei che cerchi la spada che IO ti ho regalato?> volle sapere ancora la giovane donna, e così inquisendo afferrò con crudeltà la spalla del ragazzo strattonandolo all’indietro nell’intento di fargli perdere del tempo <Vai ad affrontare il Naga tutto solo assieme alla tua fidanzatina?> rincarava la dose, senza preoccuparsi di non apparire subdola o meschina, senza dare peso al fatto che così facendo metteva a nudo la propria gelosia nei confronti della giovane donna elfica. <Lasciatemi andare, signore> rispose allora il ragazzo <Alany ha bisogno di aiuto, ed io glielo voglio offrire. Da sola si farà ammazzare. Voi non volete combattere… contro quella bestia? Volete farvi ammazzare senza muovere un dito?> domandò quindi Malin, una volta trovata la spada e tornando lesto sui suoi passi dopo essere sfuggito alla collera della maestra. Alaister, con lo sguardo carico di una furia che non era più umana, prese a tingere i suoi occhi fiammanti di un nero cupo come la notte. <Il Naga vi ingoierà in un sol boccone, entrambi! Lo fa con i draghi, perché credi che con voi sarà diverso? La tua spada gli farà solo solletico, e la magia di quella strega gli darà solo un leggero mal di testa.> sbottò allora al colmo dell’ira la giovane donna. D’un tratto, a Malin parve le la barca avesse smesso di ondeggiare e che il freddo dell’acqua ghiacciata fosse scomparso. Tutt’attorno a sé prese a brillare un calore strano ed innaturale, così tetro e rassicurante al tempo stesso da confonderlo nelle azioni e nei pensieri. Dinnanzi a sé, Alaister avanzava a passo sicuro in sua direzione, coi capelli che ad ogni movimento si liberavano dalla costrizione delle trecce e prendevano a spargersi come una cascata di lingue di fuoco sulle sue spalle e sul suo petto, ora fiero e issato come quello di una belva in vanto. Sul viso di lei, simboli scuri e vergati come con l’inchiostro presero a manifestarsi; Malin li riconobbe come quelli che vide quella volta che si prese cura della maestra di ritorno dalla battaglia sull’isola Minore di Imarna. Il ragazzo allora sgranò gli occhi su di lei, ed il sigillo attorno al suo occhio destro prese a pulsare ed a ferirgli la pelle. D’un tratto, chiudendo gli occhi per riflesso, quando gli riaperse con l’occhio offeso vide in Alaister qualche cosa che non aveva mai neppure immaginato.
<Vieni con me ed abbandona questi stupidi, che colino a picco con la loro bagnarola. Porteremo a termine la missione e raggiungeremo Glacia per conto nostro. Anche se i maghi dell’Accademia muoiono qui, ora, non importa. Vieni con me, Malin. Non essere stupido!> ruggì una voce che non aveva più nulla di umano, tanto meno di femminile. Il ragazzo fissava attonito la maestra dinnanzi a sé con le sue consuete sembianze di donna avvenente e slanciata. Tuttavia, se socchiudeva l’occhio sinistro lasciando sollevata solo la palpebra destra, ecco che la sua natura mutava ed Alaister smetteva di essere una bella donna e si tramutava in un grande rettile dal collo arcuato e le fauci fiammanti. Il ragazzo così, preso dallo sconforto, diede le spalle alla maestra e celermente fuggì dal corridoio angusto ed oramai invaso dall’acqua degli alloggi. Stringeva forte a sé la sua spada, e non si voltava mai indietro. Lasciò Alaister e quella visione per lui mostruosa laggiù, dove il mare rivendicava per sé lo spazio cavo del ventre della Miranda. Quando il ragazzo riconquistò l’aria e la furia del mostro marino, uno schianto s’avvertì per tutta la lunghezza del vascello: la poppa cedette come se fosse esplosa ed un ombra fiammante si librò nell’aria allontanandosi dal relitto oramai inghiottito nei flutti. Malin non volle neppure guardare quello strano avvenimento, cosa che invece i maghi dell’Accademia fecero e che Alany fissò con estrema sorpresa, senza però prestare ad esso un attenzione maggiore del battito d’ala di una farfalla.
Il Naga, il mostro marino che attaccava la Miranda e si avviluppava come un amante al relitto del mercantile, aveva fatto strage dei marinai e quei pochi che sopravvivevano si erano nascosti ove il ponte si era spezzato a metà e le assi di legno erette offrivano loro protezione dal mostro. Alany se ne stava inginocchiata con le mani strette a pugno sul petto e lo sguardo basso, e pareva che stesse pregando. <Forza ragazzo, datti da fare.> tuonò un uomo alto ed imponente, quel compagno di viaggio che la ragazza aveva portato con sé. Malin allora annuì e, portandosi vicino alla maga, gli poggiò una mano sulla spalla. <Quando vuoi.> le gridò. Lei allora sollevò lo sguardo ed i suoi grandi occhi color dell’ametista brillarono come di vita propria.
La testa tentata e crestata dell’animale sovrastava il piccolo gruppo di naufraghi alla ricerca dell’angolazione migliore per fare di loro un sol boccone senza ferirsi nell’impresa: gli occhi scuri e guizzanti della bestia scrutavano con essenziale e brutale attenzione i movimenti di coloro che erano rimasti sul relitto della Miranda. Poi d’improvviso uno schianto inaspettato fece del vascello due relitti distinti: il corpo del mostro sprofondò un poco aggrappandosi a quella parte di nave che ospitava i rimasti per lasciare andare il brandello spezzatosi sotto la pressione delle sue spire. In quel momento, il mostro si distrasse occupandosi di rimanere ancorato al suo futuro pasto, presentando alla spada snudata del Cavaliere di Eireki l’occasione migliore per il primo affondo.
Malin balzò con agilità felina dal ponte spezzato della Miranda tenendo la propria lama issata al di sopra della testa, come gli aveva insegnato Alaister tanto tempo prima. Il primo fendente colpì in pieno la pelle squamosa della belva, ma lo ferì di poco: le squame del Naga, infatti, non solo risuonavano come metallo, ma erano resistenti al pari di questo. <Continua così, ragazzo! Datti da fare!> continuava ad incitare quell’uomo, il compagno di Alany, mentre con cura paterna stringeva a sé la seconda ragazza compagna dell’elfa. Il Cavaliere, tuttavia, dava poco peso alle parole di chi stava proteggendo, e senza tregua concatenava affondi e fendenti sulla pelle del mostro senza sortire il benché minimo risultato. Il mostro, di tutta risposta, s’innervosiva e tentava con la coda pinnata di scacciare quel moscerino che gli dava il solletico: ad ogni movimento di quell’estremità, Malin era costretto a cedere terreno ed a fuggire dall’ira della creatura se non voleva scivolare in mare come era già successo ad alcuni dei sopravvissuti.
Poi, ad un tratto, qualche cosa cambiò: la spada stretta nel suo pugno vibrò e sfavillò come se avesse brillato di luce propria. <Ragazzo, colpisci il mostro adesso! Forse con questa modifica il tuo fendente potrebbe rivelarsi più efficace!> tuonò ancora l’uomo dalle sue spalle, celato e ben protetto da quelle assi di legno irte e taglienti. Malin allora lanciò un’occhiata alla sua spada e la vide diversa: delle linee brillanti e semplici, come disegni ed intagli diritti e precisi, s’inerpicavano dall’elsa fino alla punta della lama, scendendo dalla propria mano, quindi dal polso e dal braccio, dalla spalla fin dietro la propria schiena. Indi si voltò si spalle, e vide quelle linee continuare sino a nascondersi dietro le assi di legno del riparo dei maghi e degli altri superstiti. Ora si sentiva più forte, la magia lo aiutava. Lanciò uno sguardo al Naga e per un pelo non rischiò di venire ingoiato dalle sue fauci orrende e spalancate: quelle linee pulsanti di magia lo aveva sottratto ad una fine ingloriosa come i fili muovono gli arti dei burattini.
Il mostro si riprese subito dal morso mancato e, al colmo dell’ira, subito localizzò nuovamente la sua gustosa preda: gli occhi suoi di ghiaccio ed oscurità vibrarono, segno del fatto che qualche cosa era scattato nella mente del Naga.
Quello che rimaneva della Miranda affondava velocemente, trascinato negli abissi dal peso del mostro che vi stava avvinghiato nell’intento di consumare la sua cena. Malin stava a stento in equilibrio su quelle assi scivolose e spezzate, pericolose. Ad ogni nuova onda il relitto danzava e oscillava, ed il ragazzo mancava il fendente o l’affondo a causa dell’instabilità del terreno di battaglia.
Infine, l’orrido serpente marino poggiò con il corpo su ciò che rimaneva del ponte e portò la sua testa pinnata al di sopra di quella di Malin. Con le fauci spalancate, tra ruggiti e mugolii rauchi, il ragazzo poteva sentire proiettato su di sé il maleodorante puzzo dell’alito del mostro. L’oscurità che albergava nella gola del Naga era inquietante, ed i suoi occhi altrettanto tetri fissavano la lama luccicante del Cavaliere con la brama di coloro che desiderano qualche cosa tanto da non saper più pensare ad altro. Quella era il momento giusto: la gola del mostro stava proprio sopra la testa del ragazzo, e mai occasione migliore di sarebbe presentata per uccidere la bestia e concludere così quella spiacevole avventura per mare.
Malin prese coraggio e caricò l’affondo dal basso, portando la punta della sua spada potenziata e resa più affilata dalla magia che sicuramente stava intessendo Alany in verticale rispetto all’elsa che stringeva forte nel pugno. Fece dunque un sospiro profondo e, mentre il mostro lo guardava dall’alto con l’intento di calare su di lui a fauci spalancate, il ragazzo rivedeva dinnanzi a sé tutta la sua intera esistenza. La morte del Naga era così vicina, a portata di mano: tanto vicina, quanto lo erano per lui le porte dell’aldilà.
Il mostrò non aspettò oltre: quando vide che la sua preda non fuggiva, tanto meno tentava di farlo, non attese oltre e piombò su di esso coi denti irti e la lingua sinuosa tesa, pronto a divorare Malin in un sol boccone. Il ragazzo, preso il coraggio a due mani, aspettò che il mostro calasse la testa da solo, avendola issata troppo in alto perché vi potesse giungere con un balzo o con le proprie forze; quando però il Naga serrò le fauci attorno al Cavaliere, la lama della sua spada gli trafisse la gola ed il mostro ebbe un fremito di disappunto e terrore. Un fiotto di sangue nero, macchiando quello che rimaneva del ponte della Miranda, prese a zampillare cospicuamente da quello squarcio che la spada del ragazzo aveva aperto nella gola della bestia. Il corpo della creatura allora, squassato dagli spasmi di una morte che prendeva il posto della vita, scivolò tutto d’un fiato nei flutti del mare in tumulto. Anche la testa del mostro andò col resto della carcassa. Malin tuttavia rimase intrappolato nelle fauci del mostro, anche quando questo scomparve nelle profondità del mare di Glacia.
Poco tempo dopo la scomparsa del mostro, la tempesta si placò e le coste brillanti del continente di ghiaccio si mostrarono tanto vicine alla nave naufragata che i supersiti gioirono nell’immaginare di poter sopravvivere fino a giungere a riva per riposare. Laggiù infatti, come macchioline all’orizzonte, già si potevano contare alcuni superstiti i quali avevano raggiunto a nuoto, per fortuna più che per volontà, le coste del continente ed attendevano con gioia l’arrivo di coloro che erano sopravvissuti a bordo del relitto. Tra di loro, ad attendere, vi era anche il capitano Sealweed, sopravvissuto con orgoglio ed amarezza alla scomparsa della sua Miranda.
Alany e gli altri giunsero in salvo, anche se scossi, alle coste del continente di Glacia. Le altre due navi del convoglio si salvarono dalla furia del Naga, e poterono scaricare all’avamposto segnalato a Malin ed Alaister le provviste e tutto ciò che il capitano Sealweed aveva ricevuto ordine di consegnare laggiù. Tuttavia di Malin, come di Alaister, non vi era traccia tra i superstiti.
Alany una volta giunta sulla riva, li cercò  entrambi, ma di loro non vi era traccia.



(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  lunedì, 20 ottobre 2008 // Due specchi ed una sola anima (parte I)
Thalionwen • 21:45
in : capitolo 26


I giorni seguenti la partenza della Miranda dal porto di Sestia furono di ciel sereno e venti propizi. Il lavoro effettivo che la ciurma doveva adoperarsi a sbrigare a bordo del mercantile era praticamente minimo: i venti membri dell’equipaggio si davano il cambio ogni quattro ore spostandosi senza fretta dal ponte alla stiva, dagli alloggi per il riposo alla mensa. La notte, poi, il lavoro diminuiva ancor più drasticamente: i mozzi spazzolavano con la forza delle braccia le dure e scheggiate assi di legno del ponte principale mentre il capitano, i passeggeri dell’Accademia ed il resto della ciurma consumavano la loro cena alla luce delle lampade ad olio.
Alaister e Malin  furono accolti come braccia di bassa lega sulla maestosa Miranda. Il capitano Fistal Sealweed quando li vide salire a bordo dal pontile del porto affollato si persuase del fatto che avessero sbagliato imbarcazione. Tuttavia i due nuovi marinai confermarono che erano stati esplicitamente destinati alla Miranda ed alla sua flotta dalle autorità portuali, così macchinò Alaister prendendo sempre la parola prima del compagno impedendogli così di dire qualche cosa che potesse mandare a monte i piani, e siccome a bordo delle altre due navi del convoglio l’equipaggio era già completo chi di dovere aveva inviato le nuove braccia proprio al capitano Sealweed. Tra un fiotto di maldicenze e qualche sputo di scaramanzia, il capitano volle servirsi di quell’inaspettato “dono” nella maniera più banale possibile, così volle che quel tale Gaethan e suo fratello Malin si occupassero solo ed esclusivamente del lavoro più bruto e degradante possibile, ovvero di pulire il ponte la notte con le proprie mani “inginocchiati come i servi che erano sulle loro ossute ginocchia”. <E se finite in fretta di sfregare con lo straccio questo lurido pavimento di legno, non temete: per voi c’è da passare anche il corridoio che porta agli alloggi ed una volta ogni tre giorni potrete dedicarvi alla stiva ed alla cambusa.> così decretò il capitano il primo giorno di arruolamento dei due, e così fu per loro con scadenza regolare per quei giorni che seguirono la partenza dal porto di Sestia.
La notte era particolarmente limpida e fredda, in quel mare sconosciuto. Malin, che era assolutamente impermeabile alla fatica ed alle condizioni atmosferiche, sfidava il gelo dell’inverno immergendo tutto il braccio, assieme allo straccio, nel secchio dell’acqua saponata tutte le volte che doveva lavare il panno da passare sul ponte per pulirlo. Alaister, dal canto suo, lasciava a Malin gran parte del lavoro stringendosi nel suo cappottino di pelliccia e pelle temendo con disappunto le fredde notti di stelle limpide e splendenti durante le quali lei ed il giovane Cavaliere erano costretti a quell’ingrata mansione. <Inizio a credere che Lanchaster avrebbe potuto escogitare qualche cosa di diverso da questo per farci imbarcare su questa stupida nave.> brontolava Alaister quella notte, battendo con rabbia e disgusto il pugno sul parapetto spesso del ponte, ma Malin non dava troppo peso a quei suoi capricci e continuava imperterrito a lavorare, quasi come avesse provato un particolare gusto nel farlo. <Il lavoro nobilita l’uomo.> rispondeva allora lui, continuando a sfregare le assi scricchiolanti del pavimento con la forza di un leone e la dedizione di un santo. <Ma chi ti insegna queste sciocchezze?> volle sapere allora lei e Malin, alzando lo sguardo appannato in direzione della maestra, sorrise dicendo <Me lo ha detto Balian. Lui è una creatura molto saggia.>.
I giorni passarono in fretta, tutto sommato, ed il sole splendeva tutte le mattine a destra dell’imbarcazione per tuffarsi nel mare alla sua sinistra. La prua della Miranda puntava il nord senza distogliersi da quella meta nemmeno per errore. Al timone, il capitano governava la sua nave con costanza e polso fermo, lanciando di tanto in tanto il suo sguardo glaciale su chi si trovava sul ponte, che si trattasse di marinai o di passeggeri. Poi comunque lo distoglieva subito, per guardare con rapimento il vento che gonfiava le grandi vele chiare e l’orizzonte che brillava come un gioiello, sfolgorando di quella lontananza irraggiungibile che nella mente degli uomini gioca brutti scherzi a fa nascere nei loro cuori desideri consistenti come le nuvole.
Malin ogni mattina controllava solertemente tutte le funi che si trovavano sul ponte. Le prendeva in mano una per una e le strattonava, le ispezionava come un altro marinaio gli aveva insegnato per controllare che non fossero rotte o danneggiate in qualche modo. Lo faceva sempre all’alba, quando ancora gli altri marinai sottocoperta riposavano e quelli che erano già desti si ritiravano per riposare e farsi dare il cambio da altri a loro volta. Una mattina, però, quando il giovane Cavaliere fece la sua comparsa sul ponte allo spuntare del sole all’orizzonte, una figura ammantata se ne stava poggiata al parapetto di legno a guardare l’aurora. Non appena Malin si accorse di quella presenza si bloccò e non osò fare un solo passo in più: in silenzio ed in estatico raccoglimento guardava ammirato la figura di quell’elfa che aveva notato il primo giorno salire a bordo della Miranda e che non aveva più avuto modo di incontrare, fino ad ora.
I suoi capelli neri svolazzavano delicatamente sopra le sue spalle mossi dalla brezza leggera e fresca della mattina; i suoi occhi, come gemme preziose, brillavano della luce che l’alba le vomitava addosso, quasi avesse voluto ricoprire quella figura dell’oro dei suoi raggi.
Malin non poteva muovere neppure un muscolo, temendo di farsi vedere dalla ragazza. Poi, ad un tratto, si domandò per quale motivo voleva che la ragazza non lo notasse, e non riuscì a darsi una risposta convincente. Allora, traendo un profondo respiro, si portò le mani al viso e si promise di far finta di nulla, perché il suo lavoro lo aspettava e non poteva ignorarlo per rimanere nell’ombra ad ammirare quella splendida figura.
<Ma che stai facendo, stupido!> tuonò allora una voce alle spalle di Malin, il quale prese spavento e si volse all’indietro per vedere chi l’aveva così duramente apostrofato. Alaister, imbacuccata nel suo cappottino di pelliccia e pelli raffazzonate e cucite assieme con poca cura, intersecava le braccia all’altezza del petto e tamburellava con isterica convinzione la punta dello stivale sul pavimento. <Chi c’è che ti impedisce di fare il tuo lavoro? Hai sempre così tanta voglia di lavorare… e oggi batti la fiacca!> volle sapere la giovane donna, con un atteggiamento ed uno sguardo tutt’altro che glaciali. Allora la maestra oltrepassò la figura di Malin e diede un’occhiata con i suoi stessi occhi: vide la figura della ragazza poggiata al parapetto, e qualche cosa dentro di sé montò in furia tanto da scaldarle l’animo e la carne come mai sarebbe riuscito a fare un falò o la semplice fiamma accesa di un caminetto. <Ti ho detto di lasciarla perdere, se non sbaglio!> tuonò allora a denti stretti la giovane donna <Se ti pesco ancora a sgranarle gli occhi addosso, te la farò pagare!> lo minacciò, e così facendo lo strattonò tanto forte da fargli perdere l’equilibrio e costringerlo a cadere di schiena su di una catasta di cime vecchie e rovinate adatte solo come rifiuti inutilizzabili. Malin guardò con terrore frammisto a sorpresa il viso scosso ed acceso della maestra, domandandosi in cuor suo cosa mai le fosse preso in quel momento. Dal canto suo, Alaister provava dentro di sé uno strano smarrimento fastidioso, al pari di quella prima volta in cui squadrò il viso del giovane e vi trovò quel marchio impresso con la magia tutt’attorno al suo occhio destro. Qualche cosa che non sapeva determinare la infastidiva e le scaldava le viscere con l’irruenza di un sentimento incapace di rimanere latente come lo era stato fino a quel momento: il cuore allora le prese a battere forte e la vista le si annebbiò quasi le fossero venute le lacrime agli occhi. Allora Alaister scosse la testa, si passò velocemente una mano sul viso e squadrò con i grandi occhi di fiamma il suo allievo riverso tra le vecchie corde ed i brandelli di tela da vela. Lo guardò, con attenzione, e vide laggiù tra quelle cime una qualche cosa che le faceva sentire il fuoco nello stomaco, una sensazione per lei piacevole. <Vattene e tornatene sottocoperta.> gli intimò la giovane donna lanciandogli con una sorta di disprezzo simulato il cappottino di pelli e pelliccia che si era appena levata di dosso <Oggi sbrigo io le tue mansioni. Questa sera, se ti sarai schiarito le idee, potrai raggiungermi per lavare il ponte.> sbottò, indi gli voltò le spalle e, senza dar peso alla presenza dell’elfa, prese ad ispezionare le cime una ad una. Man mano, gli altri marinai e gli altri passeggeri dell’Accademia sorsero dai propri alloggi e la nave riprese ad essere piena di vita come era giusto che fosse.
La sera ad Alaister doloravano le ossa e tutti i muscoli, anche se non aveva lavorato tanto quanto era necessario per lei per avvertire simili disturbi. Durante il giorno, mentre presenziava sul ponte e cambiava con goffa precisione una fune consunta con una nuova, ebbe come impressione che qualche cosa avesse investito la nave, ma non si era trattato di una folata di vento, o di una corrente più gelida del consueto. Il vento infatti, per un momento, aveva smesso di soffiare e le increspature del mare erano sparite, ma solo per pochi secondi. La sua vista accecata dal sole ed offuscata da quelle lacrime che combattevano il gelo dell’aria non aveva colto nulla di anomalo, indi per cui non si era preoccupata di dare peso a quell’accadimento. Tuttavia al calare della sera, mentre tutt’attorno a lei uno strano fermento stava impadronendosi dei presenti, la testa prese a girarle e le gambe la reggevano a fatica.
Malin raggiunse la maestra sul ponte portando con un braccio il pesante secchio di acqua saponata e con l’altro uno spazzolone ed un paio di stracci. Quando salì sul ponte, provenendo dalla cambusa, si trovò dinnanzi un putiferio che non credeva sarebbe stato possibile creare: avanti a sé quasi tutto l’equipaggio danzava e cantava bevendo e mangiando quasi si fosse trattato di una festa. Malin non credeva ai suoi occhi e, con il secchio d’acqua saponata e gli stracci per la pulizia, non immaginava come si sarebbe dovuto comportare. <Ah, eccoti!> un marinaio si avvicinò al ragazzo e lo costrinse ad abbandonare i suoi intenti per unirsi ai bagordi <Festeggiamo la buona riuscita del viaggio, che fin’ora è stato così tranquillo da farlo assomigliare ad una crociera! Unisciti a noi, forza! Stasera nessuno lavora, stasera si beve e si mangia a volontà!>. Così a Malin venne offerto un boccale di birra schiumosa ed un tozzo di pane, quando bastava al ragazzo per passare in allegria una serata che altrimenti sarebbe stata di fatica in compagnia di Alaister in preda ai suoi soliti lamenti.
Alla festa partecipavano praticamente tutti e tra la folla Malin intravide una ragazza scatenata che cantava e ballava come in preda ad un incantesimo. Il ragazzo non aveva mai notato quella ragazza prima d’ora, e sorrideva nel vederla così sciolta e lanciata, tanto che non esitava ad abbracciare chiunque ed a ballare con chiunque le capitasse a tiro. Così il giovanotto beveva il suo primo boccale e vagava per il ponte, tra marinai alticci e altri improvvisatisi musicisti, alzando la propria tazzona di peltro alla ricerca di qualcuno che gli desse nuovamente il colmo. Così facendo, tra le spinte dei ballerini e le sue per farsi strada, raggiunse il fitto dell’affollamento perdendo definitivamente l’orientamento. Laggiù, tra tutte quelle voci e quelle persone, Malin rivide la ragazza elfica dai capelli neri e gli occhi di ametista.
Il giovanotto abbassò il braccio il cui pugno stringeva la tazza di peltro ed i suoi grandi occhi bicromi si sgranarono nuovamente sull’esile e slanciata figura della ragazza. Quella sconosciuta era per lui una creatura magnetica, che catturava il suo sguardo errante e lo costringeva ad incollarsi a lei, senza lasciarla mai. Così Malin vide la giovane elfa poggiata con la schiena all’albero maestro mentre guardava la folla scoraggiata, quasi avesse invidiato la libertà e la gioia di coloro che si divertivano, ma senza capirne il perché. Così il ragazzo divenne triste per lei, ma immediatamente pensò che sarebbe stato un buon momento per avvicinarsi a quella sconosciuta per presentarsi e magari per invitarla a divertirsi con tutti gli altri. E fu allora, mentre Malin la guardava rapito e si avvicinava lentamente a lei, che la ragazza alzò lo sguardo ed intrecciò il suo con quello del giovane Cavaliere.
Malin si immobilizzò di colpo mentre quei due grandi gioielli scintillanti lo squadravano di lontano, con curiosità e sforzo. Il ragazzo d’improvviso s’accese in viso e dentro di sé provò un trasporto nuovo, un sentimento caldo e piacevole che non aveva provato mai. Ma poi, a causa di uno spintone, Malin dovette abbandonare quello scambio di sguardi, e mentre lui scompariva dalla visuale della ragazza, anche la ragazza distoglieva lo sguardo richiamata da ben altre faccende.
Alaister aveva preso con violenza un braccio di Malin e lo aveva strattonato per attirare la sua attenzione. <Non c’è lavoro per noi, stasera. Andiamocene.> sentenziò allora lei, indicando la direzione degli alloggi e Malin, combattuto tra quello pseudo ordine della maestra ed il suo desiderio di andare a conoscere la ragazza elfica, alla fine scelse per soddisfare la richiesta di Alaister.
Era notte fonda quando il festino terminò e finalmente tornò a regnare la calma ed il silenzio sulla vecchia Miranda. Alaister dormiva sulla sua amaca con la grazia e la bellezza di quella donna che era ma che non era mai sembrata. Aveva sciolto le trecce e sparso i suoi lunghi capelli rosso fiamma sulle sue spalle, spogliate degli abiti scomodi e poveri del marinaio Gaethan. Dormiva serafica, nonostante avesse lamentato con Malin i suoi dolori alle ossa, sintomo del fatto che, in fin dei conti, nulla le dolorava abbastanza da renderle fastidioso anche il sonno.
Malin se ne stava riverso sul suo cumulo di stracci e paglia, le braccia intersecate dietro la nuca e gli occhi spalancati, sognanti. Purtroppo nella cabina riservata a lui ed alla maestra era stata approntata solo una cuccetta, poiché lo spazio era poco e non ci sarebbe stato modo di trovarne per un altro giaciglio. Tuttavia il capitano aveva dato ordine di sistemare alcune vecchie vele inutilizzabili ed un po’ di paglia da imballaggio per preparare un piccolo cantoncino dove uno dei due nuovi mozzi si sarebbe potuto sistemare. Inutile dire che Alaister volle lasciare a Malin il privilegio di riposare in quella “cuccia per cani”, come l’aveva chiamata lei, riservando per se stessa l’amaca posizionata più in alto e sospesa da terra per assecondare le oscillazioni della nave.
La luce della luna filtrava dalla piccola finestrella che dava aria alla cabina, e Malin fissava quel fascio di luce con rapimento, perso nei propri pensieri. Senza volerlo, era capace di rivedere dinnanzi a sé e di rivivere secondo per secondo il momento in cui la ragazza elfica aveva intrecciato lo sguardo con il suo. E vedendo e rivedendo di continuo quella scena, era incapace di levarsela dalla testa per prendere sonno.
L’amaca dove dormiva la giovane donna dondolò appena ed un braccio di lei prese a penzolare inanimato. Dopo poco, le dita della  mano si strinsero ed un mugolio si levò nel silenzio rotto solo dalla ritmica risacca delle onde del mare. <Malin, i tuoi pensieri fanno rumore.> bofonchiò allora Alaister rilassando la mano a penzoloni <E sono noiosi.>. Il ragazzo fissò quella mano che di tanto in tanto si muoveva parendo quasi cosa a sé stante rispetto al corpo cui apparteneva, sospirò e si coricò su di un fianco, coprendosi fino al mento con una vecchia vela consumata.
<Leggete nel mio pensiero, signore?> domandò a denti stretti il ragazzo, socchiudendo appena gli occhi per tentar di soffocare quel ricordo che come un carillon gli si riproponeva in continuazione, senza fermarsi mai, e la maestra sospirò <Erano secoli che non lo facevo più.>. Nel dir ciò, la giovane donna si mosse ancora e ritirò il proprio braccio abbandonato a penzoloni. Indi sporse la testa ed una cascata di capelli rossi tinse la luce azzurra della luna di un colore cupo e tetro. Alaister rideva sommessamente, come se quello che aveva appena detto fosse stato detto di proposito, e nel frattempo si gustava la reazione del giovane Cavaliere che tardava a manifestarsi.
<Oh, non ti avrò mica offeso!> aggiunse quindi lei, con malizia <Alla tua età è normale avere certi “bisogni”.>. Malin allora mosse il capo e lanciò uno sguardo torvo alla maestra con l’occhio offeso <Io non ho nessun bisogno, signore. Nessuno al di fuori di una bella dormita.><Eppure a dormire non ci riesci. Quella “streghetta” ti ha tolto ogni bisogno primario per colmarti il cuore di ben altri desideri.> sentenziò allora la giovane donna, passandosi in maniera provocante la lingua umida sulle labbra carnose <Io te lo ho detto, ma tu non mi hai ascoltato: quella ragazza, tu, la devi ignorare! O te ne pentirai. Ma non per mano mia.>.
Il ragazzo si stringeva nelle spalle sperso e spaesato. Richiamò a se le ginocchia e qualche cosa di simile ad un brivido od ad una brutta sensazione si insinuò sotto le sue coperte. D’un tratto chiuse gli occhi serrandoli ermeticamente: non voleva ascoltare più le parole strane della sua strana maestra. <Tranquillo, ora la smetto.> lo rassicurò allora Alaister, la quale aveva risollevato il capo ed aveva scambiato con la testa le sue gambe, che ora penzolavano entrambe dall’amaca nell’intento della donna di balzare giù dal suo giaciglio. Così, nel giro di pochi minuti, la donna abilmente scese dalla branda e piantò ben bene le sue due gambe esili ma stabili, forti e resistenti come due contrafforti di metallo. <Ma prima, voglio spiegarti come funziona quando una ragazza piace ad un ragazzo.> sorrise Alaister, inginocchiandosi vicino a Malin che con circospezione si metteva a sedere sul suo pagliericcio improvvisato e faceva ciondolare il capo assonnato dalla capigliatura legata e scarmigliata. <Non serve, io… io non ci penserò più.> sbottò allora il ragazzo, sollevando lo sguardo e guardando direttamente la maestra nei suoi grandi occhi fiammanti. Con la mano libera fece gesto alla giovane donna che non voleva aggiungere altro al discorso, e fece per tornarsene sotto le coperte quando Alaister gli ghermì inaspettatamente quella mano prima agitata senza volerla lasciare andar via.
Malin ebbe un tuffo al cuore avvertendo il tocco delicato ma al contempo autoritario della giovane donna. Quella gli stringeva il polso con semplicità, senza fargli del male: solitamente lei non era così delicata nei suoi confronti. Così il ragazzo sgranò gli occhi su quel gesto, per poi alzare lo sguardo nuovamente sul viso della maestra. Quando lo fece, un viso nuovo si mostrò agli occhi del ragazzo, il viso di una donna dalle labbra increspate e dallo sguardo dolce.
<Signore…io…> balbettava Malin, disarmato da quello sguardo che impiantato sul viso di Alaister aveva qualche cosa di grottesco e spaventoso. Il ragazzo sentì un brivido strano salirgli la schiena e la pelle gli si accapponò sotto la stoffa della camicia di cotone che portava per proteggersi dal freddo della notte. Ma Alaister non lo lasciava andare, anzi: portò quella mano che aveva così prontamente ghermito sulla sua guancia, lasciando che il ragazzo le accarezzasse il viso dalla pelle chiara e rovente. <Chiamami Alaister. È quello il mio nome.> sussurrò lei, avvicinandosi ancora più al giovane Cavaliere tanto quanto era necessario per lui per non sforzarsi nel tendere il braccio.
Malin si sentiva ancora più perso e confuso, mentre la sua mano di propria iniziativa accarezzava il viso della maestra e traeva una sorta di piacere contraddittorio nel farlo. Dentro di sé il ragazzo desiderava ritrarre la mano e tornare a coricarsi nel suo letto, tuttavia il suo corpo non ubbidiva più a quello che la sua mente desiderava. Alaister, dal canto suo, assecondava quelle azioni riflesse avvicinando sempre più il suo corpo esile e sensuale a quello di Malin, che non poteva fuggire dato che già poggiava le spalle contro la parete. <Signore… Alaister, io non posso… non voglio…> sussurrava appena il giovane, gli occhi appannati da un sottile velo di lacrime traditrici le quali esprimevano il conflitto del suo volere, ma che nel contesto della situazione addolcivano ed intenerivano il suo aspetto più di quanto non lo fosse già di per sé. <Non avere paura. Non ti farà male. Io non voglio farti male.> gli suggerì Alaister, prima di aggiungere <Non cambierà niente, non temere. Lasciati andare, e fai quello che faccio io.>.
Le labbra di Alaister si poggiarono dapprima delicatamente, poi con maggiore trasporto su quelle increspate ed esitanti di Malin. Il ragazzo poteva sentire il respiro di lei infrangersi sul suo viso, e qualche cosa dentro di lui scattò proprio in quel preciso momento: un calore stravagante ed inaspettato sorse dal suo ventre e gli invase il petto con prepotenza, facendo sì che la volontà cedesse al desiderio della sua carne. All’improvviso il corpo di lui desiderò toccare quello di lei, e l’abbraccio che univa i due divenne ancor più stretto.
I due scivolarono lentamente coricandosi entrambi sul pagliericcio improvvisato di Malin. Alaister si distanziava appena dal giovane Cavaliere quanto bastava per prendere un nuovo respiro e per squadrarlo con curiosità in viso; il ragazzo, dal canto suo, ogni volta che la maestra si separava da lui, serrava sempre più il suo abbraccio chiuso richiamando a sé il corpo ed il viso nuovi di lei.
Di tanto in tanto Alaister si fermava brevemente a riflettere sul fatto che, con il proprio egoismo, stava estirpando dal suo giovane protetto tutta quella meravigliosa innocenza che tanto adorava negli individui della risma di Malin. Rifletteva anche sul fatto che quello che aveva impiantato nel cuore di quella giovane creatura era il seme di un comportamento che lei valutava come parte di sé ma che per una persona, per un Umano come lo era Malin, probabilmente non era valutabile alla stessa maniera. S’interrogò allora se fosse veramente il caso di dare respiro alla sua condotta, o se invece era necessario interrompere al più presto quella spirale di perverso piacere che iniziava al ragazzo ma che, in fin dei conti, sarebbe stato meglio per lui scoprire in una situazione diversa, assieme ad una donna che gli fosse piaciuta davvero e che non lo avesse semplicemente costretto a farlo, come stava facendo lei. Così Alaister divenne improvvisamente fredda, il calore che provava lei nel cuore si affievolì per suo volere, e con categorica autorità si distanziò dall’abbraccio di Malin che rimase all’improvviso interdetto e nuovamente confuso.
Il ragazzo la squadrava con occhi languidi e brillanti, coinvolti, dallo sguardo al contempo interrogativo e sognante. Nulla dava a pensare ad Alaister che il giovane stesse ancora pensando alla ragazza elfica, e questo le bastava: così pensando si mise a sedere sul giaciglio di Malin e si preparò a tornare sulla sua amaca.
<Dove andate?> sussurrò la voce sommessa del ragazzo, ma Alaister non rispose. Semplicemente lo ignorò. Tuttavia, non appena lei fece per alzarsi, Malin le ghermì il polso e la costrinse a rimanere seduta. <Dormite qui, stanotte. Fa freddo fuori dalle coperte.> le consigliò, e così dicendo le fece spazio accanto a sé sorridendo con dolcezza.
Alaister era una creatura fondamentalmente elementare. Come tutte le creature della sua razza, ardeva di una fiamma, al suo interno, che era istinto e non ragione. Nessuno era mai riuscito a domare, tanto meno a comprendere, la logica del suo sottile pensiero, tanto sottile e fragile da ardere come un filo di seta se gettato nel cuore di una fiamma alta e viva, imperitura. Per lei, non vi era confine tra moralità e sentimento, per lei non esistevano differenze tra credere e capire. Quando Malin la invitò a rimanere accanto a sé, i suoi ragionamenti bruciarono in un vento di fuoco improvviso ed impetuoso. Si coricò quindi al fianco del ragazzo e lo strinse forte a sé, senza dire nulla, senza spiegargli nulla. Cadde allora in un sonno profondo, col viso appoggiato sul petto di Malin e l’orecchio impegnato a seguire i battiti lesti e regolari di quel suo cuore giovane. Poiché dalla mente del giovane Cavaliere l’immagine della ragazza elfica si era momentaneamente cancellata, Alaister riuscì a conciliare il sonno suo e di Malin.
Fino a mattina, quella notte per lei sarebbe dovuta durare in eterno.



(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  giovedì, 16 ottobre 2008 // Un lamento nel ghiaccio
Alanassori • 20:45
in : capitolo 25


Passato l’insolito avvenimento magico, il morale dell’equipaggio delle tre navi tornò alto nel non vedersi più fermi in mezzo ad un mare gelido e poco pescoso, quella sera sulla Miranda l’equipaggio aveva indetto dei festeggiamenti per propiziarsi il resto del viaggio, sebbene il capitano non fosse molto incline a questo genere di bagordi immotivati, non disdegnò di unirsi a suoi sottoposti. Sebbene un minimo indispensabile di uomini era stato sorteggiato per rimanere sobrio e governare la nave nel disgraziato caso di un’emergenza , ma comunque anche loro si introducevano clandestinamente per dare fondo alle riserve di birra della stiva. Qualcuno aveva pure tratto da chissà dove degli strumenti musicali tra cui dei flauti e degli strumenti a corda simili a mandolini. Alle bevute alternavano musiche e canti da taverna, spesso scurrili o sconce, alcuni stavano persino calcando le assi della coperta muovendosi in strani e curiosi balli che Alany non immaginava potessero esistere tanto le sembravano assurdi. Di tanto in tanto sghignazzava nel vedere quegli uomini e anche donne, le sembrò strano di non averle notate prima, ma una minoranza di donne era presente, muovere gambe e braccia tenendo la schiena come se fosse stata legata ad un palo. La ragazza era rimasta comunque in disparte a sorseggiare la sua mezza pinta di birra, era almeno un’ora che teneva in mano quel boccale di peltro e ancora più di metà di quel liquido giallo schiumoso ribolliva pigramente dentro, per quanto riguardava Thor e Jaina, la ragazza aveva smesso di contare le pinte dopo la terza… “sorprendente come che ci stia tutto…” adesso la sua amica si stava dimenando in modo sconclusionato insieme ai “ballerini” improvvisati. <Deve essere proprio andata…> sussurrò tra sé e distolse lo sguardo per sondare meglio l’ambiente. Vedeva praticamente solo le schiene delle persone, mentre lei era seminascosta nell’ombra appoggiata ad uno degli alberi della nave, non era interessata a quel genere di divertimenti, anche se un po’ invidiava chi riusciva a divertirsi in quei piccoli ritrovi di follia. Il suo sguardo fu catturato da una specie di fugace scintillio nella folla, uno di loro la stava guardando, quasi come se la stesse studiando. Per un attimo le parve che nel suo sguardo qualcosa fosse insolito, ma non ebbe abbastanza tempo per appurare di cosa si trattasse. Alany si sentì tirare per un braccio, il boccale le scivolò di mano e prima che potesse vedere chi fosse stato a molestarla era già stata trascinata in piedi. Era Jaina, in preda alla frenesia dei fumi alcolici <Chi stavi guardando? Hai trovato qualche bell’uomo?> voltò la testa a guardare nella direzione in cui poco prima guardava Alany <Mah… Dai, vieni a ballate!> Non si fece intimidire dai rifiuti dell’amica e di peso la stava trascinando verso i danzatori. L’imbarazzo montava nella giovane maga, poteva sentire gli occhi di tutti i presenti puntati su di lei, anche se in realtà era quasi del tutto ignorata <EDDAIIIIIII!!!!> continuava ad incalzarla Jaina, Alany aveva ormai desistito dal dibattersi, ma meditava di metterla fuori combattimento con un incantesimo… O un colpo in testa. Jaina smise di trascinarla in giro e la cinse ai fianchi e avvicinò il suo volto a quello della maga, il fiato etilico quasi fece girare la testa alla ragazza <E adesso…> le prese le mani e cominciò a saltellare ritmicamente sulle punte <Dai, su!>. Alany sospirò e abbracciò stretta l’amica per fermarla un attimo, le passò la mano dietro la testa e le sussurrò all’orecchio <Lo faccio per il tuo bene> e aggiunse una breve formula, la ragazza si afflosciò addormentata tra le braccia della maga. Con l’aiuto di Thor, che stava osservando appassionatamente gli accadimenti e che un po’ era rimasto deluso, riuscì a trasportare la ragazza sotto coperta, nell’alloggio. Thor tornò poco dopo ai festeggiamenti, mentre Alany si stese sul suo giaciglio distrutta dalla giornata, nonostante non avesse fatto quasi alcun genere di sforzo. Prima di addormentarsi estrasse la tiara con la scaglia di drago dal suo bagaglio ed osservò al lume della lanterna a olio la superficie azzurra e lucida della lamina. Per qualche strano motivo aveva sperato che lì potesse trovare una risposta a quella domanda che aveva cominciato ad assillarla, una domanda che ancora non conosceva.

 

Il sonno calò rapido quando chiuse le palpebre e si rigirò nel suo giaciglio fino a trovare una posizione comoda. Era avvolta da un buio in qualche modo morbido ed accogliente, lo sciabordio delle onde sulla chiglia cullava la ragazza che per nulla al mondo avrebbe voluto abbandonare. Purtroppo per lei una voce la richiamò dal suo torpore, un sussurro disincarnato dal tono femmineo, la invitava ad aprire gli occhi ed ascoltarla. Alany dischiuse le palpebre lentamente per accorgersi che ciò che vedeva non era altro che buio, ma un buio diverso da prima: nell’oscurità scorgeva con la coda dell’occhio ombre in movimento, ma quando le sembrava di poterle interpretare in forme concrete si dissolvevano per ricomparire non appena voltava lo sguardo. Il senso di sicurezza svanì sostituito da una profonda inquietudine che pareva emanare dall’oscurità stessa. La voce le sussurrò ancora <Non spaventarti, non ti farò del male…> e di fronte alla ragazza prese forma lentamente una figura, dapprima una sagoma esile e slanciata e via via i particolari si facevano più chiari. Lunghi capelli rossi lisci scendevano dietro le spalle e lungo il volto mascherato di una giovane mezzelfa, le vesti che portava somigliavano a quelle di ordinanza indossate dai maghi, ma i ricami, le rune e i simboli erano sconosciuti ad Alany, la lunga veste rossa ricamata in oro e in nero con motivi simili a fiamme copriva i lineamenti del corpo della figura tranne sul petto e sui fianchi in cui sembrava studiata per lasciar immaginare cosa avrebbe potuto celarsi sotto la seta. Alle mani portava guanti, rossi anch’essi ed un mantello color ebano strisciato d’argento. <E’ da molto tempo che non ci vediamo Alanassori…> osservando lo sguardo interdetto della sua interlocutrice scrollò le spalle e aggiunse <Non ti ricordi di me? Eppure non ci siamo mai separate da quel giorno…>

Allungò la mano guantata e si tolse la maschera di madreperla priva di lineamenti, Alany quasi perse i sensi nel riconoscere i lineamenti di quella donna: era lei stessa, con gli occhi rossi accesi da una fiamma che ardeva subito dietro le pupille. Nel constatare che l’a maga l’aveva riconosciuta la donna continuò <Dal giorno della Prova, devo ringraziare i maghi di quella tua Accademia se ho acquisito una mia coscienza e te per avermi fatto sperimentare il mondo, ma… Perché mi hai rinchiusa in questa prigione?>

Alany non capiva, non sapeva cosa rispondere ed era spaventata, quella che era una stata una proiezione del suo lato oscuro, o almeno così l’avevano definita i suoi insegnanti, aveva preso vita e coscienza propria, oppure si trattava solo di un incubo, ma anche quella prospettiva non sembrava rassicurarla.

<Dimmi Alany, che cosa vedi in questo luogo?> mentre parlava fece un teatrale gesto con la mano indicando tutto quello che aveva attorno <Perché mi hai chiusa qui?>

La ragazza cominciò lentamente a capire <La Goccia…> sussurrò e tutto le parve più chiaro <Tu sei il Cristallo che porto al collo, vero?> La donna annuì accennando un sorriso. <Quindi questa è… La sacca in cui sei chiusa?>

<Non esattamente, è una rappresentazione, una metafora di come è la mia vita all’interno di quella prigione> la voce fino ad allora misurata parve incrinarsi <Quasi due anni chiusa qui…> una lacrima solcò il suo viso <Nessuno con cui parlare…> le fiamme nei suoi occhi si spensero <Nessun suono, nessuna luce…> le vesti da rosse si tinsero di nero fino a diventare del colore della notte <Solo lontani echi di quello che una volta era per me un mondo traboccante dell’energia vitale della magia…> si voltò verso Alany e si avvicinò fino a poche spanne da lei, gli occhi lucidi e ricolmi di tristezza <Io…> Non riuscì a terminare la frase perché si abbandonò ad un fragoroso pianto cingendo la maga ed affondando il volto nella sua spalla.

Dopo un primo istante di confusione Alany ricambiò calorosamente l’abbraccio accarezzando dolcemente i capelli della donna, la paura era evaporata lasciando spazio ad un sentimento di compassione e di empatia totale con quella figura. Una parola, proferita dalla figura piangente sciolse totalmente il cuore della maga, tra un singhiozzo e l’altro l’aveva chiamata <Madre…>.

Rimasero così per un tempo imprecisato, in quel luogo era difficile valutare quanto tempo fosse passato quando si sedettero in ginocchio l’una di fronte all’altra, la figura si era ripresa dalla sua crisi di pianto e ancora con gli occhi gonfi e arrossati sembrava molto più rilassata, le sue vesti rispecchiavano questo suo cambiamento d’animo, esse erano infatti ora in una tinta verde smeraldo e decorate con motivi floreali ricamati in blu e azzurro.

La prima a parlare fu Alany rammentando le circostanze che avevano decretato la condanna del suo amuleto <Mi dispiace di averti fatta soffrire, ma avevi preso il controllo del mio corpo e hai quasi ucciso quattro persone, dovevamo fare qualcosa…>

La donna chinò la testa guardandosi i piedi, imbarazzata <Stavo tentando di proteggerti e… Il potere della magia, è inebriante, non riuscivo a fermarmi, ne volevo ancora…>

Alany annuì, sapeva cosa voleva dire e probabilmente lei era ancora più sensibile essendo un’entità nata dalla magia e che da essa trovava il suo sostentamento. Sapeva che avrebbe potuto scatenare una furia senza confini se solo avesse voluto, ma in quella mezzelfa ora non vedeva altro che una creatura sola e smarrita, com’era lei i primi giorni all’accademia, probabilmente se avviata nella giusta direzione avrebbe potuto rivelarsi una potente alleata, anche se era rischioso, molto rischioso… <Non posso rischiare che accada ancora, non senza che tu mi garantisca che non accadrà>

La figura alzò lo sguardo di scatto, speranzosa in volto <Accetterò qualsiasi condizione, lo giuro, solo… fammi uscire, ti prego!>

“Sembra sincera” pensò Alany prima di comunicarle le condizioni della libertà <Non dovrai interferire con la magia e con le persone che ho attorno, non prenderai iniziative senza prima consultarmi e risponderai ai miei ordini: questo significa che quando attingo al tuo potere dovrai fare quello che dico e non prendere il controllo>

La figura annuì e in preda ad un accesso di gioia saltò addosso alla maga abbracciandola forte, ripetendo continuamente <Grazie…>

Riprendendo fiato, Alany si guardò ancora attorno e poi rivolto alla sua alterego <Come hai fatto a portarmi qui?>

La figura scrollò le spalle <Quell’onda di energia arcana ha disgregato per un attimo le pareti della mia prigione, lasciandomi la possibilità poter instaurare un collegamento con i tuoi sogni, ma solo per questa notte…>

Alany sospirò ed una possibilità le attraversò la mente <Saresti capace di indicarmi il punto di origine dell’onda?>

<Ovvio, non sarà per nulla difficile> la figura sorrise amichevolmente.

Guardandosi intorno per un attimo la maga chiese <…Come torno indietro?>

Lei rispose ammiccando <Chiudi gli occhi…>

Così Alany fece ed in poco tempo fu avvolta ancora dall’accogliente oscurità del sonno.

Quando si svegliò la mattina seguente si tastò il petto cercando l’astuccio che rinchiudeva la Goccia, lo prese tra le mani e slacciò le due fasce di cuoio che lo tenevano attorno al suo collo e chiudevano la pietra all’interno. Quando estrasse la catenina d’oro Alany provò un insolito senso di nostalgia, la Goccia da scura cominciò a sfavillare in un iridescente caleidoscopio di colori prima di prendere una tinta azzurro cielo. La maga si mise la catenina intorno al collo.

 

Lontano dalle tre navi che solcavano il mare alla volta di Glacia, sulle coste di quel continente una creatura simile ad un rettile solcava a sua volta i cieli sospinto da immense ali membranose color cobalto. Diretto verso una spaccatura nella roccia in una scogliera di quella terra inospitale, mancava poco al suo arrivo, ma purtroppo la creatura era convinta a ragione che fosse già tardi per evitare un potenziale disastro. Giunta a destinazione la creatura discese dal cielo in ampi cerchi fermandosi in una conca nascosta nell’alta scogliera. Da lì si apriva un’imponente caverna in cui anche una creatura della sua stazza avrebbe potuto muoversi senza troppi impedimenti, Si avventurò nella spelonca fiutando l’aria, contrasse il muso in un’espressione che per un umano si sarebbe tradotta in disgusto, nell’aria c’era odore di sangue, sangue di drago. La caverna era spaccata in due al centro da un profondo crepaccio e sul suo fondo echeggiava il tuono della risacca del mare ed in fondo l’oscurità era squarciata da bracieri ardenti di una magica fiamma azzurra senza calore, sebbene la temperatura fosse più alta che all’esterno uno strato di ghiaccio copriva la maggior parte della roccia foderandola con una coperta azzurra cristallina che talvolta scendeva in drappi sottili o saliva da terra in guglie aguzze. Il ghiaccio crepitava e si rompeva sotto le zampe coperte di scaglie del drago, la creatura avanzava addentrandosi nelle viscere di quel mondo di roccia e ghiaccio, sicura di quello che avrebbe trovato. In quel luogo dal secolo che seguì il Grande Scisma alcuni volontari della sua razza e degli elfi delle nubi vegliavano su una creatura dormiente, uno dei pochi superstiti della razza dei Naga, intelligenti rettili acquatici infusi di magia. Le razze dei draghi e degli elfi delle nubi avevano condotto una vera e propria guerra per conquistare le gallerie sotterranee e sommerse che si estendevano sotto la superficie di Glacia, dimora dei Naga. Molte di quelle creature esistevano ancora, rinchiuse e sorvegliate in tratti di caverne sommerse dove non avrebbero potuto nuocere a nessuno dei draghi e degli elfi né a corrompere lo studio arcano delle due razze. Quella caverna in particolare era la dimora di un Naga anziano, delle dimensioni di una nave e dotato dell’intelligenza subdola e crudele di un predatore affamato; ora quell’essere era fuggito verso il mare aperto e molto probabilmente avrebbe rappresentato un pericolo per le navi che trasportavano le chiavi per il futuro degli elfi delle Nubi. Il fondo della caverna si abbassava fino al livello del mare e si apriva in un’ampia stanza circolare coperta da una volta di roccia e ghiaccio, al centro di essa una stalattite cristallina incrinata, per terra sparpagliati sulle rive di una profonda pozza d’acqua di mare stavano i frammenti di ciò che sembrava una cupola di cristallo. Il ghiaccio delle pareti era macchiato del sangue viola-bluastro dei draghi della razza di quello che stava esplorando quelle profondità. Il drago alzò il capo ed inarcò il collo alla vista raccapricciante costituita dai corpi mutilati e dilaniati di elfi e membri della sua razza, evidentemente erano stati colti di sorpresa dalla furia sopita di quella creatura risvegliata dalla sua prigione di cristallo. Dalla bocca del drago uscì uno struggente lamento simile al soffio del vento tra le guglie di roccia di una catena montuosa, il lamento funebre della sua razza, il ghiaccio risuonava mandando un’eco di quel suono profondo e modulato. Offerto un momento di silenzio caduti ed indagato il luogo per avere migliori delucidazioni sull’accaduto, il drago ritornò sui suoi passi, nella sua mente la preoccupazione per il ragazzo e la ragazza che costituivano e custodivano la chiave di volta dell’intero piano del suo compagno sfumò sostituita dalla cieca sete di vendetta per i propri fratelli trucidati. Giunta all’uscita della caverna quasi inciampò contro un altro drago che era giunto in quel luogo. Questi, dalle forme più robuste e minacciose di lei, era un drago rosso, la sua specie sebbene imparentata con gli Azzurri viveva solitamente nei deserti di Auralia, lontano da ogni genere di contatto con le razze inferiori e umanoidi. Irascibili e molto più propensi ad abbandonarsi alle passioni piuttosto che produrre le riflessioni complesse e spesso assurdamente contorte dei loro cugini. Su Glacia esisteva una piccola comunità di questi draghi Rossi e abitavano le caverne vulcaniche del massiccio montuoso nell’entroterra del continente, essi avevano scelto di seguire gli Azzurri nello studio della magia rinnegando in parte lo stile di vita quasi selvaggio dei loro fratelli, avevano però sviluppato poteri magici unici nel loro genere votati talvolta alla furtività, ma molto più spesso ad un attacco diretto e devastante incentrato sul fuoco e sulla terra. Quel drago in particolare era un vecchio maschio, le sue scaglie rosso carminio avevano cominciato a scolorirsi sulle punte, i margini della ali erano consunti e non mancava di ostentare la sua aria di superiorità. Lo scontrarsi contro l’armatura pettorale di quell’essere riportò la draga azzurra alla realtà. Il Rosso manteneva il suo capo almeno un metro più in alto di quello dell’Azzurra e la osservò dall’alto per un po’ prima di abbassare riluttante il capo a terra in segno di reverenza. L’Azzurra conosceva quel drago, era un membro del piccolo gruppo di ricerca che aveva formato per valutare il piano del suo compagno, egli come lei e quella piccola minoranza erano convinti dell’importanza che aveva il giovane umano per la riuscita di quell’impresa e lui era stato incaricato di individuarlo e riferire i suoi spostamenti.

Il maschio parlò nella lingua dei draghi, un susseguirsi di sibili, schiocchi e suoni gutturali che ad un orecchio non allenato sarebbero sembrati solo suoni senza nessuna articolazione né senso.

<Vi stavo cercando, per quale motivo siete in questo luogo e non a prestare supporto al vostro compagno elfo?> la sorpresa era mista al malcelato disprezzo del fatto di doversi riferire così passivamente ad un Azzurro femmina.

Le palpebre del drago femmina si socchiusero minacciosamente <Anche se sei un drago anziano Acoristrasz non dimenticare chi comanda, il Naga è fuggito e ha massacrato i suoi carcerieri… TU piuttosto che ci fai qui?> fece tremare i muscoli facendo vibrare le scaglie che emisero un suono simile a quello di un serpente a sonagli.

Il Rosso scrollò la testa sul suo lungo collo mettendo in mostra le creste craniali, questo genere di dimostrazioni di autorità erano tipiche dei draghi, e rispose <L’ho trovato, non è nulla di che: è solo un umano con gli occhi di colore diverso. La sua maestra sembra essere il vero problema, in lei c’è qualcosa di diverso… Comunque ho marchiato quell’essere insignificante, quando sarà qui lo riconoscerai immediatamente>

Gli occhi dell’Azzurra scintillarono minacciosi a quell’ultima frase, se quell’essere non fosse stato una volta e mezza più grande di lei lo avrebbe aggredito e forse ucciso <Tu hai fatto COSA?!? Ti avevo detto di tenerlo d’occhio non di aggredirlo!>

Il drago scosse la testa <Quell’insetto, quella scimmia spelacchiata è la chiave del nostro futuro è difficile e doloroso da credere, non intendo intrattenermi con questi umani. Io te l’ho trovato e ho fatto in modo che tu possa riconoscerlo, il mio compito è terminato> stirò le ali e le ritrasse sulla schiena <Riferirò ciò che è accaduto qui, addio Saliackgossa> Congedatosi dispiegò le ali e prese il volo verso il regno degli elfi delle nubi.

Il drago azzurro a sua volta spiccò il volo verso il mare, dirigendosi a sud seguendo la flebile traccia di magia arcana lasciata dal Naga.




(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  domenica, 05 ottobre 2008 // Dove gli altri muoiono, io non posso fallire
Thalionwen • 15:44
in : capitolo 24


La mattina seguente al consiglio segreto, il sole splendeva sulle colline di Eireki e la temperatura era salita stranamente di qualche grado. Il freddo dell’inverno pareva essersi dissolto per qualche ora, specialmente a mezzogiorno, tanto che il passeggiare per i campi ricoperti di neve o cavalcare sui colli durante il proprio turno di ricognizione provocava una sensazione quasi piacevole.
Al torrione dell’Ordine Scarlatto imperava una strana apprensione. Nel cortine interno, sempre ingombro di casse, bagagli, attrezzature metalliche e lignee, il fermento dei giovani apprendisti distraeva dai propri pensieri che la sera prima aveva assistito ad una terribile decisione, presa dalle più alte cariche di potere del continente di Imarna. Ossian Lancaster, dall’alto delle sue stanze private, lanciava continui sguardi, lunghi e silenziosi, laggiù nel cortine affacciandosi appena alla grande finestra del suo ufficio. Con il respiro cadenzato e stranamente regolare appannava i vetri freddi della finestra intelaiata di piombo e decorata da decine di scagliette di vetro colorato.
Ad un tratto qualcuno bussò alla pesante porta di legno intagliato dell’appartamento. Lanchaster, senza darsi pensiero, lasciò che chi ne aveva fatto richiesta entrasse da sé e si presentasse al suo cospetto. Così fu che Balian, appoggiandosi mollemente al proprio bastone alto e stabile, entrò nell’ufficio del Comandante dell’Ordine Scarlatto tintinnando dei suoi ninnoli e delle sue vesti riccamente decorate.
<Amico mio, te ne prego, accomodati.> stabilì Ossian volgendosi in direzione dell’ospite per non mancargli di rispetto. Indicò quindi una comoda sedia foderata di velluto ed imbottita con generosità quasi facendola rassomigliare ad una comoda poltrona, e mostrò all’Elfo che se lo desiderava era su quel ricco sedile che poteva tranquillamente riposarsi. Dal canto suo, Balian non esitò né se lo fece proporre una seconda volta, adagiandosi con stanchezza e gravità su quell’invitante sedile per dar tregua alle proprie gambe inferme ed insicure. <Come ti senti questa mattina? Noto con disappunto che per te è ancora un travaglio camminare sulle tue gambe.> inquisì l’anziano Cavaliere con tono garbato, da amico, e Balian rispose <Mio signore, il mio male non è di natura fisica. Lo sapete.>. Lanchaster allora abbassò lo sguardo e tornò ad ammirare il fermento del cortile interno alla roccaforte. <Cosa devo fare, Balian? E’ saggio mandare i miei uomini a morire su quel continente di ghiaccio sperduto e desolato?> fu la domanda che Ossian voleva sottoporre al saggio consiglio dell’amico. Balian allora sospirò, e facendosi forza prese a dire <Mio signore, la guerra non è mai una cosa saggia. Secondo il mio parere, muovere un ostilità nei confronti di Nedaria è stato solo un diversivo. Il Consiglio delle Capitali non ha mai desiderato il male di uno dei suoi membri, da quando esiste: sull’Isola Minore c’era qualche cosa che il Consiglio desiderava, ma che Nedaria non voleva cedergli.>.<Perché parli del passato? Non c’è più nulla sull’Isola Minore che il Consiglio desidera?> volle sapere allora Lanchaster, interessato dalla teoria dell’Elfo più di quanto lo avesse interessato quel fiume impetuoso di parole e di odio scaturito ieri dalle bocche dei nobili delle città stato di Imarna. Balian allora si fece cupo in volto ed i suoi occhi luminosi e misteriosi si opacizzarono, in preda al timore ed allo sconforto <Dentro di me so che un terzo potere è intervenuto sull’Isola Minore ed ha portato via da quella terra ciò che Nedaria proteggeva da secoli.>.
La luce della mattina entrava nello studiolo di Lanchaster solo di rimando, riflettendosi sulla neve depositatasi sulle mura del bastione dinnanzi alle finestre delle sue stanza. Quella strana luce artificiale, dunque, dove poteva inondava di chiarore lo studio del Comandante, riflettendosi nelle pietre levigate e preziose delle vesti dell’Elfo Balian. <Il Consiglio vuole raggiungere quella lontana regione di ghiaccio, perché è laggiù che si trova ciò che desidera?> domandò allora Ossian, raggiungendo l’amico per poggiarsi con il proprio peso contro il bordo della pesante scrivania posizionata proprio dinnanzi alla grande finestra della stanza. Balian, sconfortato, annuì. <E’ strano pensare, dopo tanto tempo, che non è contro Nedaria che dobbiamo armarci e proteggerci, ma contro gli abitanti di quella terra ghiacciata.> sbottò quasi sorridendo l’anziano Cavaliere. <Gli Elfi delle Nubi sono creature potenti, molto più potenti di quelle varietà elfiche che si sono preservate su Imarna. Hanno desideri profondi e pensieri altrettanto impossibili da indagare. Ieri sera ho parlato di manufatti che la loro… la mia razza ha lasciato su Imarna e che sono andati perduti col passare dei secoli. Non ho avvertito nessun turbamento nell’animo del conte Moram. Questo vuol dire che lui è al corrente di tutto. Semmai non conosce tutti i dettagli, ma quello che sa su quei manufatti gli è stato svelato tramite le leggende, e questo è abbastanza per indurlo a desiderare il loro potere. Il guaio però, è di tutt’altra natura.> spiegò l’Elfo, e così dicendo pose mano al collare di lega d’argento che portava stretto al collo per sganciarlo dalla sua altolocata posizione e portarlo all’attenzione del Comandante <Se quegli artefatti finissero nelle mani di un Uomo, non ci sarebbe da preoccuparsi, più di tanto. I maghi sono più pericolosi dei soli Umani, ma loro almeno saprebbero cosa farsene di un potere così antico e sconfinato. Ma un Elfo delle Nubi, potrebbe usare i manufatti della sua razza per scopi che noi abitanti di Imarna non immagineremo nemmeno.>.
Balian si raccolse in silenzio trattenendo spasmodicamente il suo gioiello sfavillante stretto in quelle sue mani sottili e delicate. Socchiuse gli occhi, increspò appena le labbra ed il suo viso liscio e bianco, perfetto come la porcellana, divenne di marmo. Ossian osservava il comportamento del fidato consigliere con attenzione, fissando con curiosità il gioiello che si era levato dal collo e che ora raccoglieva in grembo: su di esso, infatti, incastonata nell’argento più puro, stava una pietra colore del ghiaccio e venata di blu. Non appena Balian riaperse gli occhi scuri e lucenti, la pietra incastonata nel gioiello sfavillò e improvvisamente la stanza si scurì, come se qualche cosa avesse coperto la finestra e impedito alla luce di entrare prepotentemente nello studiolo. Lanchaster, a tutta prima, ebbe un moto di timore ma poi, vedendo che l’Elfo non si scomponeva, intuì che non si trattava di qualche cosa di pericoloso. Nelle tenebre venutesi a creare, allora, si dipinse tutt’attorno a Ossian e Balian un paesaggio fatto di ghiaccio e neve sempre perenni.
<Questo e Glacia, il continente di ghiaccio.> sussurrò la voce dell’Elfo, sommessa e solenne, quasi si fosse tramutato in un’altra persona <Su di esso la pioggia è neve e l’acqua è ghiaccio. Sempre.>. L’immagine allora ruotò e si focalizzò su di un’altissima rupe bianca e scoscesa, la cui sommità si nascondeva nelle nubi, alle volte bianche e purissime, altre volte grigie e gonfie di neve <Lassù gli Elfi delle Nubi vegliano sul loro continente e sulle terre emerse del mondo tramite quel potere che io utilizzo adesso ma che non mi è dato di utilizzare a pieno: si tratta della Divinazione.> spiegò Balian. Poi l’immagine tremò appena e divenne man mano sempre più fioca e trasparente. Quindi scomparve all’improvviso, e Balian  respirò profondamente, lanciando uno sguardo sconsolato e sconfitto alla pietra luminescente incastonata sul suo ricco collare. <Gli Elfi delle Nubi vedono tutto e sentono tutto. Probabilmente stanno ascoltando persino ciò che ora io e voi stiamo dicendo in questa stanza. La Divinazione è la loro arma più potente, con essa loro trasmigrano il loro corpo e la loro essenza, o solo il loro pensiero. Parlano tra di loro e con altri in lontananza, solo poggiando lo sguardo su queste pietre magiche. Loro sanno che il vascello di cui parlava il conte Moram sta per salpare. E non lasceranno che raggiunga il continente di Glacia: la strada che loro hanno aperto dal loro mondo fino al nostro serve a loro per raggiungere Imarna, e non a noi per raggiungere Glacia.> volle spiegare prima di ricollocare il suo gioiello al proprio posto, con solennità e bellezza dei movimenti tale da ammaliare lo sguardo del Comandante con dolcezza ed apprensione.
Ossian lasciò cadere il suo sguardo sulla superficie levigata e lucida della scrivania poggiando i palmi su di essa per stabilizzare la sua postura. Guardando quello specchio ligneo, il Comandante poteva vedere riflesso sulla superficie levigata alla perfezione il simbolo dell’Ordine ricamato sulla sua tunica infiammare della luce che penetrava dalla grande finestra a vetri.
<Molto bene, amico mio.> sentenziò allora l’anziano Cavaliere, con garbo e delicatezza, quasi avesse abbandonato la sua mansione di Comandante per intraprendere quella del padre amorevole <Ho già in mente chi poter mandare a Glacia. I più capaci, i migliori Cavalieri che i miei lunghi anni abbiamo mai visto.>. Balian allora ebbe un brivido, ma non volle comunicare le sue oscure sensazioni a riguardo. <Ho capito, mio signore. Comunicherò io stesso ad Alaister Darkstone e Malinorne di Eireki di prepararsi per il viaggio.>.
L’Elfo allora si risollevò dal sedile e si incamminò per adempiere al suo scopo. Ed Ossian Lanchaster tornò con apprensione a fissare il trambusto che imperava nel cortine interno del bastione dell’Ordine Scarlatto.

Nell’armeria del bastione alcuni fabbri in abito da lavoro ed indaffarati a sospingere il mantice per alimentare l’alta fiamma della fucina tingevano l’atmosfera tetra e fuligginosa di quell’antro di una pittoresca opalescenza infernale. Il tintinnio continuo e cadenzato dei martelli che si schiantavano sulle lame di spade ancora da forgiare si mischiava alla nebbia di vapore e polvere che aleggiava in quella scura ed unta atmosfera. In un ambiente adiacente alla forgia, Alaister Darkstone sedeva su di un’incudine inutilizzata con la propria spada poggiata sulle ginocchia. La fissava con attenzione, la guardava prima da vicino e poi da lontano, la ispezionava affinché non trovasse crepe o fratture capaci di spezzare la lunga lama di metallo scuro e refrattario.
Accanto a lei, seduto su di un cumulo di stracci vecchi e strappati, se ne stava Malin intento a pulire attentamente e con cura maniacale la sua lucida spada sfavillante. Il ragazzo aveva molta cura di quella sua arma, il primo grande e meraviglioso regalo che la sua maestra gli aveva offerto di ritorno da quella sua missione di recupero autonomamente stabilita. Tra di loro, tra il giovane apprendista divenuto oramai Cavaliere e la sua maestra, intercorreva un fitto scambio di opinioni e di frecciate sarcastiche, come accadeva di solito. Tuttavia Alaister non aveva rivelato nulla al protetto di ciò che era stato detto la sera prima, anzi: non aveva fatto menzione nemmeno del fatto che quel consiglio avesse davvero avuto luogo la sera innanzi.
<Ragazzo, è importante che tu ti prenda cura della tua lama. Specialmente d’inverno, devi fare attenzione che sia levigata e pulita alla perfezione, o ti rimarrà incastrata nel fodero. E’ dalla tua lama che dipende la tua vita.> spiegò saggiamente la maestra mentre indicava con la sua mano guantata di ferro la spada luccicante e splendidamente forgiata del giovanotto. Malin dal canto suo annuiva, senza aggiungere nulla: continuava imperterrito a prendersi cura della sua arma con l’amore e la dedizione di un padre nei confronti del proprio figlio. La giovane donna allora rise nel vedere che Malin era così impegnato nella sua mansione da non degnare nemmeno di uno sguardo la sua mentore, e sbottò <Noto con piacere che ti occupi di quella spada tanto da consumarla a forza di carezze. Non credi che sia ora di trovarti una femmina? Insomma, è più sano accarezzare un’amante che la propria spada.>. <Ma signore, voi avete detto…> Malin sollevò allora lo sguardo, smarrito, tuttavia non terminò mai la sua frase.
Non appena il giovane sollevò il suo viso, Alaister lo prese a fissare con intensità, con quei suoi occhi di rubino spalancati e coinvolti. Malin all’inizio non ci fece caso, ma quando poi vide la maestra alzarsi dall’incudine per venirgli più vicino, spalancò a sua volta i grandi occhi policromi sgranandoli per la sorpresa e l’inquietudine sul corpo sinuoso e statuario di lei. <Signore, ho capito che cosa volevate dirmi. Non c’è bisogno…> prese a balbettare quindi lui, ma Alaister gli era già addosso e si era inginocchiata dinnanzi a lui prendendogli il viso tra le due mani, l’una fredda e nuda e l’altra avvolta nel guanto d’acciaio della sua armatura scura. I loro sguardi allora si incontrarono ancora, sempre più da vicino, ed il giovanotto quasi non resse all’emozione che la vicinanza della sua maestra gli faceva scaturire nel basso ventre.
<Cosa hai fatto all’occhio destro?> domandò allora la giovane donna, sfiorando la palpebra dell’occhio con la mano nuda, quasi disegnando una sorta di arabesco simile ad una strana cicatrice impercettibile. Malin si stupì ed il suo cuore smise pian piano di battere all’impazzata, facendo svanire, quasi, l’impressione e l’emozione insortagli dentro poco prima. Tuttavia rimaneva in silenzio, con lo sguardo fisso sulla maestra senza nemmeno batter ciglio. <Per gli dei, stupido ragazzino, dimmi che cosa ti hanno fatto all’occhio destro! Ti sei guardato allo specchio stamattina?!> ringhiò allora lei, indietreggiando appena per raccogliere tra di sé ed il giovanotto la sua spada abbandonata sulle ginocchia di lui e per innalzarla all’altezza del viso perché Malin potesse specchiarsi sulla sua lama lunga e lucente.
L’occhio destro del ragazzo, quello colorato d’azzurro, non era diverso dal suo gemello diverso, quello sinistro. Tuttavia attorno all’incavo dell’orbita, sulla palpebra e appena sopra la guancia destra, un reticolo ramificato di strane ustioni, simili a cicatrici in rilievo, coloravano di un tono più scuro la pelle chiara e intonsa del suo viso. Non appena Malin vide quello che la maestra aveva notato prima di lui ebbe un sussulto e subito rammentò ciò che gli era accaduto la sera prima, in ricognizione: ricordò l’ombra informe, ricordò il suo affondo, rammentò persino il dolore di quell’offesa e le parole che snocciolò con flebile cattiveria mentre lo faceva. Malin allora si portò una mano al viso e sfiorò con malinconia quelle cicatrici deturpanti e oscene che macchiavano la sua immagine fino ad allora scalfita solo dalla cicatrice sulla sua guancia sinistra, ricordo incancellabile della morte dei suoi genitori.
Il ragazzo prese quindi coraggio e raccontò alla maestra il suo incontro notturno. Alaister ascoltò in silenzio il racconto, e al termine di questo non sgridò, tanto meno rimproverò il ragazzo. Qualche cosa nel suo viso immobile e impassibile comunicava a Malin che nell’animo della maestra un ignota forza l’aveva ridestata da un sonno nel quale era caduta da tanto tempo. Alaister stessa, dentro di sé, aveva già riconosciuto il genere d’offesa che ora campeggiava sul viso del protetto, ma non aveva il coraggio necessario per comunicarlo anche a Malin. <Poco male, ragazzo: alle femmine della tua razza piacciono le cicatrici.> sbottò allora lei, sollevandosi da terra con un balzo da fiera, per raggiungere la sua lama abbandonata accanto all’incudine. Indi la rinfoderò e con velocità si sbrigò a lasciare la stanzetta nelle vicinanze della fucina con il cuore ancora terrorizzato e l’animo per nulla tranquillo. <Ma, signore: che cosa avete visto? Che cosa è questa orrenda deturpazione? Rispondetemi, vi prego!> invocò Malin poco prima che la maestra, senza aggiungere nulla a ciò che era già stato detto, lo lasciasse solo laggiù. Il ragazzo, dal canto suo, si sentì terribilmente solo e sconsolato, in tribolazione per ciò che aveva appena scoperto. Non smetteva neppure per un momento di toccarsi quei segni e di specchiarsi nella lama della sua spada per vederli sempre con maggiore apprensione. Poi sospirò, e rinfoderò la sua arma con il cuore in frantumi: dopotutto, la reazione della forte e coraggiosa Alaister non era stata delle migliori. L’istinto naturale del giovane Cavaliere gli comunicò che forse vi erano dei guai in vista.

Mentre Alaister si allontanava dall’armeria, percorreva assai nervosa i corridoi illuminati del bastione dell’Ordine Scarlatto. A passi grandi e falcate ampie schivava i presenti ed oziosi che si trovavano sulla sua strada senza nemmeno degnarli di uno sguardo. Ad un tratto, nella sua marcia furibonda, qualche cosa di umido prese a bagnarli le guance ed ad offuscare la sua vista: erano lacrime.
<Alaister!> sentì ad un tratto una voce invocarla di lontano, e subito riconobbe il tono di quella in quello dell’Elfo Balian. La giovane donna si guardò attorno in agitazione, sfregandosi il viso con il dorso di quella mano che ancora era rivestita dell’acciaio del guanto dell’armatura. Chiunque si sarebbe ferito nel far ciò: chiunque, salvo lei. <Alaister, porto degli ordini di Lanchaster, espressamente per te e Malin.> dichiarò allora Balian non appena la donna lo raggiunse in fondo al corridoio che stava percorrendo, immerso nella luce che entrava con la violenza di una cascata dai vetri chiari e ampi di una finestra. L’Elfo allora guardò con apprensione il viso arrossato della protetta, e con voce suadente, delicata, le domandò cose fosse accaduto. Lei, dal canto suo, pareva così scossa tanto da non riuscire ad esprimersi a parole. <L’hanno trovato, per il cielo, l’hanno trovato!> sussurrò allora lei con gli occhi gonfi ed i tremori di una febbre improvvisa <Qualcuno della mia razza lo sa, lo sa, lo ha sempre saputo… come me ne sono accorta io, lo hanno capito anche loro. E lo hanno trovato! Lo hanno marchiato, sull’occhio azzurro, diamine… proprio su quell’occhio!> continuava a balbettare, e Balian la guardava con fare interrogativo, senza capire di che cosa stesse parlando. <Tranquillizzati, ora.> le consigliò lui, poggiandole una mano sulla spalla, sotto quella cascata selvaggia e scomposta di capelli color delle fiamme <Mi parlerai con più calma di questo, perché ora devo comunicarti, purtroppo, cosa Lanchaster ha deciso riguardo la situazione venutasi a creare ieri sera al consiglio.> e nel dire ciò l’Elfo ebbe l’accortezza di assottigliare la sua voce tanto da non farsi udire da orecchie estranee. <No, non c’è bisogno che aggiungi altro.> sentenziò allora la donna tentando di riscuotersi e di tranquillizzarsi quel tanto da apparire il meno fragile ed il meno folle possibile <Quel maledetto vuole mandare me laggiù. Lo sapevo già. Io sono diversa dagli altri Cavalieri: dove loro possono morire, io non posso fallire.>. Balian allora abbassò sconsolato il capo ed i suoi occhi grandi e brillanti si opacizzarono un momento; allora aggiunse <Non tu sola. Anche Malin verrà con te.>.
Non appena il suo fine udito catturò il nome del protetto pronunciato dall’Elfo, Alaister si sentì mancare. Qualche cosa dentro di sé scattò come una trappola per topi. Si sentì perduta. <Non può venire laggiù, Malin! E’ lui che vogliono! Non posso portarlo così vicino a loro! Loro sono in tanti, io invece, sono solo una.> quasi singhiozzò la giovane donna, e nel far ciò picchiò i pugni chiusi sul petto dell’Elfo, in preda alla desolazione. Balian allora accennò un debole sorriso e, dopo essersi accertato che più nessuno vi fosse in quell’anfratto di corridoio, lasciò scivolare quella sua mano poggiata sulla spalla di lei dietro la sua schiena, chiudendo la giovane donna in un abbraccio stretto ed intimo. I loro corpi ora si toccavano, erano tanto vicini che i battiti dei loro cuori potevano mischiarsi e cantare all’unisono. Allora Balian le sussurrò all’orecchio <Cento di quegli stupidi folli non valgono te, non temere. Saprai proteggere Malin con tutto l’ardore e tutta la furia di quella che sei. Rammenta: laggiù sei tu che scegli se essere una donna, od essere Alaister. Non hai bisogno di me, tanto meno hai bisogno della mia magia. Sai già cosa fare: anche tu ieri hai presenziato al consiglio ed hai capito meglio di tutti gli altri che cosa il conte va cercando in quelle terre dimenticate. Il tuo compito, in conformità con quello che Lanchaster ha decretato, è quello di supervisionare. Sarai un occhio indiscreto, guarderai, ma non agirai. C’è in ballo qualche cosa di più grande di me e di te, di Alexander Moram o del Consiglio stesso.>.
Alaister si allontanò da Balian con austerità. Aveva compreso molto bene le parole dell’Elfo, e sapeva altrettanto bene che non poteva fare nulla per scampare a quell’ordine impartito dal suo Comandante. Sarebbe partita con Malin alla volta del continente ghiacciato, Glacia, ed avrebbe guardato, con i suoi doppi occhi di Cavaliere e di Alaister, che cosa stava accadendo laggiù. Balian le aveva spiegato tutto molto bene: non importava tanto soddisfare il desiderio del conte di registrare cosa i maghi dell’Accademia, secondo lo stesso conte in combutta con Nedaria, stessero combinando laggiù, quanto controllare che gli Elfi delle Nubi non stessero tramando qualche cosa. Si sarebbe trattato di una missione rischiosa per chiunque, tranne che per lei. Lei sola, però. Malin era in pericolo.

Lanchaster aveva spiegato più nel dettaglio, i giorni a seguire, cosa la missione richiedeva a Malinorne di Eireki ed a Alaister Darkstone. Ufficialmente, secondo il volere del Consiglio, i due Cavalieri in incognito si sarebbero imbarcati su quel vascello al porto di Sestia per controllare per conto del Consiglio stesso cosa i ribelli di Nedaria, attraverso l’intercessione dell’Accademia, stavano conducendo in quelle sperdute terre ghiacciate. Siccome poi il tragitto terrestre da Eireki a Sestia si sarebbe rivelato, a causa dell’inverno, un tragitto estremamente lungo e ricco di peripezie, si decise di inviare i due Cavalieri via mare, costeggiando la costa, fino al porto dell’antica città di Imarna con lo scopo di imbarcarli sotto mentite spoglie come membri dell’equipaggio di quel vascello. In quel modo avrebbero avuto carta bianca sui metodi e sulle decisioni da intraprendere, in tutta libertà, così aveva motivato Lanchaster la scelta di mischiare Alaister e Malin all’equipaggio della Miranda, una grande nave mercantile che viaggiava il flotta ed era stata richiesta esplicitamente dall’Accademia per il trasporto unico e solo di due suoi membri sino alle sponde della fredda Glacia.
Fu così che all’alba del quinto giorno dalla sera in cui ebbe luogo il consiglio, Alaister e Malin si trovarono a discendere da una piccola imbarcazione da pesca per salire a bordo di una assai più grande ed imponente. A nord di Imarna, la città di Sestia pareva un paradiso tropicale in confronto alla fredda Eireki stretta nella morsa dell’inverno. Nonostante il freddo pungesse anche a Sestia, il mare pareva più calmo e tranquillo, il sole dava impressione di scaldare più che nel freddo sud. La Miranda, in tutto il suo splendore, se ne stava alla fonda in attesa che le merci ancora da caricare venissero sollevate dal montacarichi e disposte nella stiva. Sul molo un via vai di persone disorientava Malin avvezzo da tempo ad ambienti meno popolosi ed assai meno variopinti.
<Signore, è questa la nostra nave?> domandò ad un certo punto il ragazzo indicando la Miranda, ed Alaister annuì prontamente. <Vedi di non chiamarmi più “signore” mentre siamo a bordo. Te lo concedo solo in questa occasione, perché il nostro inganno non deve essere svelato. E sii rude, mi raccomando.> si raccomandò la giovane donna mentre si calcava sul viso un berretto dalla visiera bassa, leggermente rigonfio in sommità per poter nascondere sotto di esso le trecce di capelli rossi che la potevano far rassomigliare alla donna che era. Malin allora acconsentì, con un po’ di imbarazzo, e si rimboccò le maniche della divisa cenciosa e ruvida da marinaio che si era procurato un po’ per dovere, un po’ per fortuna. <Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo.> volle dire mentre si sistemava il giacchino di pelle scamosciata sopra la camicia di stoffa grezza <Vestivo così quando non ero Cavaliere.>. <Commovente.> sbottò allora la giovane donna <Ora stammi a sentire: mai dare ad intendere che sei un Cavaliere dell’Ordine, mai sfoderare la spada, mai e poi mai dare modo a qualcuno di pensare che non sei un marinaio. Se ti chiedono il nome, tu chiara il tuo, dì che ti chiami Malin. Se chiedono il mio, dì che è Gaethan. Siamo ufficialmente fratelli. Per il resto, a tua indiscrezione. Diamine… non sono tua madre.>.
Alaister prese di peso la sua sacca e si incamminò nei suoi nuovi panni di marinaio uomo in direzione della Miranda. Malin la seguiva a ruota, ed intanto si guardava attorno sorpreso e meravigliato, in quella splendida atmosfera che mai aveva visto prima in sua vita. Quando furono vicino alla predella per salire sul vascello, dovettero attendere il loro turno per passare: davanti a loro, due figure ammantate ma dal viso scoperto stavano conducendo per il pontile un grande baule ingombrante e pesante. <Lasciali passare, non abbiamo fretta.> disse Alaister al ragazzo e lui, senza dir nulla, acconsentì.
Una ragazza esile ed un uomo visibilmente più anziano faticavano in due a trasportare quel baule sopra al quale l’emblema dell’Accademia campeggiava in bella vista. La ragazza catturò tuttavia l’attenzione di Malin più di quanto avesse fatto l’emblema con l’attenzione della sua maestra. Una creatura gentile e graziosa si palesò dinnanzi agli occhi curiosi di Malin, dal viso incorniciato da una cascata di capelli nerissimi, tanto neri da parer quasi d’un colore ancora diverso. I suoi occhi brillavano al sole e parevano gemme splendide. Le sue forme erano infagottate e celate nel mantello, e Malin da dove si trovava non poteva scorgere altro di quella bella presenza. <E’ un Elfo, Malin.> volle far notare la maestra, spazientendosi per il tempo che quella combriccola ci stava impiegando a trasportare il voluminoso baule <Le donne elfiche portano solo guai.>. Tuttavia il ragazzo rimase ammaliato da quella visione, poiché nonostante si fosse trattata di una delle tante ragazze che lui aveva visto da sempre, sicuramente fu la prima che gli parve tanto bella solamente al primo sguardo. <Ora muoviamoci. Quegli stupidi ci sono riusciti. Tocca a noi salire a bordo.> si indispettì la giovane donna. In men che non si fosse detto i due Cavalieri erano saliti a bordo della Miranda e già andavano a confondersi tra i marinai dell’equipaggio. Malin tuttavia perse di vista la ragazza che aveva tanto fedelmente ammirato poco prima, ma si ripromise che l’avrebbe ritrovata sicuramente durante il viaggio.




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  sabato, 04 ottobre 2008 // Il Cavaliere Grigio
Thalionwen • 17:46
in : capitolo 23


La neve cadeva fitta quell’inverno. Il freddo aveva stretto nella morsa del suo gelo terra e mare fin da subito, costringendo uomini e bestie a rintanarsi nelle proprie tane, in attesa di un tempo sicuramente migliore. Al villaggio di pastori che s’annidava appena sotto il bastione dell’Ordine Scarlatto si parlava di un cavaliere ammantato di grigio che cavalcava la mattina presto, sfrecciando sulla neve come una volpe, tra gli arbusti imbiancati, sfiorando appena, con la grazia di una piuma portata dal vento, la sommità delle dolci colline fuori le mura di Eireki. E c’era chi avrebbe giurato di aver visto assieme a lui, più di una volta, un secondo cavaliere ammantato di nero. Quello che però pareva essere leggenda non lo era poi, in fin dei conti. Nessuno infatti immaginava che quei due fossero non solo due cavalieri qualunque, ma due veri e propri Cavalieri.
Al paese, popoloso solo se si era semplici viaggiatori abituati alla campagna ed alla solitudine, le voci correvano sulle ali della fantasia e le vecchie comari parevano inventare di sana pianta le leggende sul Cavaliere Grigio: per un periodo si era parlato di quel valoroso guerriero come di una creatura ibrida, con il sangue di uomo mischiato a quello di un drago, e si diceva che fosse stato addestrato alla guerra da un drago stesso che lo cibava e dissetava con la carne ed il sangue dei nemici caduti per sua stessa mano. Il periodo successivo, quando ancora vi era bella stagione e gli armenti popolavano le pianure attorno alla grande città, le donne più anziane parlavano del Cavaliere Grigio come di un giovane avvenente, con gli occhi colorati dell’azzurro del cielo e del verde dei boschi, i capelli colore del grano ed il viso di una divinità. Per tutta la stagione degli amori, quando gli allevatori avevano cura di far accoppiare i migliori esemplari perché il bel tempo e la bella stagione portassero nelle loro stalle buon latte e nuovi nascituri, si premuravano la notte di tenere in casa le figlie giovani e le mogli troppo avvenenti, timorosi che potessero finire vittime della bellezza di quel Cavaliere Grigio, capace di irretire le sciocche e di circuirle con dolci parole e filtri d’amore. Ma poi, con il sopraggiungere dell’inverno, il Cavaliere Grigio era diventato il protagonista indiscusso delle storie di fantasmi e di spettri che da generazioni le vecchie contadine avevano raccontato ai piccoli nipotini, nella speranza di spaventarli per bene, come i piccini desiderano. Così il cavaliere sconosciuto ereditava il suo attributo di “grigio” dal colore della coltre con la quale si circondava quando uscendo dal sarcofago della sua tomba perduta montava a cavallo del vento per far appassire le ultime erbette scapate alla ferocia dell’autunno inoltrato. <Ed il Cavaliere Nero, nonna? Chi è?> domandavano i piccini, rapiti da quelle storie folli, ma che venivano raccontate tante e tante volte da sembrare vere per davvero. <Quello, bambini miei, entra ed esce dal castello dell’Ordine Scarlatto come una tempesta, che sia notte o giorno, che piova o che ci sia il sole. Si dice che sia tornato di recente da un massacro, che la sua spada abbia spezzato mille e mille altre vite.> raccontavano le vecchie, ed i bambini rabbrividivano al pensiero che quel demonio spietato abitasse così vicino al loro villaggio <Egli non ha pietà per nessuno. E’ tornato assieme al Cavaliere Grigio. Probabilmente è il suo maestro.>.
Al mercato della grande città di Eireki partecipavano anche i contadini e gli allevatori del piccolo paese abbarbicato sotto il torrione dell’Ordine Scarlatto. Assieme alle loro capre, al loro latte ed alle loro lane, i villani portavano in città anche quelle strane storie, e le diffondevano come una preghiera, perché tutti sapessero le novità da coloro che vivevano vicino a quello spirito, proprio loro che lo temevano e lo amavano a seconda delle stagioni, del buon raccolto o della salute delle bestie d’allevamento. <Cosa c’è di vero in quello che riferite? Ne siete veramente certi?> domandò un giorno una bella donna, attraente nella sua figura longilinea e statuaria, avvolta per il freddo in un lungo mantello scuro dal quale spuntava solamente il viso da sotto la tesa del cappuccio, e qualche ciocca di capelli rossi si riversava da dietro le spalle sul petto nascosto e disciplinato da un vestito che non si vedeva da sotto il tabarro, ma si intuiva da come le scolpiva il corpo. <Mia signora, l’ho visto con i miei occhi! Pensate che mia nipote giura di averlo scorto con timore una notte che la fissava attraverso la finestra della sua stanza. Quel depravato!> testimoniò la vecchia contadina, mentre sputava in terra come scongiuro e incrociava le dita in strani gesti di scaramanzia e stregoneria. La donna ammantata salutò appena prima di dileguarsi tra la folla del mercato. Non aveva comperato nulla, poiché sotto il mantello non portava una borsa ricolma d’oro, ma un fodero lungo e spesso nel quale se ne stava riposta in tutta tranquillità tutta la ricchezza che possedeva. <Da qualche mese a questa parte la tua reputazione di divoratore di vergini ha lasciato spazio alle storie di spettri ed anime vendicative. Ti devi dare da fare!> sbottò allora la giovane donna quando s’approssimò ad una seconda presenza incappucciata, la quale di tutta risposta sghignazzò sommessamente e, dopo un profondo sospiro, aggiunse <Maestro, anch’io qualche anno fa ero come loro: la prima volta che vi vidi varcare il cancello del torrione dell’Ordine Scarlatto credevo voi foste un demonio. Poi mi dissero che eravate l’eccelsa Alaister Darkstone.> il giovane allora prese un profondo respiro, prima di volgersi in direzione della donna per squadrarla dall’alto al basso con il suo sguardo bicromo ed attento <E voi non mi avete mai insegnato a credere che voi foste una docile donzella qualunque>. La giovane donna allora sogghignò a sua volta e, con lo sguardo carico di malizia, soggiunse <Parli bene tu… che sei nato contadino ma non sei rimasto tale.>. Alaister allora fece segno al ragazzo di seguirla <Di quante vergini si è parlato l’ultima volta?> domandò, ed il giovane in imbarazzo rispose <Credo, attorno alle cinque o sei…><Uhm… troppo poche, puoi fare di meglio. Andrò a dire a quelle vecchie megere che sono state di più: ci aggiungiamo anche una principessa o due ed una schiava straniera. L’esotico colpisce più delle storie di fantasmi.> fece spallucce la guerriera, mentre ancora si dileguava tra la folla del mercato, con l’agilità e gli intenti di una vecchia volpe chiusa nel pollaio. <Malin, seguimi! Vieni a goderti la scena. Quelle stupide non saprebbero riconoscere il Cavaliere Grigio che tanto amano nemmeno se fosse lui stesso a presentarsi!> fu il suo richiamo, ed il giovane Cavaliere non poté esimersi dall’obbedire a quella richiesta.
Malin aveva compiuto il ventiduesimo anno di vita all’inizio dell’estate. La sua investitura ufficiale si tenne subito dopo, tanto che già con l’inizio delle calure poteva vantare il titolo di Cavaliere dell’Ordine Scarlatto. La folla ed il trambusto della grande Eireki lo avevano sorpreso quando vi fece ritorno per la cerimonia della sua investitura, all’inizio della bella stagione. Non la ricordava così vivace, così colorata: quando la vide la prima volta del resto lui era ancora un semplice ragazzo di campagna. Un ragazzo pieno di sogni, un po’ ingenuo, ma pur sempre un sempliciotto. Ora, seguendo con i movimenti e lo sguardo la sua maestra sfrecciare tra la folla per diffondere male lingue e leggende sul suo conto, gli pareva di inseguire uno spirito vendicativo che andava prendendosi la rivincita su coloro che alla sua prima venuta l’avevano bistrattato e malmenato. Ricordava ancora, con triste attenzione, quando giunto per la prima volta alla porta della città quella guardia in armi lo aveva malmenato per motivi di futilità. <Ma, maestro, è necessario che voi vi diate tanto disturbo?> domandò ad un tratto il giovane, avvicinandosi al viso della guerriera con fare attento e circospetto. <Ma no, è che mi diverto. Questa città è uno dei miei giocattoli preferiti. Lascia che le vecchie raccontino frottole alle nipoti e che queste ti attendano languenti alle porte delle loro case. Un giorno mi ringrazierai!> motivava lei, riprendendo subito la sua semina di frottole e bugie, raccontando di avvistamenti di draghi, di battaglie epocali, delle avvenenze del Cavaliere Grigio, della sua fama e della sua potenza. <Ma sono bugie, maestro. Ed io sono un Cavaliere!> replicò allora Malin quasi stizzito, con l’enfasi di un giovane dal cuore puro, ligio al dovere e fedele alla verità. <Non temere, sono bugie innocue. E nessuno ha mai fatto il tuo nome. Nessuno sa che il famoso Cavaliere Grigio è Malinorne di Eireki.> replicava con sollecitudine la giovane donna, fermandosi un momento al centro della piazza per orientarsi e guardarsi alle spalle, come se fosse stata insospettita da qualche cosa visto con la coda dell’occhio e che ora non distingueva più nella folla <Tuttavia forse è giunto il momento di abbandonare i giochi e di ritirarci al bastione. Seguimi.> e fece segno a Malin di diventare la sua stessa ombra. I due quindi, l’una determinata e l’altro insospettito dal cambiamento così repentino dell’atteggiamento della mentore, si defilarono dalla folla accalcatasi tra le bancarelle variopinte del mercato per imboccare con circospezione un viottolo stretto e maleodorante, soffocato dalle due alte pareti di due anonime abitazione mercantili. <Maestro, cosa…?> si azzardò a chiedere il giovane, reso cauto a causa del comportamento schivo e stranamente serio della guerriera, ma quella gli fece segno di tacere, poiché stava annusando l’aria con l’attenzione di un segugio e ne stava interrogando i venti, credendo di trovare in essi i toni e le voci di quel “qualcosa” che le aveva strappato dal viso il sorriso di gaiezza e spensieratezza di poco prima.
Nel vicolo stretto quanto è largo l’abbraccio di un uomo se ne stavano accatastate alcune botti vuote e qualche cassa fatiscente. Un rivoletto sudicio e puzzolente correva nel mezzo della stradicciola, ed i topi attraversavano la strada solerti e tranquilli al tempo stesso, come se in un qualche modo quell’angolo città gli fosse appartenuto di diritto. Laggiù, tuttavia, le uniche presenze umane sembravano essere solamente quelle di Alaister e Malin.
La giovane donna portò la mano all’elsa della spada impugnandola con fermezza attraverso il suo fedele guanto dell’armatura. Si guardava attorno con attenzione, anche se non riusciva a trovare quello che cercava. Fece allora segno al protetto di seguirla in silenzio fino dall’altro capo del viottolo, per vedere che cosa succedeva. Se loro due erano l’esca o la preda di qualche malvivente, se ne sarebbero accorti immediatamente.
L’attraversata del vicolo fu semplice e nulla si frappose tra i due Cavalieri ed i loro passi. Alaister allora lasciò scivolare via la mano dall’elsa della spada e sospirò, rilassandosi. Mosse allora il collo di lato, inclinando la testa: le vertebre della sua spina dorsale fremettero e scrocchiarono, indi trasse un profondo respiro e sbottò con sarcasmo <La guerra mi ha disabituato alle grandi città. Questa licenza mi sta uccidendo!>. Malin non disse nulla, ed abbassò lo sguardo, quasi a voler sottolineare l’affermazione della maestra. Poi si lanciò una veloce occhiata alle spalle, per scaramanzia, e fu allora che con la coda dell’occhio vide un’ombra che nel vicolo poco prima non c’era.
Rimase spiazzato, il giovanotto, quando ad uno sguardo più attento non riuscì più a distinguere quell’ombra nella luce opalescente di quella mattina invernale dal cielo coperto di nubi rigonfie di neve. Possibile che si fosse sbagliato? Possibile che i suoi occhi, resi più acuti ed avvezzi alle stranezze dall’addestramento di Darkstone e dagli incantesimi di Balian, l’avessero ingannato? Nel mente, la sua maestra si era distanziata da lui di parecchi passi, attirata da un’insegna invitante alla porta di una locanda. <Vieni ragazzo! Un sorso di questa robaccia da contadini ci schiarirà le idee.> lo chiamò, e lui, disarmato e confuso, fu costretto a lasciare quel vicolo tanto stravagante quanto misterioso.
Non appena anche Malin se ne fu andato, da dietro una di quelle casse fatiscenti quell’ombra che il ragazzo aveva creduto di vedere si mosse e fremette. I topi presero spavento e si rifugiarono tutti nelle loro crepe e nelle loro sudice tane. Un ringhio parve fremere l’aria fredda e tesa della mattina. Ma nessun orecchio senziente si trovò in quel vicolo per udirne i raggelanti sospiri.

La notte, al bastione dell’Ordine Scarlatto, era stato indetto un consiglio di guerra, dietro esplicita richiesta del Consiglio delle Capitali che, deluso dall’esito della guerra condotta sull’Isola Minore e dal conseguente armistizio firmato con i ribelli di Nedaria, aveva espresso l’esatto proposito di interpellare gli alti gradi dell’Ordine per discutere più approfonditamente sul futuro di quella guerra e sulle sorti di Imarna. Il Comandante in carica Ossian Lanchaster aveva chiamato per quel consiglio i suoi migliori luogotenenti e tra questi, con grande scandalo da parte dei nobili Cavalieri e dei benpensanti, figurò anche Alaister Darkstone. Assieme a lei era stato chiamato a rapporto anche Balian, suo fidato consigliere, il quale non aveva peso politico presso le alte sfere dell’Ordine, ma Lanchaster amava averlo accanto, come secondo parere da interpellare nei momenti in cui l’assemblea era bisognosa di essere illuminata dalla saggezza di una creatura di più alto lignaggio ed età di coloro che sedevano allo stesso tavolo ed avevano l’ardire di litigare tra loro.
Quando era stata annunciata la quarta ora della notte, il sole era disceso oltre l’orizzonte da diverso tempo e la sala d’onore del torrione basso e tozzo dell’Ordine era già stata illuminata di tutto punto. Lampade ad olio pendenti dall’alto soffitto illuminavano un lungo tavolo di legno antico, lucido e prezioso, all’estremità più lontana del quale un seggio foderato del cremisi dell’Ordine Scarlatto imperava sui piccoli scanni degli invitati. Quando Alaister fece la sua comparsa all’interno della grande sala, solo Lanchaster presenziava nella sua solitudine, e poggiava lo sguardo con intenzione su di un incartamento che aveva dipanato e disteso sul tavolo dinnanzi al suo posto d’onore. <In anticipo?> ruggì con la sua irruenza la giovane donna mentre, seguita a ruota da Balian, si faceva strava verso il Comandante, con passo lento ed elegante, portamento fiero e la sua consueta baldanza. Ossian, dal canto suo, sollevò appena lo sguardo dalla sua lettura e ripose i binocoli che aveva poggiato sul naso in un taschino cucito sulla sua tunica dell’uniforme. <Eviti sempre le entrate d’effetto, Darkstone. Non ti piace godere pienamente della tua fama?> disse lui, con tono pacato e sguardo vacuo poggiato sulla fronte della donna con noncuranza e nobiltà. Lei sorrise, ma non rispose alla domanda. <Mio signore> salutò quindi Balian per evitare che cadesse il silenzio nella loro conversazione, e così parlando accennò un rigido inchino rimanendo tuttavia aggrappato al proprio bastone con la preoccupazione di rovinare in terra da un momento all’altro <è un privilegio trovarmi qui. Voi avete sempre riguardo nei miei confronti, e richiedete la mia inutile presenza anche in consigli che per voi e per tutta Imarna sono di vitale importanza.>. Lanchaster allora spostò lo sguardo fisso dalla fronte della donna taciturna al viso dell’Elfo, così chiaro da incorniciare come l’argento le gemme azzurre dei suoi occhi ricolmi di vita. <L’onore è il mio.> suggellò solennemente quel saluto con un inchino offerto all’ospite a sua volta <Vi prego, prendete posto. Questa sarà una seduta lunga e sofferta. Me lo sento.> terminò quindi, e senza aggiungere altro al suo discorso indicò due dei tanti posti a sedere e tornò con solerte attenzione alle sue carte ed alle sue preoccupazioni.
I Capi delle città stato del continente di Imarna si presentarono in gran segreto al consiglio, e lo fecero alla spicciolata. Man mano che il tempo passava, alla presenza di Ossian Lanchaster e di Alaister Darkstone si palesavano uomini ammantati e scortati da decine di guardie del corpo, alcune più riservate, altre chiaramente dichiarate nell’intento di proteggere il proprio sovrano. Chi dissimulava a pieno la propria presenza passava inosservato, anche se rivestiva il ruolo di guardia personale, tuttavia il più delle volte quei signori altolocati ed importanti non badavano a quanto le proprie guardie potessero dare nell’occhio. Alaister guardava uno ad uno i signori delle città stato del continente e sospirava, con rassegnazione, nell’assistere a quella sfilata di buffoni e saltimbanchi dal sangue nobile.
Quando tutti i dignitari si presentarono al consiglio, le grandi porte spesse e sontuose della sala d’onore vennero chiuse con uno schianto sordo e sigillate da Cavalieri di guardia sia all’interno che all’esterno della grande stanza. Quella riunione doveva essere segreta, nota solo a coloro che vi prendevano parte, tuttavia la sicurezza non era mai troppa. Se i dignitari del continente avevano scelto la rocca di Lanchaster per il loro consiglio straordinario, dopotutto, vi era un motivo più che valido.
Il Comandante si levò dal proprio seggio, a capo di quella grande ed preziosa tavola di legno scuro, e sovrastò i presenti con la sua esile ma autorevole presenza. I suoi sguardi ispezionavano la stanza con solerte attenzione, danzavano le sue pupille in quelle fessure attente ed abituate con gli anni a non lasciare nulla di incerto. Gli abiti suoi erano quelli d’ordinanza, portava delle armi al suo fianco e vestiva con la tunica decorata dell’Ordine. Indi sospirò e, abbassando un momento lo sguardo sulle sue scartoffie, poggiò i palmi sulla superficie del tavolo quasi non se la sentisse di reggersi da solo sulle proprie gambe.
<Ebbene, miei signori?> tuonò la voce del Comandante non appena quello risollevò il proprio fiero capo <Cosa vi conduce alla mia presenza?>.
I dignitari volsero lo sguardo in direzione di Lanchaster. Uno di loro, tuttavia, lo ignorò meno di quanto lo fecero gli altri, e si sollevò dal suo seggio scoprendosi le spalle nascoste da un lungo e pesante mantello scuro. Indi dichiarò <Ossequi, onorevole Lanchaster. Io sono…><Lo so chi siete voi, vostra eccellenza Alexander Moram, conte di Eireki. Parlate.> interruppe allora il Cavaliere, con fare superbo, quasi volesse che nessuno dei presenti si dichiarasse in pubblico, dal momento che tutti quanti conoscevano le identità di chi presenziava al collegio e trovava dannoso, se non disagevole, che chi avesse preso parola si fosse di volta in volta presentato agli altri <Non lasciate che orecchie indiscrete tendano la loro attenzione in direzione dei vostri discorsi, conte.> aggiunse, e poi con un gesto largo, reale, indicò ad Alexander Moram di riprendere il proprio discorso.
<Siete un uomo di grande genio ed intelletto, un abile stratega.> tessè le sue lodi, il conte della grande città di Eireki <Ed è con orgoglio che vanto la vostra presenza e quella di tutti i vostri Cavalieri nelle mie terre, proprio ad una manciata di passi al di fuori delle mura della mia bella città. E’ per tutelare questo consiglio, e coloro che vi prendono parte, che abbiamo scelto di costituirlo proprio in vostra presenza. I vostri accenni ed i vostri moniti ci siano d’aiuto e di guida in questa fredda notte invernale.>. Il conte si guardò quindi attorno, lanciò un’ultima occhiata a Lanchaster e trasse un profondo sospiro <Miei amici, reggenti e signori delle città stato di Imarna, siamo riuniti qui oggi per discutere l’efficienza e la validità dell’armistizio firmato con i rivoltosi di Nedaria. Abbiamo sedato una guerra sanguinosa, è vero, ma quanto ci è di vantaggio? Cosa abbiamo ottenuto da questo patto? Sì, i ribelli non si coalizzano più contro le nostre forze armate, né più tentano con l’inganno e la magia di far vacillare il nostro giudizio. Tuttavia, abbiamo perso un fratello, il connestabile di Nedaria che oggi dovrebbe sedere tra noi, e che invece non ci è più amico.>
Ossian Lanchaster leggeva con solerte attenzione gli incartamenti che srotolava di continuo sul tavolo dinnanzi a se, mentre sedeva comodamente sul suo seggio vellutato. Sosteneva con le dita gli occhialetti con i quali leggeva i documenti, e le labbra immote si increspavano su di quelle parole che data l’usura delle scartoffie o la squallida calligrafia di colui che le aveva compilate non erano più leggibili. Alaister iniziava a spazientirsi. Di tanto in tanto lanciava qualche occhiata curiosa a Balian in quale, senza perdere una battuta, seguiva il dibattito e le mielose parole di chi parlava, di volta in volta. Tuttavia la guerriera non sopportava quel genere di convegni: ascoltare le lamentele stizzite di qualche conte indispettito dall’aver firmato uno stupido documento, proprio non lo sopportava. La sua mente fuggiva spesso altrove, dove gli spazi erano ampi ed il freddo pungeva davvero. Pensava a che cosa stesse succedendo più lontano di dove si trovava lei, magari in un altro continente. Immaginava le tormente e le tempeste di neve, il ghiaccio che schiantava contro altro ghiaccio. Poteva sentire il rumore che le montagne di neve e le banchine distese sul mare facevano quando s’incontravano e cozzavano tra loro.
La sua attenzione, tuttavia, veniva spesso riportata alla discussione in atto da qualche sgarbato richiamo non indirizzato a lei, ma magari emesso da qualche nobile nei confronti di qualche altro nobile. Allora la giovane donna dallo sguardo focoso e l’aspetto austero sospirava e, con la pazienza che non era nella sua natura, passava oltre e provava a perdersi nuovamente nei propri vagheggiamenti di sogno.
Nel mentre Ossian seguiva il dibattito e pensava a che cosa potesse servire ritirarsi in gran segreto in una caserma militare per discutere di un armistizio firmato proprio dal Consiglio delle Capitali e dallo stesso consiglio criticato e ripudiato. In ciò che i conti ed i signori delle città stato dicevano di volta in volta emergeva solamente il desiderio di tornare sull’Isola Minore a continuare una guerra che aveva tuttavia perso ogni suo significato. Del resto, che senso poteva avere per quei nobili signori muovere un’offesa di quel tipo nei confronti di un loro pari, il governatore di Nedaria, al fine di costringerlo a soffocare la voglia che i cittadini di quella città avevano di prendersi finalmente la propria libertà? L’Isola Minore dell’arcipelago di Imarna da secoli desiderava l’indipendenza dall’Isola Maggiore, la quale aveva sempre visto la sorella come uno scoglio abitato da buzzurri e da mezzosangue, un covo di briganti e di gente di porto, sporca e povera, nulla che valesse la pena di vedere alla pari delle grandi ed antiche città nel cuore dell’Isola Maggiore. Allora perché quei nobili uomini e donne si confrontavano proprio dinnanzi al Comandante dei Cavalieri dell’Ordine Scarlatto? Lanchaster temeva che quel consiglio tanto segreto, in realtà nascondesse un altrettanto segreto patto da stringere con l’Ordine.
<Nobili governanti delle città stato di Imarna,…> richiamò dunque l’attenzione Lanchaster, risollevandosi dal suo seggio per rendersi visibile a tutti i presenti <… ve lo domando per la seconda volta: che cosa siete venuti a chiedermi, questa sera? Poiché non credo che siate qui solo ed esclusivamente per risolvere gli annosi battibecchi che tra di voi hanno portato alla nascita di una guerra e alla sua apparente risoluzione, ditemi: cosa può fare l’Ordine Scarlatto per soddisfare le vostre signorie?>
Il silenzio cadde nella grande stanza d’onore. I presenti si lanciarono un’occhiata rassegnata tra loro e molti di quei nobili che ivi si erano riuniti per quel fine che solo ora Lanchaster aveva intuito, scrollarono le spalle come a volerle rilassare in seguito ad una tribolazione che non avrebbero potuto sopportare oltre. Così, il connestabile di Eireki si sollevò nuovamente dal suo seggio e con orgoglio si schiarì la voce, indi dichiarò <Nedaria ci ha abbandonato perché l’Isola Minore non ha nessun motivo di rimanere vincolata alle leggi ed alla potestà di quella Maggiore. Laggiù, infatti, hanno trovato il modo di arricchirsi e di prosperare senza i commerci di Imarna e senza più fare affidamento sul volere e sulla gentilezza dei suoi abitanti. Hanno tagliato i ponti con noi, e lo hanno fatto perché hanno trovato una nuova, meravigliosa terra dalla quale trarre tutto ciò di cui hanno bisogno.> e dicendo questo, Alexander Moram estrasse dalla borsa di pelle scura che aveva portato con se un incarto di pergamena antico, il quale venne srotolato dal conte stesso e issato dalle sue mani il più in alto possibile, quanto le sue lunghe braccia potevano consentire. Quello che i presenti videro disegnato su quella pergamena, li lasciò tutti increduli.
La fattura di quel documento non era umana. Probabilmente era stato redatto da un Elfo, o da qualche creatura di nobile stirpe, abile nelle arti visive quanto in quelle magiche. Sulla pergamena ingiallita e macchiata dai secoli, un contorno scuro, vergato con l’inchiostro di seppia, delineava la siluette dell’Isola Maggiore di Imarna accanto alla quale se ne stava, come un cucciolo in grembo alla madre, l’Isola Minore dell’arcipelago. <E’ una carta geografica disegnata diversi secoli fa, ritrovata in stanze dimenticate dell’ala più antica del palazzo signorile di Eireki. Le leggende narrano che, prima degli Uomini, dove ora sorge la nostra città si estendesse un antico insediamento elfico. All’epoca, non vi erano distinzioni tra di loro, poiché non vi era ancora stata la diversificazione che conosciamo oggi. Tra gli Elfi di Imarna, allora, vivevano anche quelle creature che oggi giorno è difficile incontrare, e che sono conosciute come Elfi delle Nubi.>.
Balian ebbe tosto un fremito, tuttavia non lo diede troppo a vedere. I suoi grandi occhi color del cielo vibrarono e scintillarono, non per la commozione, ma per il terrore, e la sua stretta attorno al bastone dal quale non si separava mai divenne spasmodica. Le sue vesti allora frusciarono, poiché l’Elfo si mosse appena per cambiare posizione da seduto com’era, e fu allora che Alaister s’accorse di quel suo così insolito comportamento. <Non temere.> fu una voce che solo la giovane donna potè udire nella sua mente <Va tutto bene.> e Balian lanciò uno sguardo vuoto e vacuo in direzione della protetta, quasi a volerle confermare che si era trattato solamente di un brivido.
<Sono stati gli Elfi delle Nubi che hanno indicato su questa antica mappa l’ubicazione di un lembo di quel continente ghiacciato che loro abitano come loro esclusiva dimora. Loro ed i draghi, loro soli possono calpestare quelle terre riarse dal gelo di un inverno che non ha mai fine, e loro soli sanno come giungervi, senza smarrirsi. Loro soli; è sempre stato così, fino a qualche decina di anni fa. Fu allora che si scoprì dove questo continente si trovi veramente, e fu allora che i più dotati nelle arti magiche tra gli Uomini riuscirono a trovare il modo di giungervi in salvezza.> spiegò il conte di Eireki, mentre abbassava la pergamena e l’adagiava sulla superficie levigata del tavolo <Quei maghi… sono stati loro a dire a quelli di Nedaria come raggiungere il continente ghiacciato. E loro lo hanno raggiunto, e vi hanno trovato qualche cosa che vogliono tenere segreto, che vogliono tenere per sé stessi. Hanno tagliato i ponti con l’Isola Maggiore per tenerci tutti lontani da quella ricchezza che loro hanno scovato con l’inganno. Da allora la loro magia è cresciuta e si è rafforzata, la loro ricchezza e la loro forza è aumentata. Tutto ciò è inaccettabile!>.
Il conte Moram battè con furia i pugni sul tavolo antico, facendo tremare i presenti e riscuotere quelli che, come Alaister, si erano perduti in pensieri propri personali, distanti da ciò che accadeva in quel mentre dinnanzi a sé. Ossian Lanchaster, dal canto suo, trasse un profondo respiro di rassegnazione e moderò con un ambio gesto del braccio l’irrequietezza del conte di Eireki <Sono vostre congetture, o ciò che voi dire rispecchia la realtà?> domandò, con placida convenienza, come per sondare quanto convinto fosse il nobile di ciò che aveva appena asserito dinnanzi al consiglio. <Per tutto ciò in cui credo, Comandante, ciò che dico è vero! E’ giunta voce dai porti del sud che quelli di Nedaria stanno armando un vascello che porti pochi scelti tra loro oltre i flutti dove si trova il continente di ghiaccio. Ecco, io chiedo a voi, onorevole Comandante Lanchaster, di scegliere tra i vostri Cavalieri pochi coraggiosi che si confondano con i passeggeri di quel vascello, in modo tale che scoprano e riferiscano al Consiglio delle Capitali cosa tramano i ribelli di Nedaria.>. Lanchaster divenne tetro, un dubbio serpeggiava nella sua mente. <Mio signore, non è forse stata una spedizione di Sestia, anni fa oramai, a trovare le fredde sponde di quel continente? Non è forse stata avviata allora la costruzione di un avamposto su quelle spiagge, poi abbandonato a causa dell’asprezza del territorio e dell’inutilità di condurre laggiù una vita attiva?> domandò allora il Comandante, scettico <Perdonatemi, ma credo che i vostri timori siano solo frutto di un amore troppo profondo per quelle leggende che amate tanto raccontare: non vi è alcuno e nulla su quel continente che possa tornare utile alla ribelle Nedaria. Tanto meno, non credo che quei pochi marinai possano essersi alleati con gli Elfi delle Nubi. Quegli Elfi… sono solo un mito.>. Fu allora che Alexander Moran prese a ridere con crudeltà, quasi in preda ad una sorta di lucida follia <E quello, allora? Che cosa sarebbe?> domandò con disprezzo, indicando Balian seduto accanto ad Alaister. Balian allora ebbe un nuovo brivido, ed i gioielli delle sue vesti sfavillarono quasi avessero scelto di accecare con la loro bellezza la vista impura e disonorevole dei presenti al consiglio. Lanchaster si sentì oltraggiato intimamente da un simile comportamento e, senza tuttavia perdere la calma, innalzò il tono della propria voce sentenziando <Lui non vi riguarda, mio signore. Balian…> ma Balian lo volle interrompere prontamente, solamente con un gesto netto e significativo della sua mano bianca e sottile, più simile a quella di una donna che a quella di un uomo. L’Elfo allora si erse dal suo seggio, con le difficoltà della sua deambulazione, ed a viso chino, ricurvo sulla propria timidezza, prese un profondo respiro. Indi, sollevando lo sguardo ricolmo di quel pacifico, stravagante colore azzurro intenso, parlò <Io provengo da quel continente di ghiaccio che voi, onorevole Alexander, indicate come un giacimento di oro e ricchezza. Tuttavia non mi sento in grado di darvi ragione. Laggiù, vi è solo neve e ghiaccio.><Parli bene tu, Elfo! Non posso fidarmi della tua testimonianza: potresti essere anche tu un vigliacco approfittatore, potresti fare il gioco dei ribelli di Nedaria!> attaccò ancora il conte di Eireki, questa volta sfilandosi dal suo posto a sedere per raggiungere quello di Balian dall’altra parte della stanza. Ma Balian volle rispondere <E’ necessario che voi ascoltiate quello che ho da dirvi a riguardo, o coloro che vorrete mandare all’avventura laggiù potrebbero non fare mai più ritorno. Poiché la strada che conduce al continente di ghiaccio della mia stirpe è stata ritrovata, ciò significa che è stata volutamente riaperta. Già da qualche anno, come sostiene il Comandante, per giunta! Fossi in vostra signoria mi preoccuperei, più di quanto sta accadendo laggiù, di ciò che potrebbe essere accaduto proprio ad Imarna. Per esempio, sapevate che sull’Isola Minore sono stati smarriti nei tempi antichi, in quelli delle vostre leggende, alcuni manufatti di vitale interesse per gli Elfi delle Nubi? E sapevate che questi manufatti possiedono un potere ed un valore che vanno oltre la vostra immaginazione? E’ necessario che mai un Elfo delle Nubi si impadronisca di quei manufatti. Non è la colpevolezza di Nedaria nel voler raggiungere il continente di ghiaccio che dovete provare, ma l’eventualità che la strada sia stata resa nota al fine di condurre gli Elfi delle Nubi proprio qui, su Imarna!><Parli da sciocco, stupido Elfo! Io non ti credo!> infuriò per l’ultima volta il conte Alexander, prima che Lanchaster stesso impedisse al nobile di raggiungere Balian. <Basta così!> pronunciò allora Ossian, riaccompagnando con un gesto perentorio il nobile conte di Eireki al proprio posto a sedere <Sia fatto ciò che il consiglio stabilisce: devo o non devo designare una squadra di Cavalieri affinché raggiungano in gran segreto il continente di ghiaccio che tanto vi sta a cuore? Suvvia, votate. Ad alzata di mano.>. In questo modo accadde ciò che Balian, ma soprattutto Lanchaster, desideravano non dovesse mai accadere.
Il consiglio in quel frangente votò praticamente all’unanimità per mandare un contingente sotto mentite spoglie alla scoperta delle intenzioni dei ribelli di Nedaria. Questo significava, e Lanchaster lo sapeva molto bene, che presto avrebbe dovuto scegliere tra i migliori suoi uomini qualche coraggioso Cavaliere capace di portare a termine la missione senza perdere per essa la vita. Balian, dal canto suo, aveva preso la risoluzione del consiglio con una certa apprensione. L’idea che gli Uomini di Imarna volessero a tutti i costi raggiungere la sua terra natia lo sconvolgeva. Alaister, che aveva assistito a quel dibattito tanto violento appena svoltosi, non aveva ancora pronunciato una parola. Si limitava solamente a fissare il viso dell’Elfo con l’insistenza di un cane da caccia che fissa il volto del suo padrone. E continuava a tacere.
<Così sia. Per quando è fissata la partenza del vascello di cui parlavate, nobile Moram?> decretò allora Ossian Lanchaster. Ed il conte rispose <Tra quattro giorni a partire da domani.>. Il Comandante allora si passò sul viso il palmo della sua mano resa tremante e gelida dalla spiacevole sensazione che gli aveva comunicato quella decisione presa ai voti dal consiglio. Dopodiché, lanciando uno sguardo rassegnato e sconfitto ad Alaister, la quale lo contraccambiò con uno pari per lo meno in timore ed incredulità, così concluse la seduta di quel segretissimo Consiglio delle Capitali <Sceglierò due dei miei uomini migliori. All’alba del quinto tra i prossimi giorni, saliranno a bordo di quel vascello.>.
Il consiglio quindi si aggiornò e, nel giro di poco tempo, nella sala d’onore tornò a regnare il silenzio.

Nelle campagne l’atmosfera di quella notte d’inverno pareva incantata. La luce della luna brillava sulla neve caduta ed accumulatasi sui campi in mattinata, illuminando l’aria a giorno, in una sorta di perpetuo e naturale incantesimo da fiaba. Nelle cascine povere ed arrangiate dei contadini, le persone oramai si erano coricate da tempo e regnava il silenzio, ovunque. Malin era l’unico che si avventurava su quel suolo fatato, lasciando impresse nello spesso strato di neve le orme cilindriche della sua cavalcatura dal manto grigio e macchiato.
Tutto avvolto nel mantello pesante, il giovane Cavaliere avanzava in silenzio sui dolci crinali delle colline appena fuori le alte mura di Eireki per il suo giro di guardia e perlustrazione. Tratteneva le briglie del cavallo tra le mani ma non necessitava di agitarle per comunicare alla bestia dove il suo desiderio intendeva condurlo: la cavalcatura pareva, già di suo, intuire il volere del suo cavaliere e lo soddisfava di buon grado. Quel genere di così obbediente comportamento aveva stupito Malin, specialmente all’inizio, quando ancora non conosceva bene l’arte dell’equitazione e la disprezzava, credendo che muoversi sulle proprie gambe fosse assai più vantaggioso che spronare una povera bestia contro la sua volontà. Tuttavia, quando per necessita dovette salire in groppa alla sua nuova bestia assegnatagli in seguito alla sua ordinazione a Cavaliere, seppe immediatamente entrare in sintonia con l’animale, in modo così naturale e così delicato che la bestia non ricevette mai dal suo nuovo padrone ordini impartiti con la frusta o con gli speroni, tanto meno con le briglie: quello che il giovanotto doveva fare per muovere le zampe della sua cavalcatura non era altro che pensare a dove desiderava andare e realizzare quanto in fretta aveva bisogno di arrivarvi.
La notte chiara e silenziosa lasciava che le stelle brillassero sul manto del cielo, proprio sopra la testa scarmigliata del giovanotto. Il cappotto di pelo di lupo teneva caldo il torso e le braccia del Cavaliere, ma non proteggeva il suo viso ed il suo capo, lasciati per sbaglio e dimenticanza privi di ogni protezione contro la gelida aria invernale. Ad ogni respiro una nube di vapore lasciava il viso di Malin per sciogliersi a poca distanza da quello, e gli occhi suoi lacrimavano a causa del gelo insopportabile.
Ad un tratto, tuttavia, il lento e cadenzato incedere della cavalcatura si arrestò. Riscossosi dal proprio torpore Malin allungò il collo per sforzarsi di vedere oltre un basso muricciolo innalzato dai contadini a divisione di due diversi appezzamenti. Si chiedeva per quale motivo il cavallo si fosse fermato così all’improvviso, e nel domandarselo, con un riflesso incondizionato, portò la sua man destra sull’elsa della sua spada infoderata, legata con cura alla sella della sua cavalcatura.
<Suvvia, non c’è nulla di cui avere paura.> sussurrò allora il Cavaliere alla bestia <Prosegui e scavalca quel mucchietto di pietre. Lo hai sempre fatto, perché mai stasera ti rifiuti?>.
Il giovane non poté nemmeno terminare la frase che il cavallo ebbe un sussulto e, preso dal terrore e dallo spavento, si erse sulle zampe posteriori impennandosi pericolosamente. Malin allora saltò di sella con agilità nella speranza di non ferirsi qualora la cavalcatura si fosse rovesciata da sé sul proprio dorso e, quando affondò nella neve con gli stivali invernali, perse la presa sull’elsa della propria spada che era rimasta al sicuro, ancora avvolta nella pelle della sua guaina legata alla sella dell’animale.
<Fermo!> gridò quindi Malin al palafreno <Cerca di tranquillizzarti!> e nel dir ciò riuscì ad afferrare le briglie sciolte dell’animale. Le tratteneva a malapena poiché la forza di quella bestia era impari e le sue notevoli dimensioni facevano sì che il trattenere il suo terrore risultasse per lo meno difficoltoso. Poi l’animale smise di sollevarsi sulle zampe posteriori, ma era visibilmente agitato e impaurito: i suoi occhi scuri spalancati nelle tenebre guardavano fisso oltre il basso muricciolo che si era categoricamente rifiutato di scavalcare.
Non appena Malin riuscii a capire quale fosse il terrore che aveva fermato il passo della sua bestia ebbe uno strano fremito, una sorta di brivido. Lanciò dunque un’occhiata torva oltre il muricciolo e, stringendosi nelle spalle, si risolse di andare a vedere che cosa l’ombra gettata dalla luce della luna e le tenebre della notte stessero nascondendo laggiù. Poiché l’ora di era fatta tarda ed il suo turno di guardia stava concludendosi, non aveva intenzione di rimanere oltre alla mercé di quel freddo d’inverno che le sue carni giovani non riuscivano a sopportare.
Passo dopo passo si fece sempre più vicino al muricciolo, fino a toccarlo con le ginocchia. Indi il giovane si sporse lentamente, fino a vedere oltre di esso: e quello che vide fu solo e solamente ombra.
<Ma dai… ti spaventi per così poco! C’è solo ombra quaggiù, non devi avere paura…> prese a spiegare allora alla sua bestia, e facendo ciò si girò sui tacchi per tornare a montare in sella al proprio palafreno. Tuttavia, non appena alzò gli occhi sulla sua cavalcatura, quello che vide fu di tutto fuorché il cavallo che aveva lasciato pochi secondi prima.
Una gigantesca presenza si ergeva dinnanzi al Cavaliere deviando la luce della luna e quella che la stella rifletteva sulla neve. Una macchia scura, quasi indistinta, poggiava la sua impalpabile grande mole sulla neve gelida della notte e fissava con occhi ignoti il viso raggelato di Malin. Nessun rumore spezzava il silenzio della notte desolata, salvo lo scalpiccio man mano sempre più tenue degli zoccoli del cavallo grigio che per il terrore si era dato alla fuga.
Il Cavaliere rimase impietrito dinnanzi a quella visione. Fece per istinto per andare a ghermire l’elsa della sua spada, ma solo dopo ricordò di averla lasciata legata alla sella della sua cavalcatura. Disarmato e sconcertato, Malin fissava con insistenza il viso buio dell’ombra dinnanzi a sé e non trovava la forza nemmeno per tremare: qualche cosa, in quella mostruosa visione, glielo impediva categoricamente. Poi, ad un tratto, un sibilo si levò dalla presenza e le sottili orecchie del giovane lo carpirono immediatamente <Riesci a vedermi?> domandò il sibilo, ed il ragazzo, senza domandarsi se quel rumore fosse provenuto proprio dall’ombra, annuì prontamente. Così l’enorme chiazza scura si mosse e si avvicinò ancora più al giovane Cavaliere. <Che… che cosa vuoi da me?> riuscì a domandare allora Malin con un filo di voce, dovuto non tanto al terrore, quanto al fatto che non era più in suo potere gridare o alzare il tono della sua favella più di così. L’ombra allora sussurrò <Sei un mezzosangue?> e nel dire ciò un estroflessione dalla sua grande massa scura si sollevò protendendosi in direzione del petto del giovane. <Non lo sono.> rispose appena Malin, mentre con terrore fissava quella sorta di tentacolo avvicinarsi sempre più a lui. Anche se lo desiderava con tutto se stesso, non riusciva a muovere un passo per sottrarsi alla stretta dell’ombra. Così guardava con orrore quel suo brandello che pareva avere l’intenzione di toccarlo. <Il tuo nome è elfico.> sussurrò con tono piatto, ancora, l’oscura presenza, e Malin di rimando soffocò domandando <Che cosa vuoi tu da me?>.
L’ombra allora affondò nel petto di Malin la sua estroflessione scura e fredda, inconsistente tuttavia dolorosa. Il ragazzo allora ebbe l’impressione di esser stato trafitto da una lama sottilissima e fastidiosa, come se si fosse trattato di un ago. Per un momento non si rese conto di quello che gli era successo, ma il momento subito dopo vide il tentacolo del mostro entrargli nel petto e muoversi vicino al suo cuore, infastidendolo tanto da dargli la nausea. Improvvisamente il sussurro divenne una voce in tutto e per tutto corposa e sonora, che gli rimbombava nella testa con insistenza e violenza <Se i tuoi occhi sono riusciti a vedermi, vuol dire che sei tu quello che stiamo cercando. Non avere paura, ragazzo: non ti uccido. Voglio solo che ti riconoscano, quando ti vedranno. Perché i tuoi occhi sono quello che ci serve: il tuo occhio destro è quello che cerchiamo!>.
Quando l’ombra estrasse il proprio tentacolo dal petto di Malin svanì nel nulla. Il giovane si riprese lentamente, guardandosi attorno stranito, con un vago cerchio alla testa che gliela faceva pulsare fastidiosamente. Persino il viso gli bruciava e lo infastidiva: era come se qualche cosa gli avesse marchiato a fuoco la parte desta del viso. Indi si toccò con le dita, una volta toltosi i guanti, ma al tocco nulla gli parve essere insolito.
Il grigio destriero del Cavaliere comparve poco tempo dopo risalendo lentamente il crinale della collina sulla quale aveva abbandonato il proprio padrone. Quando Malin lo vide gli corse incontro, ghermendolo per le briglie e strigliandolo a dovere per essere fuggito in preda al terrore. Indi gli salì velocemente in groppa e gli chiese di riportarlo al torrione dell’Ordine. Il suo turno di guardia era finito, e la notte si era rivelata tormentata, per lui. Ne aveva abbastanza; voleva farsi una lunga dormita ristoratrice.
Il cavallo allora si volse sui suoi passi e lesto scavalcò con un balzo il basso muricciolo che prima aveva tanto temuto.




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