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il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
la storia
In corso d'opera!! ^^
art gallery
i protagonisti
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi? Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20 anni. Sesso: uomo - Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi. - Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un cavallo. Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita. Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.
Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza qualunque? Età: Età adolescenziale, 23 anni. Sesso: Donna - Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia. - Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano. Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori. Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
le razze Umani Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI Elfi Alti Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze elfiche. Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi. Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni. Elfi Silvani Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani. Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi. Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia. Elfi dei Ghiacci Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto. Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi. Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI Nani di Montagna I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze. Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri. Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”. Nani di Collina I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli. Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno. Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno. Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita. Gnomi Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione. Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile. Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI Mezzelfi Alti I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso. Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi. Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana. Mezzelfi Silvani I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono. Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti. Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Segnalibro
capitolo 1capitolo 10 capitolo 11 capitolo 12 capitolo 13 capitolo 14 capitolo 15 capitolo 16 capitolo 17 capitolo 18 capitolo 19 capitolo 2 capitolo 20 capitolo 21 capitolo 22 capitolo 23 capitolo 24 capitolo 25 capitolo 26 capitolo 27 capitolo 3 capitolo 4 capitolo 5 capitolo 6 capitolo 7 capitolo 8 capitolo 9 extra - fumetto Gli autori
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
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  lunedì, 12 gennaio 2009 // un continente di ghiaccio
Alanassori • 16:23 in : capitolo 27 I superstiti della Miranda erano sì vivi, ma in pessime condizioni. Contusi, feriti e mezzi assiderati, l’eccitazione iniziale per essersi salvati aveva lasciato spazio al gelo pungente dell’acqua marina che aveva infradiciato i loro vestiti e si stava lentamente congelando aiutata dal vento che spazzava la spiaggia. Alany dovette abbandonare a mal in cuore le ricerche del giovane che aveva conosciuto subito prima di quella tragedia per prestare aiuto ai superstiti accendendo fuochi magici per riscaldarli e asciugare i loro vestiti, oltre che i suoi. Thor e Jaina si stavano rendendo utili anche loro portando ordine tra i reduci, aiutati anche dal capitano Sealweed che probabilmente vedeva in quei marinai malandati tutto ciò che rimaneva della sua adorata nave. Mentre si occupava dei naufraghi, la ragazza aveva chiesto informazioni riguardo al “giovane dagli occhi diversi” ma tutto quello che riuscì ad ottenere fu che era stato imbarcato nel loro stesso giorno come mozzo e che quella donna che lo accompagnava passava come sua sorella. Ma non quadrava quasi nulla, come poteva un semplice mozzo possedere una spada di ottima fattura e maneggiarla come un soldato, anzi meglio di un soldato? E quel rettile che aveva sfondato le assi della poppa della nave per sparire volando? Sembrava un drago, ma la cosa sarebbe stata per lo meno assurda e poi aveva visto dei draghi solo nelle incisioni dei suoi libri, negli affreschi e nei mosaici della sua accademia. Preoccupata passò le dita infreddolite sulla superficie della Goccia, Thor non sapeva ancora che l’aveva liberata, né era a conoscenza del fatto che avesse preso una vita ed una coscienza proprie, basate su quella della ragazza che la stava portando al collo. Il cristallo pulsava ritmicamente sotto le vesti da viaggio, pesanti sì, ma non abbastanza da immunizzarla dal freddo, acuito dal vento gelido che come una pioggia di pugnali penetrava fin nelle ossa di chiunque avesse la sfortuna di porsi sul suo passo. Se fossero rimasti lì più a lungo di un ora o due i sopravvissuti non sarebbero rimasti tali a lungo, il sole non portava alcun calore ai naufraghi e sebbene i loro vestiti si fossero asciugati, la metà di loro tremava convulsamente a ancora di più cominciavano ad avere un malsano colorito cianotico. Presto il capitano Sailweed riportò nei ranghi i propri marinai superstiti e aveva dato inizio ad una marcia che oltre a scaldare i muscoli infreddoliti li avrebbe portati più vicini all’insediamento, che fortunatamente distava solo mezza giornata di viaggio ed era ben visibile grazie ai pennacchi di fumo che salivano nel cielo in volute contorte spazzate dal vento. La sabbia semicongelata della costa crepitava sotto gli stivali della decina di superstiti, Alany camminava insieme a Jaina e Thor avanti e indietro per la colonna di gente prestando aiuto, magico e non, a chiunque ne avesse bisogno. La ragazza era comunque assorta nei suoi pensieri, anche se le sue elucubrazioni per dare un senso alle ore precedenti non avevano dato alcun frutto. I suoi piedi non le chiedevano pietà solo perché erano troppo intirizziti dal freddo per essere sensibili al dolore, così come gran parte del suo corpo. Quando la comitiva giunse all’insediamento, i residenti erano già pronti a riceverli avvertiti dagli equipaggi delle due navi che si erano salvate. Alany fu soccorsa da un gruppo di persone che sopra i pesanti vestiti di pelliccia sfoggiavano le insegne dell’accademia di Sestia, lei e Thor furono condotti, o meglio trascinati a peso perché a stento riuscivano a stare in piedi, in una costruzione in legno, spogliati dei loro vestiti in camere separate e rivestiti con calde pellicce erano stati infine fatti sedere di fronte ad un focolare con immersi mani e piedi in una tinozza di acqua riscaldata. La sensazione del sangue che riprendeva a scorrere sotto la pelle attutiva il dolore ed il disagio degli arti che riprendevano sensibilità. Il resto della giornata la mezzelfa ed il suo vecchio mentore lo trascorsero a scaldarsi al fuoco, la loro cena consisteva in carne stufata accompagnata da qualche verdura cotta assieme alla carne. La ragazza non proferì parola per tutto il tempo, rifuggì le domande dei suoi colleghi scuotendo la testa e presto smisero di importunarla. Era esausta e non aveva intenzione di tornare a rivivere i momenti terribili di quella giornata. Quando la notte calò sull’accampamento i due naufraghi non si mossero dai loro posti a sedere di fronte alle braci ardenti che soffiavano le loro volute di fumo su per la canna fumaria. Tra la veglia ed il sonno Alany ruppe il suo silenzio, rivolta al suo vecchio maestro: <Pensi che possa essersi salvato?> volse i suoi occhi scuri che scintillavano di lavanda alla luce delle braci verso l’uomo <Il giovane che ha ucciso quel mostro intendo, pensi che sia ancora vivo?> L’uomo si volse a guardare la sua allieva di un tempo <Difficile, anche se non fosse annegato probabilmente starà congelando… Mi dispiace per quel ragazzo, era pieno di coraggio e di potenziale. Di sicuro dietro quegli occhi non si nascondeva un mozzo> una scintilla sulla guancia della ragazza catturò l’attenzione dell’uomo <E’ una lacrima quella che vedo?> La ragazza si ripulì prontamente la guancia e si volse dall’altra parte, terminò la conversazione con un laconico <Buona notte>. Quando Alany riuscì ad addormentarsi non si trovò come sperava all’interno di un sogno di evasione dalla realtà, ma in quella che sembrava essere una realtà del tutto diversa da tutto quello che aveva sperimentato nella sua vita. Scintillanti e vividi colori si intersecavano in flussi talvolta armonici e talvolta caotici, formavano reticoli, nodi e sagome che vagamente ricordavano la stanza in cui si trovava, molti flussi color oro e carminio confluivano dove sarebbero dovute essere le braci, tutto attorno il verde si fondeva con il bianco e l’azzurro. Allo scenario mancavano sia lei che Thor, ma era presente una figura femminile che Alany aveva imparato a conoscere. I capelli rossi ondeggiavano attraversati da quei flussi di energia e la figura pareva estasiata nell’immergersi in quella luce così cangiante e suggestiva da lasciare la mezzelfa completamente esterrefatta e ammutolita. Quasi per caso l’entità posò il suo sguardo sulla ragazza e ritrovò immediatamente una compostezza quasi marziale, in risposta i flussi cangianti di energia si acquietarono dando una forma più definita alla stanza. L’alterego della mezzelfa chinò il capo in atteggiamento umile, i suoi capelli rossi le scivolarono sul volto in due ciocche fiammanti. La sua voce era calma e da essa traspirava una certa preoccupazione, forse dovuta al legame empatico che la legava alla ragazza <Perdonami, mi stavo inebriando con la magia di questo luogo. Qui puoi vedere come o percepisco l’ambiente in cui mi trovo… E’ molto più bello dell’oscurità di quell’astuccio, non trovi?> Alany non sapeva che rispondere, si sentì d’un tratto in colpa. L’entità si avvicinò alla ragazza e le accarezzò la guancia <Riesco a leggere nel tuo cuore, lo sai, e quello che vedo è una profonda tristezza. E’ per questo che ti ho chiamata…> l’accompagnò a sedere dove nella realtà lei e Thor erano seduti <Abbiamo combattuto insieme ed insieme a quel giovane ragazzo. Un tipo davvero avvenente tra l’altro> strizzò l’occhio alla ragazza <Ma perché quando pensi a lui provi un profondo senso di mancanza? Perché sei così triste?> Alany chiuse gli occhi, dalle sue palpebre sgorgarono due lacrime che scivolarono lente lungo le sue guance, fino a sotto il mento, quando rispose la sua voce celava a mala pena una crisi di pianto imminente <Lui… Lui… E’ morto…> L’espressione dell’alterego si fece sorpresa, la genuina sorpresa di un bambino davanti a qualcosa che non comprende <Non capisco… Cosa vuol dire? Cos’è la… morte?> Alany sbuffò per ricacciare indietro le lacrime <Noi… Abbiamo un’esistenza limitata, la nostra vita ha un inizio ed una fine che non può essere evitata. Non so come spiegartelo, per noi è un concetto scontato, insomma… Sappiamo che prima o poi cesseremo di esistere in questo mondo. Temiamo la morte, ma la accettiamo come inevitabile. Noi piangiamo i nostri morti perché non potremo mai più averli accanto> Accigliata la figura dai capelli rossi inarcò le sopracciglia dubbiosa <Non sono sicura di aver capito, ma però ho capito che ti senti così male perché non potrai più stare con lui vero?> Alany rispose scuotendo il capo, ma sapeva dentro di se che quella era la verità, ma perché si sentiva in quel modo? Perché ammirava quel ragazzo, la sua temerarietà nell’offrirsi di affrontare quel mostro uscito dai miti che aveva letto nei tomi pesanti e polverosi dell’accademia, perché i suoi occhi così diversi tra loro avevano attizzato la sua curiosità e ancora di più i segni che uno di essi portava attorno, perché era un giovane bello e affabile che l’aveva avvicinata senza sfacciatamente mostrarsi intenzionato solo a scivolare sotto le sue coperte o forse c’era qualcosa di più? Si rimproverava di avergli permesso di affrontare quella belva che l’aveva trascinato con sé negli abissi gelidi dell’oceano, si incolpava della sua morte, ecco si, doveva essere quella la ragione del suo disagio. Alany chiuse la mente alle altre possibilità non volendole vagliare nemmeno per un momento. La figura dai capelli rossi accarezzò ancora le guance della ragazza con fare rassicurante, asciugò con le dita le sue lacrime e le riordinò una ciocca di capelli che le era scivolata sul naso. Con voce calda e rassicurante cercò di consolare la mezzelfa, anche se il tentativo fu maldestro, Alany riuscì a riprendere il controllo di sé. Ritraendo la mano dal volto della ragazza, l’immagine riprese a parlare <Ti ho portata qui anche per un altro motivo… Io… Non ho un nome e dato che è a te che devo la mia esistenza… Vorrei che me ne dessi uno…> Alany rimase sorpresa da quella richiesta, è vero, quella che aveva davanti era divenuta una creatura pensante e se non fosse stato per lei sarebbe ancora non più di uno spirito istintuale e per certi versi animalesco racchiuso in una scheggia di cristallo. Non sapeva che rispondere, non si era mai immaginata di dover scegliere il nome per qualcosa che non aveva intenzione di creare, scegliere il nome di una creatura dalle origini talmente antiche da risalire a prima di ogni altra forma di vita ed ora aveva l’onere di dover trovare un nome a questa creatura straordinaria che la vedeva come una madre. Un senso di istinto materno la attangliò come aveva già fatto la prima volta che quell’entità aveva cercato un contatto. Era così confusa, così ignara del mondo degli esseri umani e pericolosamente ingenua. Una creatura conscia del suo potere, ma priva di ogni scrupolo e vincolo culturale. Questa volta fu la ragazza ad accarezzare il volto dell’entità, la sua guancia era calda, come se sotto la pelle ardesse una fiamma inestinguibile, un tepore rassicurante e piacevole. La voce di Alany suonò piena di dolcezza <Non so che nome darti, non è facile perché sarà una cosa che ti accompagnerà attraverso l’eternità e non posso darti un nome qualsiasi…> sospirò vedendo l’espressione abbattuta della figura dai capelli rossi <Non preoccuparti, ti troverò un nome adatto, devi solo darmi un po’ di tempo…> Quasi come se la fiamma che ardeva dentro di lei esplodesse improvvisamente, la figura si scagliò su Alany facendole perdere l’equilibrio e scaraventandola a terra, le sue braccia strette attorno ai fianchi della mezzelfa e la guancia schiacciata sul suo seno, sorrideva felice e la sua voce sembrava diventata quella di una bambina <Grazie, madre… Grazie!!!> Quella stessa notte una giovane uomo aprì gli occhi solo per vedere attorno a sé l’oscurità totale, prima ancora di poter percepire col tatto o con l’udito l’ambiente attorno a sé per la mente del ragazzo si fece strada l’idea “Sono morto e questo è l’aldilà?“ non riuscì nemmeno a sbattere le palpebre “Che delusione”. Subito giunse un lancinante dolore al petto, un dolore ritmico che si affievoliva e si acuiva, sempre uguale una volta dopo l’altra. Era il suo respiro che facendosi largo nei polmoni li bruciava come se stesse respirando fuoco. Lentamente la consapevolezza del giovane raggiunse anche gli arti e lì si accorse di non riuscire a muoversi, non perché non riuscisse a farlo, ma perché era troppo esausto per poter compiere un qualsiasi movimento. Anche respirare era una fatica quasi insormontabile. “Sono vivo?” Non sapeva se fosse vero o meno, se fosse sopravvissuto alla giornata o se per l’eternità avesse dovuto rimanere cosciente ed immobile nel nulla assoluto. Una sensazione diversa, qualcosa toccava la sua mano destra o meglio, le sue dita erano chiuse attorno a qualcosa, qualcosa di duro e liscio e molto familiare. “La… La mia spada…” Provò a muovere il braccio, ma l’arto non gli rispose. Non aveva nemmeno le energie per sentirsi spaventato dalla situazione, ma sapere che la sua spada era ancora con lui lo rincuorava. Con questo pensiero in testa chiuse gli occhi, più per abitudine che per necessità e sprofondò nel sonno. Poco lontano da lui una creatura dalle proporzioni immense, la livrea di scaglie cobalto frusciava nei suoi movimenti e gli artigli lunghi come avambracci strisciavano silenziosamente sulla roccia. La creatura posò gli occhi color ghiaccio sulla figura distesa e dormiente e quello che sarebbe potuto essere un sorriso sul volto di un umano prese forma sul muso del drago. Saliackgossa aveva volato tutto il giorno alla ricerca del Naga, assetata della furia irrazionale della vendetta solo per trovare il sangue dell’enorme bestia che chiazzava il mare di viola, i detriti lasciati dal relitto di una nave galleggiavano insieme ad alcuni corpi esanimi. Sulla costa poco lontana un gruppo di naufraghi sopravvissuti stava facendo marcia verso dei pennacchi di fumo appartenenti a dei focolari, tra di loro riuscì a riconoscere la mezzelfa che trasportava con sé il ciondolo di Materia Primigenia. Fortunatamente per Salia nessuno tra i naufraghi sembrava intenzionato a volgere gli occhi al cielo. La sua presenza non avrebbe fatto altro che generare del panico tra persone già stremate e quelle che non fossero morte per il puro terrore sarebbero dovute soccombere all’asprezza di quell’ambiente una volta scappate lungo il panorama innevato lanciatesi in una direzione a caso. Fu questo che le permise di tuffarsi inosservata tra i flutti. Volteggiò una volta sul relitto descrivendo un ampio cerchio nel cielo ed infine puntando con la testa verso l’acqua chiuse le ali sulla schiena ed allineò all’indietro la coda e le zampe. Entrò in acqua come un tuffatore esperto: senza smuovere le onde né fare troppo rumore nonostante la sua stazza considerevole. Sott’acqua lei e la sua razza potevano vedere e respirare altrettanto bene che in aria e l’anatomia delle ali aiutava i draghi azzurri a nuotare con considerevole agilità e velocità, così come la cresta che portavano sulla pinta della coda e le palmature retrattili delle loro zampe. Sott’acqua il sangue del Naga si espandeva come il cono di un vortice, largo in cima scendeva restringendosi e contorcendosi per le correnti sottomarine quasi fino al fondale sabbioso a qualche decina di metri dal pelo del mare. Lì il corpo senza vita della bestia era rimasto congelato nelle contorsioni della sua morte violenta e dolorosa, i pesci spazzini non osavano avvicinarsi a quella belva, quasi avessero paura che riprendesse vita solo per divorarli. Era sul punto di riemergere quando qualcosa attrasse la sua attenzione: tra le fauci della creatura c’era qualcosa. Incuriosita Salia nuotò più vicina e quando fu solo a qualche metro di distanza si avvide che l’oggetto che aveva visto tra le fauci del Naga era un umano, privo di conoscenza e sulla soglia dell’annegamento, congelato anch’egli in una posa tra l’epico ed il grottesco, incastrato tra i denti della creatura e con in mano una spada che passava attraverso il palato del mostro fino al suo cervello. Confidando nell’improbabile il drago si avvicinò al giovane cavaliere e concentrandosi su di lui ne avvertì l’energia vitale, sopita, quasi spenta ma ancora potente e indomita, e diversamente da così non sarebbe potuto essere perché lui era la persona che stava cercando, colui che possedeva la chiave per il futuro. Anche se era ancora vivo non sarebbe rimasto tale a lungo, non senza aiuto, fortunatamente la bassissima temperatura dell’acqua aveva preservato il corpo dai danni dell’annegamento e se curato a dovere non avrebbe avuto nessuna ripercussione duratura. Non fu difficile al drago estrarlo dalle fauci della bestia, la parte difficile fu trovare un luogo appartato dove poter agire magicamente per riattizzare la fiamma della vita di quel giovane, quasi estinta. Trovata una caverna su uno strapiombo a picco sul mare le ci volle almeno un’ora per stabilizzare le funzioni vitali del fragile corpo dell’umano e un’altra ora per portarlo del tutto fuori pericolo. L’abbondante forza vitale che quella pelle coriacea, e lo spirito temprato del giovane racchiudevano avrebbe accorciato la convalescenza fino a portarla al massimo ad un paio di giorni, questo almeno aveva preventivato Salia, anche se come stima pensava fosse un po’ troppo ottimistica. Ora che finalmente era riuscita a riposarsi potè ispezionare meglio il giovane cavaliere, sebbene sarebbe sembrato buio per chiunque, i draghi come i gatti, godevano della capacità di vedere perfettamente anche nell’ombra. Attorno all’occhio del ragazzo si intrecciava appariscente il simbolo magico impressogli dal drago che lei stessa aveva mandato per sorvegliarlo. Alla vista di quello scempio, a stento riuscì a sopprimere un ruggito di irritazione, tuttavia oltre a quello c’era anche qualcosa di più preoccupante: su di lui aleggiava l’inconfondibile odore di un drago, un drago rosso per giunta. A quella scoperta Salia inarcò il lungo collo e ritrasse il capo, i Rossi erano molto territoriali e se uno di loro aveva marcato quel giovane come suo non l’avrebbe lasciato andare tanto facilmente. Ma anche un altro pensiero, un interrogativo che necessitava urgentemente di una risposta, in quale modo assurdo quel giovane avrebbe potuto convivere con un drago fino ad avere con lui un contatto tale da assumere il suo odore? La cosa non aveva senso e si sarebbe potuta rivelare immensamente pericolosa per lei, infatti tra i draghi poco era più pericoloso di un Rosso in preda ad un violento scatto di gelosia. Pensò anche però al fatto che i draghi rossi seppur passionali e non del tutto conformi alla definizione di civiltà degli Azzurri non erano stupidi e forse questo drago rosso in particolare avrebbe ascoltato, ma comunque anche confidando nella migliore delle ipotesi non poteva farsi trovare impreparata ad un incontro potenzialmente letale. Guardandosi intorno studiò l’ambiente cercando il miglior punto di vantaggio da cui attaccare o difendersi. Le mattine sulla costa di quel continente portavano un sole incapace di riscaldare la terra, i primi raggi di luce dorata scintillavano e si riflettevano sulla superficie del ghiaccio accecando chiunque fosse abbastanza stolto da fissarlo. Nessun uccello prendeva il volo, nessun animale usciva dalla tana per godere dell’aria mattutina o per andare a caccia. Era un mondo morto, coperto da una perenne gelida coltre bianca e azzurra. In quel panorama Alany riprese coscienza dal suo sonno, non era stata spostata dalla sedia di fronte al camino e sulla sedia al suo fianco il suo vecchio mentore russava sonoramente. Sebbene indolenziti gli arti avevano riguadagnato la sensibilità e dopo qualche prova le sue gambe riuscirono a sostenerla, puntellandosi alla sedia provò anche a camminare e in qualche minuto fu capace di fare anche quello. La costruzione in cui era stata studiata per disperdere meno calore possibile, non c’erano finestre e l’unica luce proveniva dalle braci ancora rosse dentro il camino. Zoppicando raggiunse il tavolo ed intabarrata in una pesante coperta si accasciò sulla sedia, e sulla superficie del tavolo, affondò il volto nelle braccia e sospirò con aria triste. Ancora stava pensando a quello strano ragazzo, vestito con poco più che stracci, quel giovane mozzo temerario che molto probabilmente si era sacrificato per salvare loro la vita. Una morte eroica, degna di una leggenda narrata dai libri dei chierici o dalle nutrici ai ragazzini per spaventarli o farli dormire. Aveva sempre ammirato i personaggi di quelle storie, anche se talvolta li trovava piatti o sciocchi, eppure qualcosa pareva averla colpita di quello stupido temerario. Mormorò tra sé maledicendo gli elfi delle nubi che avevano causato tutta questa follia, maledisse l’Accademia che l’aveva subdolamente costretta a quella missione togliendole anno dopo anno qualsiasi altra possibilità, maledisse anche il destino o qualsiasi divinità, se esistente, avesse già deciso la sua vita in anticipo. Gli occhi le si imperlarono di lacrime, il suo pensiero era giunto ai suoi genitori che non aveva mai conosciuto, ricordava solo i scintillanti occhi azzurri di sua madre ed i capelli di suo padre, color scuro e dai riflessi viola come i suoi. Singhiozzò e pianse come una bambina, pianse come non aveva mai pianto da anni e forse come non aveva mai pianto in tutta la sua vita. Si fermò solo quando esausta ricadde nel sonno. Dietro di lei una mano paterna e comprensiva riassettò la coperta che le era scivolata da una spalla. Alaister aveva trascorso la notte riparata in un’insenatura nella scogliera, la furia per la disobbedienza del suo allievo, quel suo giocattolo preferito che poco a poco, frustata dopo frustata aveva cominciato a guadagnarsi il suo rispetto. Quel moccioso figlio di bifolchi che letteralmente aveva sputato sangue per divenire un cavaliere aveva gettato la sua vita per una cagna elfa. Ancora in lei ribollivano silenti la furia e la gelosia suscitate da quel tradimento. Eppure nel tumulto di quelle emozioni non mancava lo spazio per l’orgoglio, si l’orgoglio di aver visto il proprio pupillo ribellarsi, fare una scelta da uomo e sguainare la spada anche contro i suoi ordini. L’orgoglio di averlo visto sconfiggere una creatura temuta dalla sua razza, un essere di fronte al quale, anche se non lo avrebbe mai ammesso, anche lei tremava. Lo aveva affrontato, lo aveva sconfitto ed era sopravvissuto. Lo sentiva dentro di sé, sapeva che la vita non aveva abbandonato quello scarafaggio ribelle e sapeva anche che l’indomani lo avrebbe cercato, lo avrebbe trovato ad ogni costo! E quando l’avrebbe avuto davanti… Un ghigno sadico solcò le scaglie scarlatte del suo volto. Di certo lo avrebbe punito e se fosse stato ancora cosciente, forse avrebbe terminato la lezione sulle donne che aveva cominciato sulla nave. Questi pensieri accompagnarono il suo sonno e gran parte della mattina seguante quando uscì dal suo riparo e cominciò la ricerca del suo allievo. Ci mise qualche ora a trovare una traccia del suo odore, trovata quella flebile pista non se la fece più sfuggire, non si accorse dell’altro odore che accompagnava quello del suo allievo, accecata com’era dalla bramosia e dall’aspettativa. Quella notte invece Salia la trascorse a pianificare e prepararsi minuziosamente all’incontro con la maestra di quel giovane guerriero che aveva ripescato e riportato alla vita, aveva ricoperto le pareti della spelonca di simboli arcani, ogni stalagmite ed ogni stalattite, l’aria vibrava del riverbero della magia che si espandeva da quelle rune. Terminato di disegnare l’intricato enigma di simboli e geometrie che avrebbero dato anni di lavoro ai geometri per anche solo intuirne le regole basilari, il drago attese l’alba. Appena il sole penetrò dall’apertura i segni sulla roccia scintillarono e si resero invisibili e silenziosi. Saliakgossa sorrise dentro di sé, come sempre la sua abilità innata nelle arti magiche l’aveva aiutata a creare un capolavoro, una fonte di energia arcana che le avrebbe permesso di eseguire incantesimi senza stancarsi per almeno un’ora… Sperava comunque che un’ora potesse bastare per far ragionare un drago rosso infuriato o per renderlo inoffensivo. Lanciò un’ultima occhiata all’umano disteso sul fondo della caverna, era ancora addormentato o nel peggiore dei casi incosciente, stringeva ancora l’elsa della sua spada come se fosse una radice che lo separava dal precipitare in un burrone. Scosse la testa e chiuse gli occhi, l’aria attorno a lei si fece sfuocata e la sua figura silenziosamente a quella di una giovane donna elfica dalla pelle molto pallida ed i capelli tinti d’azzurro. Guardò il suo corpo nella forma umanoide, sorrise ancora pensando con una nota d’orgoglio che aveva scolpito alla perfezione quella forma, due silenziosi gesti delle mani e sulla sua pelle nuda comparve una veste di seta blu finemente elaborata, non se ne serviva per scaldarsi, né per ripararsi dalla brezza sibilava tra le stalattiti, ma per puro senso estetico. Mormorò una frase nell’arcaico linguaggio della magia dei draghi, una lingua antica ed elaborata che è simile a quella usata dai maghi dell’Accademia come una fenice può essere simile ad un pappagallo, il suo corpo scomparve divenendo totalmente trasparente. Salia si sedette vicino all’apertura della caverna ed attese. L’attesa non si protrasse a lungo, Dopo quasi una mezzora un’ombra oscurò l’entrata, le maestose sembianze di un rettile alato dalle scaglie scarlatte lasciarono spazio alla più congeniale ma non meno maestosa forma di una donna umana. I capelli le fluivano ribelli sulla pelle nuda della schiena, le forme decise ed avvenenti del suo corpo suscitarono una nota di invidia nella giovane Azzurra, colpita dalla bellezza quasi selvaggia unita allo sguardo infuocato e carico di determinazione di quella donna. Sebbene completamente nuda trasudava comunque la fierezza e l’orgoglio della sua razza, ispirando ammirazione ed un desiderio di sottomissione in chiunque osasse alzare lo sguardo su di lei. Alaister abituò gli occhi alla semioscurità della caverna ed un sorriso sardonico attraversò le sue labbra mentre si avvicinava a passi sicuri verso il fondo, avvicinandosi al corpo incosciente ma risanato del suo giovane allievo. La sua mente di drago macchinava quale punizione avrebbe inflitto al povero giovane per essere stato così avventato e sciocco da affrontare il Naga ed averlo sconfitto, umiliando così la sua maestra che era fuggita di fronte a quell’essere; il come ed il perché si trovasse in quel posto e non nello stomaco di quel serpente avrebbero aspettato finchè lei non si fosse placata, questo decise tra sé e sé scavalcando l’ultima formazione rocciosa. Il drago azzurro era pronto ad intervenire, ma qualcosa di istintivo le diceva che avrebbe fatto meglio a rimanere nascosta, anzi non avrebbe dovuto trovarsi nemmeno lì. Alaister si fermò ad una spanna dal corpo esanime del ragazzo, gli occhi carichi di risentimento e di aspettativa mutarono in un’espressione di genuina preoccupazione mentre si chinava a tastargli il collo e a sentirne il respiro. Stava bene, Alaister sorrise e si voltò verso l’apertura, il suo sguardo vagò un attimo alla ricerca di qualcosa ed infine puntò deliberatamente nella direzione di Salia. Senza cerimonie parlò con una voce autoritaria ed intrinsecamente minacciosa <Fatti vedere se hai coraggio!> fece schioccare il collo <E togli le diavolerie magiche che hai messo qui dentro> La draga azzurra sussultò, aveva sperato che la sua magia e lei stessa passassero inosservati, ma aveva sottovalutato la sua avversaria. Del resto non era a conoscenza della sua esperienza di guerriera. Sospirò ed abbandonò il riparo della magia, ricacciando a fatica dentro di sé l’inquietudine sostenne gli occhi infuocati di Alaister. <Dunque sei stata tu a salvare quel verme dalle fauci del pesce?> la voce era intrisa di disprezzo per la razza dei draghi azzurri, ma più in profondità si poteva leggere una celata nota di gratitudine. Salia annuì lentamente. <Non mi interessa chi sei, né perché hai voluto salvare questa nullità, sei fortunata che ti lasci andare da qui con tutte le tue maledette squame addosso…> provare gratitudine verso un Azzurro? Sopportava a stento quell’idea. Salia sospirò e scosse la testa, non sarebbe riuscita a spiegare le sue ragioni a quell’essere, troppo fiero ed orgoglioso per ascoltarla ed in pochi istanti concluse che rimanere lì sarebbe stato solo controproducente. Ad un cenno della sua volontà le invisibili rune sulla pietra si dissiparono in uno sbuffo invisibile d’aria, camminò lentamente verso l’uscita della caverna. Poteva sentire gli occhi fiammeggianti della donna piantati in mezzo alle sue scapole, si guardò intorno per valutare se aveva spazio sufficiente per tornare alla sua forma originale ed alzò la mano in segno di saluto prima di mutarsi e volare via. Alaister sembrò soddisfatta, tornò ad occuparsi del suo protetto, lo osservò per un attimo, provava una particolare soddisfazione nel constatare che la sua mano era serrata sull’elsa della spada. Costruì ad arte un’espressione arcigna prima di sferrargli un calcio nelle costole ed ordinargli con tono marziale <Alzati bifolco, abbiamo del lavoro da fare!>. Saliackgossa aveva ripreso la forma umanoide appena atterrata sul ghiaccio sovrastante la scogliera, camminava pensierosa verso l’accampamento di umani a sud est. Era riuscita nel suo intento di salvare il giovane, di quello doveva felicitarsi: per il suo popolo la speranza respirava ancora, anche se in balia delle passioni di una drago. Probabilmente però lei non gli avrebbe fatto male… non troppo almeno. Per la seconda parte del suo piano rimaneva ancora la maga, probabilmente lei avrebbe ascoltato, ma avvicinarla sarebbe stato molto più difficile… commenti
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