il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così) troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!

Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non sbadigliate troppo! ^^

la storia
In corso d'opera!! ^^

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i protagonisti

Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?

Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20 anni.

Sesso: uomo
Razza: Umana 
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione. 

- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi. 

- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un cavallo.

Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita. 

Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza qualunque?

Età: Età adolescenziale, 23 anni.

Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta) 
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione. 

- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia. 

- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano. 

Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori. 

Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa. 

 

le razze

Umani

Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza. 

 

ELFI 

Elfi Alti 

Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze elfiche.

  Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.

  Elfi Silvani 

Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.

  Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi. 

Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia. 

Elfi dei Ghiacci 

Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto. 

Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia. 

 

NANI E GNOMI 

Nani di Montagna 

I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.

  Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.

 Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”. 

Nani di Collina 

I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli. Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno. 

Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno. 

Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita. 

Gnomi

  Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione. 

Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.

 Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro. 

 

MEZZELFI 

Mezzelfi Alti 

I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso. 

Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi. 

Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana. 

Mezzelfi Silvani

  I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono. 

Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti. 

Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.  

 

 
Segnalibro
capitolo 1
capitolo 10
capitolo 11
capitolo 12
capitolo 13
capitolo 14
capitolo 15
capitolo 16
capitolo 17
capitolo 18
capitolo 19
capitolo 2
capitolo 20
capitolo 21
capitolo 22
capitolo 23
capitolo 24
capitolo 25
capitolo 26
capitolo 27
capitolo 3
capitolo 4
capitolo 5
capitolo 6
capitolo 7
capitolo 8
capitolo 9
extra - fumetto


Gli autori
 

Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente impacciata.

 

Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.

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  mercoledì, 20 agosto 2008 // Un cuore puro
Thalionwen • 21:37
in : capitolo 17


Fu la voce di Elettra a richiamare dall’oscurità la mente offuscata e confusa di Malinorne di Eireki. Quello infatti aveva perduto i sensi poco dopo esservi trafitto con la lama del suo nemico inerme, per sbaglio. Un orripilante, drammatico, funesto sbaglio: quella lama infatti ancora si ergeva verticalmente poggiata con l’elsa sul pavimento e stretta saldamente nel pugno della carcassa dell’enorme Stuoia, il quale aveva esalato il suo ultimo respiro già da diverso tempo, quando lo sventurato vi cadde inavvertitamente sopra, lasciando le gli trapassasse un fianco, ferendolo senza tuttavia toglierli a sua volta la vita.
<Malin, svegliati! Dobbiamo andarcene…> chiamava Elettra alla volta del giovane sconsiderato, mentre quello lentamente riprendeva coscienza e ricordava con orrore, coraggio e disgusto quello che era accaduto in precedenza. Si rivide dinnanzi agli occhi la ferocia di Stuoia, la ragazzina inerme sulla cuccetta, il disegno dell’ala di drago impresso sul fulgido metallo scuro della spada della maestra Darkstone. <Elettra… come stai?> domandò allora l’infermo, con un filo di voce, mentre tentava di muoversi senza avvertire quel lancinante dolore proveniente dalla ferita, ancora aperta, che la spadaccia del brigante gli aveva squarciato sul giovane corpo provato. La ragazzina ebbe un moto di gioia nel constatare che Malin non era morto in quello stupido incidente, e strisciando nella pozza di sangue che versava sul pavimento, fece per raggiungere il suo salvatore, per abbracciarlo e, se poteva, aiutarlo a sollevarsi da terra. <Sto bene, Malin!> gli disse, con un sorriso sul visino annerito dallo sporco che purtroppo il ragazzo non poté vedere <Sto bene, non ti preoccupare. Lui non mi ha fatto niente, mentre tu eri via. Non mi ha fatto niente… mi ha solo guardato, ma non ha fatto niente. Oh… come sono felice che tu sia vento a cercarmi! Scusa se ti ho cacciato in questo stupido guaio… tutto per colpa mia!>. Malin allora tossì un fiotto di sangue e con uno sforzo impari riuscì a sollevarsi da terra poggiando i gomiti sul pavimento <L’importante è che tu sia illesa.> tossì ancora, mentre guardava con disgusto e desolazione la sua nuova ferita aperta <C’è ancora il cavallo legato fuori da questo posto. Lo utilizzeremo per tornare all’accampamento.>. Elettra annuì, mentre prendeva con le braccia sottili una di quelle di Malin per trarlo a sé, per strapparlo dalla morsa di quella lama che ancora lo attraversava da parte a parte. Poi, guardando la ferita ed il sangue che il ragazzo perdeva da quella, la giovane venne assalita dallo sconforto e domandò <Ma quella… morirai?>. Malin sorrise appena, con i capelli intrecciati che colavano il sangue che avevano assorbito mentre il capo poggiava in terra, e tenendo gli occhi socchiusi sbottò <Non morirò ora. Dobbiamo tornare indietro.>. Così, preso il coraggio a due mani, l’apprendista Cavaliere si volse sul fianco e dolorosamente fece in modo le la lama scivolasse fuori dalla sua ferita, sfilandosi quel coltellaccio dalle carni una volta per tutte. Una volta compiuto l’orrido e doloroso gesto, Malin si afflosciò sul pavimento, annaspando e tossendo per lo sforzo, con i capelli che sporchi e scarmigliati gli ricadevano sul viso provato e sbiadito per la troppa perdita di sangue. <Elettra.. trova uno straccio: devo fasciare la ferita.> sussurrò quindi, e la ragazza raccolse da terra il primo lembo di stoffa che trovò porgendolo al giovanotto che lo prese di buon grado, mentre pensava come fermare il sangue che fuoriusciva dalla ferita per affrontare la lunga cavalcata alla volta dell’accampamento dell’Ordine Scarlatto.
La fasciatura finì per risultare rudimentale: Malin non ne aveva mai approntata una prima. Da sempre, era stata Äel a medicare le ferite del fratellino, quando da piccolo correva nel bosco e cadendo si sbucciava le ginocchia, oppure si bucava la pelle rovinando su un bastoncino appuntito. Per lui era rassicurane ripensare ai giorni in cui la sorella maggiore si prendeva cura di lui: lo allontanavano dal terrore e lo smarrimento di quella sua prima permanenza presso l’Ordine Scarlatto. Così, raccogliendo tutta la forza che possedeva nelle membra, fece per alzarsi dal pavimento e ci riuscì, nonostante il dolore dilaniante di quella stupida ferita aperta. La sua tunica dell’Ordine Scarlatto, con l’aquila bifronte dipinta di rosso carminio sul petto e gli orli finemente lavorati, ora era fradicia di sangue e sudore, sporca di terra e fogliame del sottobosco. Pensò, Malin, che nemmeno la cotta di maglia che portava sotto quella, e la tunica di lino spesso, avevano evitato al giovane di riportare una ferita che aveva poco di diverso da un’offesa mortale: almeno, le lezioni di scherma della maestra Darkstone erano servite a qualche cosa.
<Mangiamo qualche cosa. Non riusciremo a tornare indietro a stomaco vuoto, e pare che il nostro comune amico, il tale Stuoia, ci abbia lasciato qualche cosa di appetitoso proprio qui sul suo tavolo…> comunicò Malin, che barcollando infermo sulle sue gambe infiacchite dalla ferita si avvicinò alla cena lasciata dal nemico sconfitto. Prese quindi dal tavolo il piatto dove Stuoia aveva lasciato lo stoccafisso, ancora integro, ed il pesce arrostito. Porse quindi il desinare alla piccola Elettra, mentre le versava da bere dell’acqua limpida in una tazzona di creta e la guardava avventarsi sul cibo, affamata come mai, ritrovata finalmente sana e salva.
I due cenarono assieme, anche se doveva essere notte inoltrata, ormai. Malin non sapeva dire per quanto tempo era rimasto privo di sensi, e nemmeno Elettra, che era rimasta vigile accanto a lui senza muovere un muscolo, senza nemmeno osare di arrampicarsi sulla scaletta che portava al boccaporto d’uscita dalla stiva per controllare ciò che gli avrebbe attesi fuori. Così, una volta ricostituitisi in parte almeno nello stomaco, Malin ebbe riacquistato le forze necessarie per prendere tra le braccia la ragazzina e tentare di lasciare la stiva del piccolo mercantile. In men che non si fosse detto, si ritrovarono fuori dall’imbarcazione, accanto al palafreno rubato, con le stelle che sopra le loro teste brillavano insolenti, tanto erano belle e irraggiungibili.
Malin fece montare Elettra sul cavallo, in posizione di testa, avvolta e fasciata in quella coperta sporca di sangue nella quale lei si era rifugiata senza volerla mai abbandonare. Poi montò lui stesso, con qualche difficoltà, data la ferita dolorante, che ad ogni movimento spurgava del nuovo sangue, tanto che Malin si domandò quanto ancora ne avrebbe dovuto perdere prima di lasciare andar via anche la vita. Poi il ragazzo scrollò le briglie della bestia che parti di buon passo, ma non al galoppo, un’andatura che Malin, ferito, non avrebbe potuto sopportare. Puntavano la direzione dell’Accampamento, ma da quella spiaggia nessuno dei due aveva idea di dove dirigersi per tornare da dove erano venuti, e Malin era troppo indebolito per far fruttare le sue doti di cacciatore e seguire le sue tracce a ritroso. La notte comunque era fresca, la brezza spirava dal mare in direzione dell’entroterra, ed il palafreno che i due sventurati montavano seguì la medesima rotta. Malin pensò, dentro di sé, che se anche non fossero riusciti a puntare l’accampamento dell’Ordine Scarlatto, sicuramente laggiù si sarebbero accorti della loro scomparsa e avrebbero mandato qualcuno a cercarli. Inutile dire che per il ragazzo risultava molto difficile riuscire a mantenersi sveglio, senza perdere nuovamente i sensi a causa del dolore e della spossatezza, per condurre l’animale che sennò Elettra non era capace di governare da sola.
La notte proseguì così, lunga e spossante, e pareva che il sole non dovesse sorgere mai. Le stelle non tramontavano, stavano immote, sopra la testa di Malin che per un breve lasso di tempo si ritrovò solo, seduto su una terra riarsa e morta, che non conosceva. Si alzò in piedi così in fretta che non concepì nemmeno come poté compiere un simile gesto, da ferito com’era. Poi ebbe un’illuminazione: in quella landa sconosciuta, dove non cresceva l’erba e la terra pareva bruciata da un sole che non risplendeva più dall’alba dei tempi, non poteva che trovarsi dove i vivi non possono andare. Era forse morto? La vita era finalmente scivolata via dalle sue membra di giovane ragazzino mortale, e mortalmente ferito, senza che nemmeno se ne fosse accorto? Ma con quel pensiero nel cuore, con le parole che gli morivano sulle labbra incapaci di involarsi in parole sonore e concise, Malin ritornò in sé. Si ritrovò a cavallo del palafreno rubato, Elettra stretta tra le braccia, le briglie dell’animale strette spasmodicamente nel pugno. Il dolore al fianco trafitto gli ricordavano che la sua anima era ancora prigioniera di quelle carni martoriate. <Poco male…> pensò tra sé e sé, senza dare voce ai propri pensieri <…forse.> poiché non si sentiva pronto a lasciare il mondo che conosceva, le terre della sua esistenza, Imarna, ed il suo sogno di fare della sua vita ciò che aveva sempre sperato.

La voce di Balian riportò la coscienza di Malin da quell’oblio ove era ricaduta in seguito all’emorragia che aveva favorito la profonda ferita al fianco riportata in duello. Una cantilena sincopata e lamentosa, una nenia lenta che non conteneva parole, soltanto suoni lunghi e sottili, come nastri di seta, aveva tenuto compagnia alla mente persa del ragazzo e l’aveva accompagnata indietro, nel mondo dei vivi, dove doveva rimanere ancora. Infatti la ferita di Malin, nonostante la sua profondità, era stata medicata e curata in tempo, abbastanza da evitare al giovane uomo i tribolamenti di una lunga degenza e di una infermità quasi permanente: la sua forza inoltre derivante da una prorompente gioventù aveva fatto sì che i medicamenti facessero subito efficacia e ritardassero la morte per lungo tempo ancora. La mente del ragazzo, tuttavia, non era più parte del suo corpo da giorni, da quando aveva fatto ritorno all’accampamento dell’Ordine in sella a quel cavallo rubato ed in compagnia di quella ragazzina avvolta in cenci sporchi di sangue e acqua di mare; Balian, che aveva a cuore le sorti e la persona di Malin, lo aveva medicato e preso sotto la sua ala benevola, prendendosi cura di lui come di un protetto speciale, e per amore di lui aveva profuso in quelle cure le sue arti elfiche più ataviche al fine di recuperare dal regno dei morti quella mente che il giovanotto aveva lasciato fuggire troppo velocemente.
Passarono una settimana e cinque giorni prima che Malin riprendesse coscienza, in seguito alla sua lunga e pressoché stabile degenza. Alaister gli era stata accanto quasi con la medesima costanza con cui lui stesso aveva vegliato sulla maestra inferma. Tuttavia Alaister, che era un cuore fiero e libero, aveva sopportato con difficoltà le lunghe giornate passate al capezzale del protetto, tanto che spesso se ne allontanava per sbrigare le sue faccende ed i suoi compiti, senza invero dedicarsi a quelle arti guerresche a lei tanto care, che nei suo caso e per sua scelta aveva sospeso fino a quando Malin non si fosse ripreso. Poi, una mattina, Balian aveva interrotto quella lunga nenia che erano giorni interi che non taceva, e con voce rotta e spezzata dalla fatica e dal fiato carente, aveva asserito con la sua gaudente serenità che il giovane era finalmente tornato tra i vivi e che presto avrebbe riaperto i suoi occhi sul mondo. Così la maestra gli rimase seduta accanto, lo sguardo di fiamma puntato sul viso di lui imperlato di sudore dovuto alla febbre ed al calore delle giornate estive, attendendo che quello mostrasse il benché minimo segno di vita. Quando accadde, Balian fece ritorno dal suo riposo ed assistette l’infermo come una guida attende il cliente lungo in sentiero da percorrere.
<Bentornato, Malinorne.> sussurrò Balian all’orecchio del giovane, e lui ebbe un fremito <Non temere, e destati con tranquillità. Alaister ed io siamo al tuo fianco, ed attenderemo con pazienza che tu sostenga nuovamente la pesantezza della tua esistenza.>. Alaister, vestita della sua tunica lunga fino alle caviglie, sporca di terra e di polvere, si sporgeva con l’impazienza di un bambino corrotto dalla curiosità sul viso dell’apprendista, ed a stento respirava. Il suo sguardo era impenetrabile, insostenibile, e chiunque avrebbe giurato che a sfiorarle la pelle ci si sarebbe scottati sicuramente: persino il suo alito, come quello di un drago, scottava e scaldava più di un fuoco acceso d’inverno. <Pazienta, ragazza mia.> disse allora Balian con un sorriso mentre poggiava un palmo sul petto della donna e l’allontanava dall’infermo <Lascia che prenda da solo il calore che gli serve. Il tuo intervento questa volta è scongiurato.>.
Malin prese finalmente coscienza dopo qualche ora, quando riaprì a fatica gli occhi e riprese a respirare con vigore e regolarità, in piena salute, nonostante la ferita riportata in duello. Alaister e Balian gli sedevano a fianco, e lo guardavano con solerte curiosità e gaiezza, dal momento che aveva vinto la morte ed aveva fatto ritorno tra i vivi. Tuttavia Malin, quando notò la presenza della maestra, ebbe un fremito e sul suo viso si dipinse un’espressione di profondo rammarico, che a stento voleva intendere a parole, ma che Balian prontamente gli bloccò col dorso della mano, evitandogli sforzi inutili. E fu proprio lui, per primo, a parlare per riabilitare la memoria del ragazzo e la sua stessa coscienza <Non ti agitare, ragazzo mio.> lo aveva messo in guardia l’Elfo, con quel suo sorriso imperturbabile che gli si dipingeva sul viso chiaro e teso, perfetto, di marmo <Elettra, la ragazza che hai salvato dal bandito e che hai riportato tra noi, ci ha raccontato tutto ciò che è accaduto, senza tralasciare nulla. Sappiamo della sua sfida, del fatto che ti ha convinto con l’inganno e le minacce ad assecondare il suo desiderio, sappiamo che poi ha spronato il cavallo al galoppo smarrendosi nella foresta. Elettra ci ha raccontato tutto sul tuo salvataggio, sul fatto che hai affrontato e sconfitto tutto da solo quel bandito, rimanendo gravemente ferito…> e Balian a quel punto interruppe il suo racconto, lanciando un’occhiata ad Alaister la quale subito ricambiò, col viso imperturbabile, immoto, le labbra piegate nella sua solita espressione di impassibilità, e gli occhi ardenti, fiammanti, tanto che a Malin parvero bruciare come tizzoni ardenti <…Non so se ti rendi conto pienamente di chi hai protetto con tanto ardimento. Lei infatti ci ha informato di averti tenuto all’oscuro della sua reale identità di proposito. E ciò nonostante, con orgoglio Alaister ed io riconosciamo il tuo salvataggio e le tue azioni come provenienti da un cuore puro e coraggioso, come la tua mentore non pensava certamente.> Darkstone allora sbuffò contrariata, tuttavia accondiscendente per quello che aveva svelato l’Elfo. Malin ora si sentiva più in forze, più rincuorato, ed il riepilogo che gli aveva offerto Balian riguardo gli accadimenti che lo avevano portato dove ora si trovava lo aveva assicurato di ciò che rammentava. Quindi, con un filo di voce, ingenuamente, domandò <Che cosa dite? Elettra… cosa non mi ha detto?>. Balian allora socchiuse gli occhi color del cielo, spossato, e con un sospiro di tribolazione spiegò <Lei è la figlia di Ossian Lanchaster. Risiede in questo accampamento da quando il fratello, arruolato nell’Ordine Scarlatto, combatte per Imarna la guerra contro lo straniero qui, in questa contrada. Lei è Elettra Lanchaster, e la sua incolumità è priorità assoluta per chiunque. Lei ha sbagliato a non svelarti la sua identità: se lo avesse fatto fin da subito, ti avrebbe probabilmente risparmiato molti grattacapi... non credi?>. Malin, assistendo a quella dichiarazione, per poco non si sentì mancare: la ragazza che gli aveva provocato tanti disguidi era la figlia di quell’uomo che, con tanta lungimiranza e fiducia, aveva insistito affinché l’Ordine lo arruolasse tra le sue fila, e lui stesso lo aveva affidato alle cure di Alaister, affinché lo educasse e lo addestrasse al meglio, come solo lei avrebbe potuto fare. Il ragazzo se ne rendeva conto solo ora: quale pericolo aveva scongiurato, e per fortuna che aveva deciso di rintracciare e trarre in salvo la ragazzina fuggitiva! Se l’avesse persa o l’avesse lasciata in balia di quei banditi tralasciando le sue risoluzioni ed i suoi doveri, non si sarebbero limitati a punirlo con venti frustrate: gli avrebbero come minimo tagliato la testa, o lo avrebbero impiccato. Si sentiva grato e lieto del suo improvviso coraggio ferino, quello che lo aveva spinto fin sulla barca di Stuoia per recuperare la ragazzina. Aveva scampato la morte, un’altra volta, la seconda, in un lasso di tempo così ristretto che al sol pensiero gli fece girare la testa.
<Sei stato fortunato, come al solito…> sbottò allora Darkstone, mentre recuperava la sua spada riposta con cura nel fodero scuro, e la mostrava all’infermo, ancora frastornato <Ti dovrei spezzare un braccio, o tagliare una mano, per aver osato accarezzare il pensiero di prendere la mia spada senza il mio permesso, ed ancora peggio, per averlo fatto mentre non potevo impedirtelo. Tuttavia la hai utilizzata con giudizio (anche se non so come tu ci sia riuscito) per salvare una vita illustre e la hai riportata incolume, come l’avevi trovata. La spada, intendo.> così la ripose nuovamente al suo fianco, sul pavimento di legno e terra della tenda <Per questa volta lascio passare. Hai combattuto solo contro un nemico che non eri preparato ad affrontare, con una spada che non era la tua e che non era stata concepita affinché tu la impugnassi. Ho visto le ferite sulle tue mani: sei stato un’idiota ad impugnare la mia spada senza un guanto da falconiere, od un guanto di cotta di maglia. Tuttavia non potevi… sì, non potevi saperlo.>. Darkstone si era raccolta e parlava al protetto come ad un figlio disubbidiente del quale però riconosceva le doti ed i meriti, che mitigavano la sua rabbia e la sua furia per aver sottratto al suo controllo l’arma che non desiderava venisse toccata da nessun’altro salvo che da lei stessa. Balian la guardava con affetto, riconoscendo in lei una maternità che non aveva mai sperato di sondare in un cuore così ruvido e duro, scottante, come la lava indurita dopo esser stata eruttata da un vulcano attivo. Malin non se ne poteva accorgere, frastornato com’era, tuttavia Balian aveva scorto sul viso della donna un rossore che non era suo tipico, anzi: Alaister stava arrossendo, di malizia o di vergogna non era dato saperlo, fatto stava che si stava emozionando parlando con amore e orgoglio a quel ragazzo che fino a qualche settimana prima vedeva solo come una palla al piede, un compito disgustoso al quale si applicava con discontinuità, orrore, vergogna e scontentezza. Forse ora, dopo tutto ciò che era accaduto, avrebbe visto in Malin un degno allievo, e lo avrebbe allevato come si confaceva ad un futuro Cavaliere dell’Ordine Scarlatto. Balian se lo augurava: aveva fiducia in Malin, e lo amava come un carissimo e vecchio amico.
<Maestra, desidero riprendere il prima possibile gli addestramenti. Da quando siete partita per la guerra e siete tornata ferita, ho fatto pochi progressi, lavorando unicamente su quei pochi insegnamenti che mi avete impartito la prima volta. Ora, sono desideroso…anzi, smanioso di imparare dell’altro da voi.> richiese quindi Malin, volgendo lo sguardo bicromo al viso acceso ed imbarazzato di Alaister, la quale incrociò il suo sguardo, lo sostenne come una fiera guarda il suo cacciatore, per poi distoglierlo vinta e sopraffatta dalla sua audacia. Darkstone stava perdendo la calma, era combattuta, adirata, lieta, stranamente agitata. La situazione le stava sfuggendo di mano, il suo protetto aveva smesso di essere quel moccioso petulante e privo di spina dorsale che era stato quando lo aveva conosciuto per la prima volta. L’aver impugnato la sua lama, quella terribile lama nera, aveva provato che il suo cuore ed il suo spirito erano pronti a ricever di più da lei, e desideravano ardentemente dell’altro, ciò che lei non era stata mai disposta a tramandare a nessuno. Balian, che in silenzio la guardava dall’alto della sua statura elfica, si era annullato nella mente di Alaister, dove esistevano solo lei e Malin. Era incapace di dire ancora una parola, era stranita, spiazzata: non concepiva il motivo di quelle sensazioni, e non concepiva nemmeno la loro natura. Cosa le prendeva? Era gelosa? Arrabbiata? Oppure era felice per non aver perso la vita di quel ragazzino? Eppure lei lo detestava, non lo poteva sopportare, e lo voleva annientare. Ma lo temeva? Forse inconsciamente aveva letto nel suo cuore una forza ed un fuoco che avrebbero potuto contrastare e rivaleggiare con la sua forza ed il suo fuoco. Per la prima volta dopo tantissimo tempo, Alaister Darkstone smetteva di essere quell’imponente, terribile presenza di sempre rimanendo solamente una piccola, giovane ragazza qualunque.
La donna si chinò nuovamente di lato per recuperare un nuovo oggetto, lasciato accanto alla sua spada inguainata. Lo agguantò in fretta e lo sollevò con noncuranza, quasi avesse avuto fretta di mostrarlo e consegnarlo, per togliere il disturbo, per ritirarsi a schiarire le idee. Si sollevò e si alzò in piedi, per giunta di cose, e poggiò l’oggetto agguantato sul petto di Malin, per poi dargli le spalle ed in velocità abbandonarlo in compagnia di Balian. Alaister sparì in fretta oltre l’entrata drappeggiata della sua tenda, e non disse una parola per accomiatarsi. L’oggetto che aveva lasciato a Malin, in ultima istanza, non era altro che una bellissima spada, nuova di forgia, dall’elsa dorata e la guaina di pelle scamosciata. <Non vede l’ora che ricominci l’addestramento, credimi, Malinorne.> sorrise allora Balian, lieto per quel regalo donato dalla maestra all’allievo. Malin, dal canto suo, non aggiunse nulla limitandosi ad accarezzare con leggerezza gli intarsi ed il disegno sinuoso dell’elsa della spada, smarrito, contento, talmente inebriato da quel gesto e da quell’improvviso dono da ricadere tosto in un profondo sonno ristoratore.




(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))