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il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
la storia
In corso d'opera!! ^^
art gallery
i protagonisti
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?
Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20
anni.
Sesso: uomo
Razza: Umana
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione.
- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi.
- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un
cavallo.
Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita.
Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza
qualunque?
Età: Età adolescenziale,
23 anni.
Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta)
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione.
- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia.
- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano.
Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori.
Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
Umani
Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI
Elfi Alti
Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria
Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze
elfiche.
Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.
Elfi Silvani
Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.
Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi.
Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia.
Elfi dei Ghiacci
Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan
Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto.
Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI
Nani di Montagna
I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan
nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.
Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.
Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”.
Nani di Collina
I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli.
Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno.
Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno.
Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita.
Gnomi
Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione.
Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.
Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI
Mezzelfi Alti
I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso.
Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie
apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi.
Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana.
Mezzelfi Silvani
I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono.
Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti.
Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Segnalibro
capitolo 1 capitolo 10 capitolo 11 capitolo 12 capitolo 13 capitolo 14 capitolo 15 capitolo 16 capitolo 17 capitolo 18 capitolo 19 capitolo 2 capitolo 20 capitolo 21 capitolo 22 capitolo 23 capitolo 24 capitolo 25 capitolo 26 capitolo 27 capitolo 3 capitolo 4 capitolo 5 capitolo 6 capitolo 7 capitolo 8 capitolo 9 extra - fumetto
Gli autori
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace
reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che
non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono
i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo
tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da
guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo
libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna
bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente
impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
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La neve cadeva fitta quell’inverno. Il freddo aveva stretto nella morsa del suo gelo terra e mare fin da subito, costringendo uomini e bestie a rintanarsi nelle proprie tane, in attesa di un tempo sicuramente migliore. Al villaggio di pastori che s’annidava appena sotto il bastione dell’Ordine Scarlatto si parlava di un cavaliere ammantato di grigio che cavalcava la mattina presto, sfrecciando sulla neve come una volpe, tra gli arbusti imbiancati, sfiorando appena, con la grazia di una piuma portata dal vento, la sommità delle dolci colline fuori le mura di Eireki. E c’era chi avrebbe giurato di aver visto assieme a lui, più di una volta, un secondo cavaliere ammantato di nero. Quello che però pareva essere leggenda non lo era poi, in fin dei conti. Nessuno infatti immaginava che quei due fossero non solo due cavalieri qualunque, ma due veri e propri Cavalieri.
Al paese, popoloso solo se si era semplici viaggiatori abituati alla campagna ed alla solitudine, le voci correvano sulle ali della fantasia e le vecchie comari parevano inventare di sana pianta le leggende sul Cavaliere Grigio: per un periodo si era parlato di quel valoroso guerriero come di una creatura ibrida, con il sangue di uomo mischiato a quello di un drago, e si diceva che fosse stato addestrato alla guerra da un drago stesso che lo cibava e dissetava con la carne ed il sangue dei nemici caduti per sua stessa mano. Il periodo successivo, quando ancora vi era bella stagione e gli armenti popolavano le pianure attorno alla grande città, le donne più anziane parlavano del Cavaliere Grigio come di un giovane avvenente, con gli occhi colorati dell’azzurro del cielo e del verde dei boschi, i capelli colore del grano ed il viso di una divinità. Per tutta la stagione degli amori, quando gli allevatori avevano cura di far accoppiare i migliori esemplari perché il bel tempo e la bella stagione portassero nelle loro stalle buon latte e nuovi nascituri, si premuravano la notte di tenere in casa le figlie giovani e le mogli troppo avvenenti, timorosi che potessero finire vittime della bellezza di quel Cavaliere Grigio, capace di irretire le sciocche e di circuirle con dolci parole e filtri d’amore. Ma poi, con il sopraggiungere dell’inverno, il Cavaliere Grigio era diventato il protagonista indiscusso delle storie di fantasmi e di spettri che da generazioni le vecchie contadine avevano raccontato ai piccoli nipotini, nella speranza di spaventarli per bene, come i piccini desiderano. Così il cavaliere sconosciuto ereditava il suo attributo di “grigio” dal colore della coltre con la quale si circondava quando uscendo dal sarcofago della sua tomba perduta montava a cavallo del vento per far appassire le ultime erbette scapate alla ferocia dell’autunno inoltrato. <Ed il Cavaliere Nero, nonna? Chi è?> domandavano i piccini, rapiti da quelle storie folli, ma che venivano raccontate tante e tante volte da sembrare vere per davvero. <Quello, bambini miei, entra ed esce dal castello dell’Ordine Scarlatto come una tempesta, che sia notte o giorno, che piova o che ci sia il sole. Si dice che sia tornato di recente da un massacro, che la sua spada abbia spezzato mille e mille altre vite.> raccontavano le vecchie, ed i bambini rabbrividivano al pensiero che quel demonio spietato abitasse così vicino al loro villaggio <Egli non ha pietà per nessuno. E’ tornato assieme al Cavaliere Grigio. Probabilmente è il suo maestro.>.
Al mercato della grande città di Eireki partecipavano anche i contadini e gli allevatori del piccolo paese abbarbicato sotto il torrione dell’Ordine Scarlatto. Assieme alle loro capre, al loro latte ed alle loro lane, i villani portavano in città anche quelle strane storie, e le diffondevano come una preghiera, perché tutti sapessero le novità da coloro che vivevano vicino a quello spirito, proprio loro che lo temevano e lo amavano a seconda delle stagioni, del buon raccolto o della salute delle bestie d’allevamento. <Cosa c’è di vero in quello che riferite? Ne siete veramente certi?> domandò un giorno una bella donna, attraente nella sua figura longilinea e statuaria, avvolta per il freddo in un lungo mantello scuro dal quale spuntava solamente il viso da sotto la tesa del cappuccio, e qualche ciocca di capelli rossi si riversava da dietro le spalle sul petto nascosto e disciplinato da un vestito che non si vedeva da sotto il tabarro, ma si intuiva da come le scolpiva il corpo. <Mia signora, l’ho visto con i miei occhi! Pensate che mia nipote giura di averlo scorto con timore una notte che la fissava attraverso la finestra della sua stanza. Quel depravato!> testimoniò la vecchia contadina, mentre sputava in terra come scongiuro e incrociava le dita in strani gesti di scaramanzia e stregoneria. La donna ammantata salutò appena prima di dileguarsi tra la folla del mercato. Non aveva comperato nulla, poiché sotto il mantello non portava una borsa ricolma d’oro, ma un fodero lungo e spesso nel quale se ne stava riposta in tutta tranquillità tutta la ricchezza che possedeva. <Da qualche mese a questa parte la tua reputazione di divoratore di vergini ha lasciato spazio alle storie di spettri ed anime vendicative. Ti devi dare da fare!> sbottò allora la giovane donna quando s’approssimò ad una seconda presenza incappucciata, la quale di tutta risposta sghignazzò sommessamente e, dopo un profondo sospiro, aggiunse <Maestro, anch’io qualche anno fa ero come loro: la prima volta che vi vidi varcare il cancello del torrione dell’Ordine Scarlatto credevo voi foste un demonio. Poi mi dissero che eravate l’eccelsa Alaister Darkstone.> il giovane allora prese un profondo respiro, prima di volgersi in direzione della donna per squadrarla dall’alto al basso con il suo sguardo bicromo ed attento <E voi non mi avete mai insegnato a credere che voi foste una docile donzella qualunque>. La giovane donna allora sogghignò a sua volta e, con lo sguardo carico di malizia, soggiunse <Parli bene tu… che sei nato contadino ma non sei rimasto tale.>. Alaister allora fece segno al ragazzo di seguirla <Di quante vergini si è parlato l’ultima volta?> domandò, ed il giovane in imbarazzo rispose <Credo, attorno alle cinque o sei…><Uhm… troppo poche, puoi fare di meglio. Andrò a dire a quelle vecchie megere che sono state di più: ci aggiungiamo anche una principessa o due ed una schiava straniera. L’esotico colpisce più delle storie di fantasmi.> fece spallucce la guerriera, mentre ancora si dileguava tra la folla del mercato, con l’agilità e gli intenti di una vecchia volpe chiusa nel pollaio. <Malin, seguimi! Vieni a goderti la scena. Quelle stupide non saprebbero riconoscere il Cavaliere Grigio che tanto amano nemmeno se fosse lui stesso a presentarsi!> fu il suo richiamo, ed il giovane Cavaliere non poté esimersi dall’obbedire a quella richiesta.
Malin aveva compiuto il ventiduesimo anno di vita all’inizio dell’estate. La sua investitura ufficiale si tenne subito dopo, tanto che già con l’inizio delle calure poteva vantare il titolo di Cavaliere dell’Ordine Scarlatto. La folla ed il trambusto della grande Eireki lo avevano sorpreso quando vi fece ritorno per la cerimonia della sua investitura, all’inizio della bella stagione. Non la ricordava così vivace, così colorata: quando la vide la prima volta del resto lui era ancora un semplice ragazzo di campagna. Un ragazzo pieno di sogni, un po’ ingenuo, ma pur sempre un sempliciotto. Ora, seguendo con i movimenti e lo sguardo la sua maestra sfrecciare tra la folla per diffondere male lingue e leggende sul suo conto, gli pareva di inseguire uno spirito vendicativo che andava prendendosi la rivincita su coloro che alla sua prima venuta l’avevano bistrattato e malmenato. Ricordava ancora, con triste attenzione, quando giunto per la prima volta alla porta della città quella guardia in armi lo aveva malmenato per motivi di futilità. <Ma, maestro, è necessario che voi vi diate tanto disturbo?> domandò ad un tratto il giovane, avvicinandosi al viso della guerriera con fare attento e circospetto. <Ma no, è che mi diverto. Questa città è uno dei miei giocattoli preferiti. Lascia che le vecchie raccontino frottole alle nipoti e che queste ti attendano languenti alle porte delle loro case. Un giorno mi ringrazierai!> motivava lei, riprendendo subito la sua semina di frottole e bugie, raccontando di avvistamenti di draghi, di battaglie epocali, delle avvenenze del Cavaliere Grigio, della sua fama e della sua potenza. <Ma sono bugie, maestro. Ed io sono un Cavaliere!> replicò allora Malin quasi stizzito, con l’enfasi di un giovane dal cuore puro, ligio al dovere e fedele alla verità. <Non temere, sono bugie innocue. E nessuno ha mai fatto il tuo nome. Nessuno sa che il famoso Cavaliere Grigio è Malinorne di Eireki.> replicava con sollecitudine la giovane donna, fermandosi un momento al centro della piazza per orientarsi e guardarsi alle spalle, come se fosse stata insospettita da qualche cosa visto con la coda dell’occhio e che ora non distingueva più nella folla <Tuttavia forse è giunto il momento di abbandonare i giochi e di ritirarci al bastione. Seguimi.> e fece segno a Malin di diventare la sua stessa ombra. I due quindi, l’una determinata e l’altro insospettito dal cambiamento così repentino dell’atteggiamento della mentore, si defilarono dalla folla accalcatasi tra le bancarelle variopinte del mercato per imboccare con circospezione un viottolo stretto e maleodorante, soffocato dalle due alte pareti di due anonime abitazione mercantili. <Maestro, cosa…?> si azzardò a chiedere il giovane, reso cauto a causa del comportamento schivo e stranamente serio della guerriera, ma quella gli fece segno di tacere, poiché stava annusando l’aria con l’attenzione di un segugio e ne stava interrogando i venti, credendo di trovare in essi i toni e le voci di quel “qualcosa” che le aveva strappato dal viso il sorriso di gaiezza e spensieratezza di poco prima.
Nel vicolo stretto quanto è largo l’abbraccio di un uomo se ne stavano accatastate alcune botti vuote e qualche cassa fatiscente. Un rivoletto sudicio e puzzolente correva nel mezzo della stradicciola, ed i topi attraversavano la strada solerti e tranquilli al tempo stesso, come se in un qualche modo quell’angolo città gli fosse appartenuto di diritto. Laggiù, tuttavia, le uniche presenze umane sembravano essere solamente quelle di Alaister e Malin.
La giovane donna portò la mano all’elsa della spada impugnandola con fermezza attraverso il suo fedele guanto dell’armatura. Si guardava attorno con attenzione, anche se non riusciva a trovare quello che cercava. Fece allora segno al protetto di seguirla in silenzio fino dall’altro capo del viottolo, per vedere che cosa succedeva. Se loro due erano l’esca o la preda di qualche malvivente, se ne sarebbero accorti immediatamente.
L’attraversata del vicolo fu semplice e nulla si frappose tra i due Cavalieri ed i loro passi. Alaister allora lasciò scivolare via la mano dall’elsa della spada e sospirò, rilassandosi. Mosse allora il collo di lato, inclinando la testa: le vertebre della sua spina dorsale fremettero e scrocchiarono, indi trasse un profondo respiro e sbottò con sarcasmo <La guerra mi ha disabituato alle grandi città. Questa licenza mi sta uccidendo!>. Malin non disse nulla, ed abbassò lo sguardo, quasi a voler sottolineare l’affermazione della maestra. Poi si lanciò una veloce occhiata alle spalle, per scaramanzia, e fu allora che con la coda dell’occhio vide un’ombra che nel vicolo poco prima non c’era.
Rimase spiazzato, il giovanotto, quando ad uno sguardo più attento non riuscì più a distinguere quell’ombra nella luce opalescente di quella mattina invernale dal cielo coperto di nubi rigonfie di neve. Possibile che si fosse sbagliato? Possibile che i suoi occhi, resi più acuti ed avvezzi alle stranezze dall’addestramento di Darkstone e dagli incantesimi di Balian, l’avessero ingannato? Nel mente, la sua maestra si era distanziata da lui di parecchi passi, attirata da un’insegna invitante alla porta di una locanda. <Vieni ragazzo! Un sorso di questa robaccia da contadini ci schiarirà le idee.> lo chiamò, e lui, disarmato e confuso, fu costretto a lasciare quel vicolo tanto stravagante quanto misterioso.
Non appena anche Malin se ne fu andato, da dietro una di quelle casse fatiscenti quell’ombra che il ragazzo aveva creduto di vedere si mosse e fremette. I topi presero spavento e si rifugiarono tutti nelle loro crepe e nelle loro sudice tane. Un ringhio parve fremere l’aria fredda e tesa della mattina. Ma nessun orecchio senziente si trovò in quel vicolo per udirne i raggelanti sospiri.
La notte, al bastione dell’Ordine Scarlatto, era stato indetto un consiglio di guerra, dietro esplicita richiesta del Consiglio delle Capitali che, deluso dall’esito della guerra condotta sull’Isola Minore e dal conseguente armistizio firmato con i ribelli di Nedaria, aveva espresso l’esatto proposito di interpellare gli alti gradi dell’Ordine per discutere più approfonditamente sul futuro di quella guerra e sulle sorti di Imarna. Il Comandante in carica Ossian Lanchaster aveva chiamato per quel consiglio i suoi migliori luogotenenti e tra questi, con grande scandalo da parte dei nobili Cavalieri e dei benpensanti, figurò anche Alaister Darkstone. Assieme a lei era stato chiamato a rapporto anche Balian, suo fidato consigliere, il quale non aveva peso politico presso le alte sfere dell’Ordine, ma Lanchaster amava averlo accanto, come secondo parere da interpellare nei momenti in cui l’assemblea era bisognosa di essere illuminata dalla saggezza di una creatura di più alto lignaggio ed età di coloro che sedevano allo stesso tavolo ed avevano l’ardire di litigare tra loro.
Quando era stata annunciata la quarta ora della notte, il sole era disceso oltre l’orizzonte da diverso tempo e la sala d’onore del torrione basso e tozzo dell’Ordine era già stata illuminata di tutto punto. Lampade ad olio pendenti dall’alto soffitto illuminavano un lungo tavolo di legno antico, lucido e prezioso, all’estremità più lontana del quale un seggio foderato del cremisi dell’Ordine Scarlatto imperava sui piccoli scanni degli invitati. Quando Alaister fece la sua comparsa all’interno della grande sala, solo Lanchaster presenziava nella sua solitudine, e poggiava lo sguardo con intenzione su di un incartamento che aveva dipanato e disteso sul tavolo dinnanzi al suo posto d’onore. <In anticipo?> ruggì con la sua irruenza la giovane donna mentre, seguita a ruota da Balian, si faceva strava verso il Comandante, con passo lento ed elegante, portamento fiero e la sua consueta baldanza. Ossian, dal canto suo, sollevò appena lo sguardo dalla sua lettura e ripose i binocoli che aveva poggiato sul naso in un taschino cucito sulla sua tunica dell’uniforme. <Eviti sempre le entrate d’effetto, Darkstone. Non ti piace godere pienamente della tua fama?> disse lui, con tono pacato e sguardo vacuo poggiato sulla fronte della donna con noncuranza e nobiltà. Lei sorrise, ma non rispose alla domanda. <Mio signore> salutò quindi Balian per evitare che cadesse il silenzio nella loro conversazione, e così parlando accennò un rigido inchino rimanendo tuttavia aggrappato al proprio bastone con la preoccupazione di rovinare in terra da un momento all’altro <è un privilegio trovarmi qui. Voi avete sempre riguardo nei miei confronti, e richiedete la mia inutile presenza anche in consigli che per voi e per tutta Imarna sono di vitale importanza.>. Lanchaster allora spostò lo sguardo fisso dalla fronte della donna taciturna al viso dell’Elfo, così chiaro da incorniciare come l’argento le gemme azzurre dei suoi occhi ricolmi di vita. <L’onore è il mio.> suggellò solennemente quel saluto con un inchino offerto all’ospite a sua volta <Vi prego, prendete posto. Questa sarà una seduta lunga e sofferta. Me lo sento.> terminò quindi, e senza aggiungere altro al suo discorso indicò due dei tanti posti a sedere e tornò con solerte attenzione alle sue carte ed alle sue preoccupazioni.
I Capi delle città stato del continente di Imarna si presentarono in gran segreto al consiglio, e lo fecero alla spicciolata. Man mano che il tempo passava, alla presenza di Ossian Lanchaster e di Alaister Darkstone si palesavano uomini ammantati e scortati da decine di guardie del corpo, alcune più riservate, altre chiaramente dichiarate nell’intento di proteggere il proprio sovrano. Chi dissimulava a pieno la propria presenza passava inosservato, anche se rivestiva il ruolo di guardia personale, tuttavia il più delle volte quei signori altolocati ed importanti non badavano a quanto le proprie guardie potessero dare nell’occhio. Alaister guardava uno ad uno i signori delle città stato del continente e sospirava, con rassegnazione, nell’assistere a quella sfilata di buffoni e saltimbanchi dal sangue nobile.
Quando tutti i dignitari si presentarono al consiglio, le grandi porte spesse e sontuose della sala d’onore vennero chiuse con uno schianto sordo e sigillate da Cavalieri di guardia sia all’interno che all’esterno della grande stanza. Quella riunione doveva essere segreta, nota solo a coloro che vi prendevano parte, tuttavia la sicurezza non era mai troppa. Se i dignitari del continente avevano scelto la rocca di Lanchaster per il loro consiglio straordinario, dopotutto, vi era un motivo più che valido.
Il Comandante si levò dal proprio seggio, a capo di quella grande ed preziosa tavola di legno scuro, e sovrastò i presenti con la sua esile ma autorevole presenza. I suoi sguardi ispezionavano la stanza con solerte attenzione, danzavano le sue pupille in quelle fessure attente ed abituate con gli anni a non lasciare nulla di incerto. Gli abiti suoi erano quelli d’ordinanza, portava delle armi al suo fianco e vestiva con la tunica decorata dell’Ordine. Indi sospirò e, abbassando un momento lo sguardo sulle sue scartoffie, poggiò i palmi sulla superficie del tavolo quasi non se la sentisse di reggersi da solo sulle proprie gambe.
<Ebbene, miei signori?> tuonò la voce del Comandante non appena quello risollevò il proprio fiero capo <Cosa vi conduce alla mia presenza?>.
I dignitari volsero lo sguardo in direzione di Lanchaster. Uno di loro, tuttavia, lo ignorò meno di quanto lo fecero gli altri, e si sollevò dal suo seggio scoprendosi le spalle nascoste da un lungo e pesante mantello scuro. Indi dichiarò <Ossequi, onorevole Lanchaster. Io sono…><Lo so chi siete voi, vostra eccellenza Alexander Moram, conte di Eireki. Parlate.> interruppe allora il Cavaliere, con fare superbo, quasi volesse che nessuno dei presenti si dichiarasse in pubblico, dal momento che tutti quanti conoscevano le identità di chi presenziava al collegio e trovava dannoso, se non disagevole, che chi avesse preso parola si fosse di volta in volta presentato agli altri <Non lasciate che orecchie indiscrete tendano la loro attenzione in direzione dei vostri discorsi, conte.> aggiunse, e poi con un gesto largo, reale, indicò ad Alexander Moram di riprendere il proprio discorso.
<Siete un uomo di grande genio ed intelletto, un abile stratega.> tessè le sue lodi, il conte della grande città di Eireki <Ed è con orgoglio che vanto la vostra presenza e quella di tutti i vostri Cavalieri nelle mie terre, proprio ad una manciata di passi al di fuori delle mura della mia bella città. E’ per tutelare questo consiglio, e coloro che vi prendono parte, che abbiamo scelto di costituirlo proprio in vostra presenza. I vostri accenni ed i vostri moniti ci siano d’aiuto e di guida in questa fredda notte invernale.>. Il conte si guardò quindi attorno, lanciò un’ultima occhiata a Lanchaster e trasse un profondo sospiro <Miei amici, reggenti e signori delle città stato di Imarna, siamo riuniti qui oggi per discutere l’efficienza e la validità dell’armistizio firmato con i rivoltosi di Nedaria. Abbiamo sedato una guerra sanguinosa, è vero, ma quanto ci è di vantaggio? Cosa abbiamo ottenuto da questo patto? Sì, i ribelli non si coalizzano più contro le nostre forze armate, né più tentano con l’inganno e la magia di far vacillare il nostro giudizio. Tuttavia, abbiamo perso un fratello, il connestabile di Nedaria che oggi dovrebbe sedere tra noi, e che invece non ci è più amico.>
Ossian Lanchaster leggeva con solerte attenzione gli incartamenti che srotolava di continuo sul tavolo dinnanzi a se, mentre sedeva comodamente sul suo seggio vellutato. Sosteneva con le dita gli occhialetti con i quali leggeva i documenti, e le labbra immote si increspavano su di quelle parole che data l’usura delle scartoffie o la squallida calligrafia di colui che le aveva compilate non erano più leggibili. Alaister iniziava a spazientirsi. Di tanto in tanto lanciava qualche occhiata curiosa a Balian in quale, senza perdere una battuta, seguiva il dibattito e le mielose parole di chi parlava, di volta in volta. Tuttavia la guerriera non sopportava quel genere di convegni: ascoltare le lamentele stizzite di qualche conte indispettito dall’aver firmato uno stupido documento, proprio non lo sopportava. La sua mente fuggiva spesso altrove, dove gli spazi erano ampi ed il freddo pungeva davvero. Pensava a che cosa stesse succedendo più lontano di dove si trovava lei, magari in un altro continente. Immaginava le tormente e le tempeste di neve, il ghiaccio che schiantava contro altro ghiaccio. Poteva sentire il rumore che le montagne di neve e le banchine distese sul mare facevano quando s’incontravano e cozzavano tra loro.
La sua attenzione, tuttavia, veniva spesso riportata alla discussione in atto da qualche sgarbato richiamo non indirizzato a lei, ma magari emesso da qualche nobile nei confronti di qualche altro nobile. Allora la giovane donna dallo sguardo focoso e l’aspetto austero sospirava e, con la pazienza che non era nella sua natura, passava oltre e provava a perdersi nuovamente nei propri vagheggiamenti di sogno.
Nel mentre Ossian seguiva il dibattito e pensava a che cosa potesse servire ritirarsi in gran segreto in una caserma militare per discutere di un armistizio firmato proprio dal Consiglio delle Capitali e dallo stesso consiglio criticato e ripudiato. In ciò che i conti ed i signori delle città stato dicevano di volta in volta emergeva solamente il desiderio di tornare sull’Isola Minore a continuare una guerra che aveva tuttavia perso ogni suo significato. Del resto, che senso poteva avere per quei nobili signori muovere un’offesa di quel tipo nei confronti di un loro pari, il governatore di Nedaria, al fine di costringerlo a soffocare la voglia che i cittadini di quella città avevano di prendersi finalmente la propria libertà? L’Isola Minore dell’arcipelago di Imarna da secoli desiderava l’indipendenza dall’Isola Maggiore, la quale aveva sempre visto la sorella come uno scoglio abitato da buzzurri e da mezzosangue, un covo di briganti e di gente di porto, sporca e povera, nulla che valesse la pena di vedere alla pari delle grandi ed antiche città nel cuore dell’Isola Maggiore. Allora perché quei nobili uomini e donne si confrontavano proprio dinnanzi al Comandante dei Cavalieri dell’Ordine Scarlatto? Lanchaster temeva che quel consiglio tanto segreto, in realtà nascondesse un altrettanto segreto patto da stringere con l’Ordine.
<Nobili governanti delle città stato di Imarna,…> richiamò dunque l’attenzione Lanchaster, risollevandosi dal suo seggio per rendersi visibile a tutti i presenti <… ve lo domando per la seconda volta: che cosa siete venuti a chiedermi, questa sera? Poiché non credo che siate qui solo ed esclusivamente per risolvere gli annosi battibecchi che tra di voi hanno portato alla nascita di una guerra e alla sua apparente risoluzione, ditemi: cosa può fare l’Ordine Scarlatto per soddisfare le vostre signorie?>
Il silenzio cadde nella grande stanza d’onore. I presenti si lanciarono un’occhiata rassegnata tra loro e molti di quei nobili che ivi si erano riuniti per quel fine che solo ora Lanchaster aveva intuito, scrollarono le spalle come a volerle rilassare in seguito ad una tribolazione che non avrebbero potuto sopportare oltre. Così, il connestabile di Eireki si sollevò nuovamente dal suo seggio e con orgoglio si schiarì la voce, indi dichiarò <Nedaria ci ha abbandonato perché l’Isola Minore non ha nessun motivo di rimanere vincolata alle leggi ed alla potestà di quella Maggiore. Laggiù, infatti, hanno trovato il modo di arricchirsi e di prosperare senza i commerci di Imarna e senza più fare affidamento sul volere e sulla gentilezza dei suoi abitanti. Hanno tagliato i ponti con noi, e lo hanno fatto perché hanno trovato una nuova, meravigliosa terra dalla quale trarre tutto ciò di cui hanno bisogno.> e dicendo questo, Alexander Moram estrasse dalla borsa di pelle scura che aveva portato con se un incarto di pergamena antico, il quale venne srotolato dal conte stesso e issato dalle sue mani il più in alto possibile, quanto le sue lunghe braccia potevano consentire. Quello che i presenti videro disegnato su quella pergamena, li lasciò tutti increduli.
La fattura di quel documento non era umana. Probabilmente era stato redatto da un Elfo, o da qualche creatura di nobile stirpe, abile nelle arti visive quanto in quelle magiche. Sulla pergamena ingiallita e macchiata dai secoli, un contorno scuro, vergato con l’inchiostro di seppia, delineava la siluette dell’Isola Maggiore di Imarna accanto alla quale se ne stava, come un cucciolo in grembo alla madre, l’Isola Minore dell’arcipelago. <E’ una carta geografica disegnata diversi secoli fa, ritrovata in stanze dimenticate dell’ala più antica del palazzo signorile di Eireki. Le leggende narrano che, prima degli Uomini, dove ora sorge la nostra città si estendesse un antico insediamento elfico. All’epoca, non vi erano distinzioni tra di loro, poiché non vi era ancora stata la diversificazione che conosciamo oggi. Tra gli Elfi di Imarna, allora, vivevano anche quelle creature che oggi giorno è difficile incontrare, e che sono conosciute come Elfi delle Nubi.>.
Balian ebbe tosto un fremito, tuttavia non lo diede troppo a vedere. I suoi grandi occhi color del cielo vibrarono e scintillarono, non per la commozione, ma per il terrore, e la sua stretta attorno al bastone dal quale non si separava mai divenne spasmodica. Le sue vesti allora frusciarono, poiché l’Elfo si mosse appena per cambiare posizione da seduto com’era, e fu allora che Alaister s’accorse di quel suo così insolito comportamento. <Non temere.> fu una voce che solo la giovane donna potè udire nella sua mente <Va tutto bene.> e Balian lanciò uno sguardo vuoto e vacuo in direzione della protetta, quasi a volerle confermare che si era trattato solamente di un brivido.
<Sono stati gli Elfi delle Nubi che hanno indicato su questa antica mappa l’ubicazione di un lembo di quel continente ghiacciato che loro abitano come loro esclusiva dimora. Loro ed i draghi, loro soli possono calpestare quelle terre riarse dal gelo di un inverno che non ha mai fine, e loro soli sanno come giungervi, senza smarrirsi. Loro soli; è sempre stato così, fino a qualche decina di anni fa. Fu allora che si scoprì dove questo continente si trovi veramente, e fu allora che i più dotati nelle arti magiche tra gli Uomini riuscirono a trovare il modo di giungervi in salvezza.> spiegò il conte di Eireki, mentre abbassava la pergamena e l’adagiava sulla superficie levigata del tavolo <Quei maghi… sono stati loro a dire a quelli di Nedaria come raggiungere il continente ghiacciato. E loro lo hanno raggiunto, e vi hanno trovato qualche cosa che vogliono tenere segreto, che vogliono tenere per sé stessi. Hanno tagliato i ponti con l’Isola Maggiore per tenerci tutti lontani da quella ricchezza che loro hanno scovato con l’inganno. Da allora la loro magia è cresciuta e si è rafforzata, la loro ricchezza e la loro forza è aumentata. Tutto ciò è inaccettabile!>.
Il conte Moram battè con furia i pugni sul tavolo antico, facendo tremare i presenti e riscuotere quelli che, come Alaister, si erano perduti in pensieri propri personali, distanti da ciò che accadeva in quel mentre dinnanzi a sé. Ossian Lanchaster, dal canto suo, trasse un profondo respiro di rassegnazione e moderò con un ambio gesto del braccio l’irrequietezza del conte di Eireki <Sono vostre congetture, o ciò che voi dire rispecchia la realtà?> domandò, con placida convenienza, come per sondare quanto convinto fosse il nobile di ciò che aveva appena asserito dinnanzi al consiglio. <Per tutto ciò in cui credo, Comandante, ciò che dico è vero! E’ giunta voce dai porti del sud che quelli di Nedaria stanno armando un vascello che porti pochi scelti tra loro oltre i flutti dove si trova il continente di ghiaccio. Ecco, io chiedo a voi, onorevole Comandante Lanchaster, di scegliere tra i vostri Cavalieri pochi coraggiosi che si confondano con i passeggeri di quel vascello, in modo tale che scoprano e riferiscano al Consiglio delle Capitali cosa tramano i ribelli di Nedaria.>. Lanchaster divenne tetro, un dubbio serpeggiava nella sua mente. <Mio signore, non è forse stata una spedizione di Sestia, anni fa oramai, a trovare le fredde sponde di quel continente? Non è forse stata avviata allora la costruzione di un avamposto su quelle spiagge, poi abbandonato a causa dell’asprezza del territorio e dell’inutilità di condurre laggiù una vita attiva?> domandò allora il Comandante, scettico <Perdonatemi, ma credo che i vostri timori siano solo frutto di un amore troppo profondo per quelle leggende che amate tanto raccontare: non vi è alcuno e nulla su quel continente che possa tornare utile alla ribelle Nedaria. Tanto meno, non credo che quei pochi marinai possano essersi alleati con gli Elfi delle Nubi. Quegli Elfi… sono solo un mito.>. Fu allora che Alexander Moran prese a ridere con crudeltà, quasi in preda ad una sorta di lucida follia <E quello, allora? Che cosa sarebbe?> domandò con disprezzo, indicando Balian seduto accanto ad Alaister. Balian allora ebbe un nuovo brivido, ed i gioielli delle sue vesti sfavillarono quasi avessero scelto di accecare con la loro bellezza la vista impura e disonorevole dei presenti al consiglio. Lanchaster si sentì oltraggiato intimamente da un simile comportamento e, senza tuttavia perdere la calma, innalzò il tono della propria voce sentenziando <Lui non vi riguarda, mio signore. Balian…> ma Balian lo volle interrompere prontamente, solamente con un gesto netto e significativo della sua mano bianca e sottile, più simile a quella di una donna che a quella di un uomo. L’Elfo allora si erse dal suo seggio, con le difficoltà della sua deambulazione, ed a viso chino, ricurvo sulla propria timidezza, prese un profondo respiro. Indi, sollevando lo sguardo ricolmo di quel pacifico, stravagante colore azzurro intenso, parlò <Io provengo da quel continente di ghiaccio che voi, onorevole Alexander, indicate come un giacimento di oro e ricchezza. Tuttavia non mi sento in grado di darvi ragione. Laggiù, vi è solo neve e ghiaccio.><Parli bene tu, Elfo! Non posso fidarmi della tua testimonianza: potresti essere anche tu un vigliacco approfittatore, potresti fare il gioco dei ribelli di Nedaria!> attaccò ancora il conte di Eireki, questa volta sfilandosi dal suo posto a sedere per raggiungere quello di Balian dall’altra parte della stanza. Ma Balian volle rispondere <E’ necessario che voi ascoltiate quello che ho da dirvi a riguardo, o coloro che vorrete mandare all’avventura laggiù potrebbero non fare mai più ritorno. Poiché la strada che conduce al continente di ghiaccio della mia stirpe è stata ritrovata, ciò significa che è stata volutamente riaperta. Già da qualche anno, come sostiene il Comandante, per giunta! Fossi in vostra signoria mi preoccuperei, più di quanto sta accadendo laggiù, di ciò che potrebbe essere accaduto proprio ad Imarna. Per esempio, sapevate che sull’Isola Minore sono stati smarriti nei tempi antichi, in quelli delle vostre leggende, alcuni manufatti di vitale interesse per gli Elfi delle Nubi? E sapevate che questi manufatti possiedono un potere ed un valore che vanno oltre la vostra immaginazione? E’ necessario che mai un Elfo delle Nubi si impadronisca di quei manufatti. Non è la colpevolezza di Nedaria nel voler raggiungere il continente di ghiaccio che dovete provare, ma l’eventualità che la strada sia stata resa nota al fine di condurre gli Elfi delle Nubi proprio qui, su Imarna!><Parli da sciocco, stupido Elfo! Io non ti credo!> infuriò per l’ultima volta il conte Alexander, prima che Lanchaster stesso impedisse al nobile di raggiungere Balian. <Basta così!> pronunciò allora Ossian, riaccompagnando con un gesto perentorio il nobile conte di Eireki al proprio posto a sedere <Sia fatto ciò che il consiglio stabilisce: devo o non devo designare una squadra di Cavalieri affinché raggiungano in gran segreto il continente di ghiaccio che tanto vi sta a cuore? Suvvia, votate. Ad alzata di mano.>. In questo modo accadde ciò che Balian, ma soprattutto Lanchaster, desideravano non dovesse mai accadere.
Il consiglio in quel frangente votò praticamente all’unanimità per mandare un contingente sotto mentite spoglie alla scoperta delle intenzioni dei ribelli di Nedaria. Questo significava, e Lanchaster lo sapeva molto bene, che presto avrebbe dovuto scegliere tra i migliori suoi uomini qualche coraggioso Cavaliere capace di portare a termine la missione senza perdere per essa la vita. Balian, dal canto suo, aveva preso la risoluzione del consiglio con una certa apprensione. L’idea che gli Uomini di Imarna volessero a tutti i costi raggiungere la sua terra natia lo sconvolgeva. Alaister, che aveva assistito a quel dibattito tanto violento appena svoltosi, non aveva ancora pronunciato una parola. Si limitava solamente a fissare il viso dell’Elfo con l’insistenza di un cane da caccia che fissa il volto del suo padrone. E continuava a tacere.
<Così sia. Per quando è fissata la partenza del vascello di cui parlavate, nobile Moram?> decretò allora Ossian Lanchaster. Ed il conte rispose <Tra quattro giorni a partire da domani.>. Il Comandante allora si passò sul viso il palmo della sua mano resa tremante e gelida dalla spiacevole sensazione che gli aveva comunicato quella decisione presa ai voti dal consiglio. Dopodiché, lanciando uno sguardo rassegnato e sconfitto ad Alaister, la quale lo contraccambiò con uno pari per lo meno in timore ed incredulità, così concluse la seduta di quel segretissimo Consiglio delle Capitali <Sceglierò due dei miei uomini migliori. All’alba del quinto tra i prossimi giorni, saliranno a bordo di quel vascello.>.
Il consiglio quindi si aggiornò e, nel giro di poco tempo, nella sala d’onore tornò a regnare il silenzio.
Nelle campagne l’atmosfera di quella notte d’inverno pareva incantata. La luce della luna brillava sulla neve caduta ed accumulatasi sui campi in mattinata, illuminando l’aria a giorno, in una sorta di perpetuo e naturale incantesimo da fiaba. Nelle cascine povere ed arrangiate dei contadini, le persone oramai si erano coricate da tempo e regnava il silenzio, ovunque. Malin era l’unico che si avventurava su quel suolo fatato, lasciando impresse nello spesso strato di neve le orme cilindriche della sua cavalcatura dal manto grigio e macchiato.
Tutto avvolto nel mantello pesante, il giovane Cavaliere avanzava in silenzio sui dolci crinali delle colline appena fuori le alte mura di Eireki per il suo giro di guardia e perlustrazione. Tratteneva le briglie del cavallo tra le mani ma non necessitava di agitarle per comunicare alla bestia dove il suo desiderio intendeva condurlo: la cavalcatura pareva, già di suo, intuire il volere del suo cavaliere e lo soddisfava di buon grado. Quel genere di così obbediente comportamento aveva stupito Malin, specialmente all’inizio, quando ancora non conosceva bene l’arte dell’equitazione e la disprezzava, credendo che muoversi sulle proprie gambe fosse assai più vantaggioso che spronare una povera bestia contro la sua volontà. Tuttavia, quando per necessita dovette salire in groppa alla sua nuova bestia assegnatagli in seguito alla sua ordinazione a Cavaliere, seppe immediatamente entrare in sintonia con l’animale, in modo così naturale e così delicato che la bestia non ricevette mai dal suo nuovo padrone ordini impartiti con la frusta o con gli speroni, tanto meno con le briglie: quello che il giovanotto doveva fare per muovere le zampe della sua cavalcatura non era altro che pensare a dove desiderava andare e realizzare quanto in fretta aveva bisogno di arrivarvi.
La notte chiara e silenziosa lasciava che le stelle brillassero sul manto del cielo, proprio sopra la testa scarmigliata del giovanotto. Il cappotto di pelo di lupo teneva caldo il torso e le braccia del Cavaliere, ma non proteggeva il suo viso ed il suo capo, lasciati per sbaglio e dimenticanza privi di ogni protezione contro la gelida aria invernale. Ad ogni respiro una nube di vapore lasciava il viso di Malin per sciogliersi a poca distanza da quello, e gli occhi suoi lacrimavano a causa del gelo insopportabile.
Ad un tratto, tuttavia, il lento e cadenzato incedere della cavalcatura si arrestò. Riscossosi dal proprio torpore Malin allungò il collo per sforzarsi di vedere oltre un basso muricciolo innalzato dai contadini a divisione di due diversi appezzamenti. Si chiedeva per quale motivo il cavallo si fosse fermato così all’improvviso, e nel domandarselo, con un riflesso incondizionato, portò la sua man destra sull’elsa della sua spada infoderata, legata con cura alla sella della sua cavalcatura.
<Suvvia, non c’è nulla di cui avere paura.> sussurrò allora il Cavaliere alla bestia <Prosegui e scavalca quel mucchietto di pietre. Lo hai sempre fatto, perché mai stasera ti rifiuti?>.
Il giovane non poté nemmeno terminare la frase che il cavallo ebbe un sussulto e, preso dal terrore e dallo spavento, si erse sulle zampe posteriori impennandosi pericolosamente. Malin allora saltò di sella con agilità nella speranza di non ferirsi qualora la cavalcatura si fosse rovesciata da sé sul proprio dorso e, quando affondò nella neve con gli stivali invernali, perse la presa sull’elsa della propria spada che era rimasta al sicuro, ancora avvolta nella pelle della sua guaina legata alla sella dell’animale.
<Fermo!> gridò quindi Malin al palafreno <Cerca di tranquillizzarti!> e nel dir ciò riuscì ad afferrare le briglie sciolte dell’animale. Le tratteneva a malapena poiché la forza di quella bestia era impari e le sue notevoli dimensioni facevano sì che il trattenere il suo terrore risultasse per lo meno difficoltoso. Poi l’animale smise di sollevarsi sulle zampe posteriori, ma era visibilmente agitato e impaurito: i suoi occhi scuri spalancati nelle tenebre guardavano fisso oltre il basso muricciolo che si era categoricamente rifiutato di scavalcare.
Non appena Malin riuscii a capire quale fosse il terrore che aveva fermato il passo della sua bestia ebbe uno strano fremito, una sorta di brivido. Lanciò dunque un’occhiata torva oltre il muricciolo e, stringendosi nelle spalle, si risolse di andare a vedere che cosa l’ombra gettata dalla luce della luna e le tenebre della notte stessero nascondendo laggiù. Poiché l’ora di era fatta tarda ed il suo turno di guardia stava concludendosi, non aveva intenzione di rimanere oltre alla mercé di quel freddo d’inverno che le sue carni giovani non riuscivano a sopportare.
Passo dopo passo si fece sempre più vicino al muricciolo, fino a toccarlo con le ginocchia. Indi il giovane si sporse lentamente, fino a vedere oltre di esso: e quello che vide fu solo e solamente ombra.
<Ma dai… ti spaventi per così poco! C’è solo ombra quaggiù, non devi avere paura…> prese a spiegare allora alla sua bestia, e facendo ciò si girò sui tacchi per tornare a montare in sella al proprio palafreno. Tuttavia, non appena alzò gli occhi sulla sua cavalcatura, quello che vide fu di tutto fuorché il cavallo che aveva lasciato pochi secondi prima.
Una gigantesca presenza si ergeva dinnanzi al Cavaliere deviando la luce della luna e quella che la stella rifletteva sulla neve. Una macchia scura, quasi indistinta, poggiava la sua impalpabile grande mole sulla neve gelida della notte e fissava con occhi ignoti il viso raggelato di Malin. Nessun rumore spezzava il silenzio della notte desolata, salvo lo scalpiccio man mano sempre più tenue degli zoccoli del cavallo grigio che per il terrore si era dato alla fuga.
Il Cavaliere rimase impietrito dinnanzi a quella visione. Fece per istinto per andare a ghermire l’elsa della sua spada, ma solo dopo ricordò di averla lasciata legata alla sella della sua cavalcatura. Disarmato e sconcertato, Malin fissava con insistenza il viso buio dell’ombra dinnanzi a sé e non trovava la forza nemmeno per tremare: qualche cosa, in quella mostruosa visione, glielo impediva categoricamente. Poi, ad un tratto, un sibilo si levò dalla presenza e le sottili orecchie del giovane lo carpirono immediatamente <Riesci a vedermi?> domandò il sibilo, ed il ragazzo, senza domandarsi se quel rumore fosse provenuto proprio dall’ombra, annuì prontamente. Così l’enorme chiazza scura si mosse e si avvicinò ancora più al giovane Cavaliere. <Che… che cosa vuoi da me?> riuscì a domandare allora Malin con un filo di voce, dovuto non tanto al terrore, quanto al fatto che non era più in suo potere gridare o alzare il tono della sua favella più di così. L’ombra allora sussurrò <Sei un mezzosangue?> e nel dire ciò un estroflessione dalla sua grande massa scura si sollevò protendendosi in direzione del petto del giovane. <Non lo sono.> rispose appena Malin, mentre con terrore fissava quella sorta di tentacolo avvicinarsi sempre più a lui. Anche se lo desiderava con tutto se stesso, non riusciva a muovere un passo per sottrarsi alla stretta dell’ombra. Così guardava con orrore quel suo brandello che pareva avere l’intenzione di toccarlo. <Il tuo nome è elfico.> sussurrò con tono piatto, ancora, l’oscura presenza, e Malin di rimando soffocò domandando <Che cosa vuoi tu da me?>.
L’ombra allora affondò nel petto di Malin la sua estroflessione scura e fredda, inconsistente tuttavia dolorosa. Il ragazzo allora ebbe l’impressione di esser stato trafitto da una lama sottilissima e fastidiosa, come se si fosse trattato di un ago. Per un momento non si rese conto di quello che gli era successo, ma il momento subito dopo vide il tentacolo del mostro entrargli nel petto e muoversi vicino al suo cuore, infastidendolo tanto da dargli la nausea. Improvvisamente il sussurro divenne una voce in tutto e per tutto corposa e sonora, che gli rimbombava nella testa con insistenza e violenza <Se i tuoi occhi sono riusciti a vedermi, vuol dire che sei tu quello che stiamo cercando. Non avere paura, ragazzo: non ti uccido. Voglio solo che ti riconoscano, quando ti vedranno. Perché i tuoi occhi sono quello che ci serve: il tuo occhio destro è quello che cerchiamo!>.
Quando l’ombra estrasse il proprio tentacolo dal petto di Malin svanì nel nulla. Il giovane si riprese lentamente, guardandosi attorno stranito, con un vago cerchio alla testa che gliela faceva pulsare fastidiosamente. Persino il viso gli bruciava e lo infastidiva: era come se qualche cosa gli avesse marchiato a fuoco la parte desta del viso. Indi si toccò con le dita, una volta toltosi i guanti, ma al tocco nulla gli parve essere insolito.
Il grigio destriero del Cavaliere comparve poco tempo dopo risalendo lentamente il crinale della collina sulla quale aveva abbandonato il proprio padrone. Quando Malin lo vide gli corse incontro, ghermendolo per le briglie e strigliandolo a dovere per essere fuggito in preda al terrore. Indi gli salì velocemente in groppa e gli chiese di riportarlo al torrione dell’Ordine. Il suo turno di guardia era finito, e la notte si era rivelata tormentata, per lui. Ne aveva abbastanza; voleva farsi una lunga dormita ristoratrice.
Il cavallo allora si volse sui suoi passi e lesto scavalcò con un balzo il basso muricciolo che prima aveva tanto temuto.
(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))
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