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il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così)
troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori
stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di
speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un
uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!
Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non
sbadigliate troppo! ^^
la storia
In corso d'opera!! ^^
art gallery
i protagonisti
Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?
Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20
anni.
Sesso: uomo
Razza: Umana
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione.
- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi.
- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un
cavallo.
Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita.
Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza
qualunque?
Età: Età adolescenziale,
23 anni.
Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta)
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione.
- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia.
- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano.
Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori.
Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa.
Umani
Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza.
ELFI
Elfi Alti
Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria
Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze
elfiche.
Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.
Elfi Silvani
Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.
Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi.
Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia.
Elfi dei Ghiacci
Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan
Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto.
Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.
Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia.
NANI E GNOMI
Nani di Montagna
I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan
nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.
Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.
Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”.
Nani di Collina
I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli.
Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno.
Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno.
Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita.
Gnomi
Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione.
Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.
Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro.
MEZZELFI
Mezzelfi Alti
I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso.
Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie
apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi.
Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana.
Mezzelfi Silvani
I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono.
Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti.
Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.
Segnalibro
capitolo 1 capitolo 10 capitolo 11 capitolo 12 capitolo 13 capitolo 14 capitolo 15 capitolo 16 capitolo 17 capitolo 18 capitolo 19 capitolo 2 capitolo 20 capitolo 21 capitolo 22 capitolo 23 capitolo 24 capitolo 25 capitolo 26 capitolo 27 capitolo 3 capitolo 4 capitolo 5 capitolo 6 capitolo 7 capitolo 8 capitolo 9 extra - fumetto
Gli autori
Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace
reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che
non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono
i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo
tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da
guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo
libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna
bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente
impacciata.
Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.
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I Cavalieri dell’Ordine Scarlatto da secoli immemorabili sono stati i custodi della pace e dell’ordine nel continente di Imarna, uno dei tanti che costituivano il mondo intero, forse tra tutti il più popolato ed il più variegato. L’Ordine fu istituito e voluto dall’ultimo di tutti gli imperatori di Imarna che, vissuto in una situazione di forte contrasto tra i continenti altri del Mondo Conosciuto, aveva voluto istituire una guardia scelta che, in caso di estremo bisogno, avrebbe sostituito le truppe dell’Esercito ordinario al fine di rovesciare le sorti di qualsiasi battaglia avesse richiesto una tale decisione. Così accadeva in tempi remoti, ed i Cavalieri dell’Ordine Scarlatto vennero raggruppati in caserme disseminate su tutta Imarna, in ogni suo capoluogo, perché la presenza di quegli uomini retti e valorosi distillasse nelle menti e nei cuori di tutti i cittadini i sentimenti più veri di fratellanza e giustizia, i più adatti sul campo di battaglia e nei periodi di pace, gli stessi che l’ultimo imperatore desiderava fossero i periodi più abbondanti e duraturi del suo sommesso e fiacco governo dell’allora Regno di Imarna. Ma alla morte dell’imperatore, dell’impero non rimasero che i Cavalieri dell’Ordine Scarlatto: le guerre, strano a dirsi, cessarono proprio con la scomparsa dell’incapace imperatore e dei Cavalieri non ve ne fu più alcun bisogno. Tuttavia, l’Ordine non fu mai sciolto, forse per motivi di tradizione e buon costume, forse perché al nuovo governo reale non interessavano le sorti di un gruppo di esuberanti nobiluomini in armi scintillanti. Così l’Ordine Scarlatto sopravvisse alla follia dei tempi, mutando di poco il proprio codice morale, servendo con fervore e dedizione la pace di Imarna e, con un po’ meno di entusiasmo, i capricci del nuovo governo reale.
La guerra che ora Imarna conduceva a nord-ovest, sull’isola più grande del suo mastodontico arcipelago, vedeva impegnati l’Esercito Reale e le truppe volontarie delle guardie regali in uno scontro logorante e fiaccante contro le invasioni dei popoli del Nord. Si trattava di una guerra che da almeno cinquanta anni insanguinava le verdeggianti terre dell’Isola Minore, senza conoscere nemmeno una tregua. L’Ordine Scarlatto si era unito al conflitto per diletto, non essendo stato convocato ufficialmente dal Re; tuttavia, l’intervento dei capaci Cavalieri professionisti dell’Ordine non aveva infastidito il governo, che aveva lasciato correre la presa coscienza della loro iniziativa. E, come Ossian Lanchaster, in veste di Comandante dell’Ordine, aveva detto a Malin, era laggiù, sull’Isola Minore, che il Cavaliere dell’Ordine Alaister Darkstone lo stava portando per dare inizio al suo apprendistato.
<Il tuo precettore è davvero un forsennato, ragazzo!> disse, il giorno dell’attraversata, il capitano della bagnarola mercantile che traghettava Malin e Darkstone dall’Isola Maggiore di Imarna alla sua sorella minore <Proprio nel cuore della guerra!>. Malin non dava peso alle parole del vecchio lupo di mare: poco gli importava di guerre o pericoli. Il ragazzo avrebbe accettato di esser sbarcato sulla luna, o sul sole stesso, poiché nessun prezzo da pagare gli sembrava improponibile per poter finalmente intraprendere l’apprendistato che Ossian Lanchaster gli aveva assiduamente e vivamente promesso. <Battaglia o non battaglia, il mio futuro inizia a realizzarsi laggiù.> aggiunse quindi Malin a ciò che il marinaio andava biascicando con la sua bocca sdentata e impastata, segnata da anni di chiacchiere fatte forse a vuoto, forse a buon rendere. Ma il capitano non demorse, e disse: <Sei giovane, non dovresti dire certe cose. Guarda: se ti stanchi di fare il soldato, vieni da me, e ti darò un buon incarico sulla mia barca! Che ne dici?>. Malin non disse nulla: il suo sguardo vitreo e perso s’andava estendendo all’orizzonte, ove già in vista del barcone dalla chiglia incrostata di crostacei e sedimenti si stagliava un azzurrognolo lembo di terra, liscio e sinuoso alla vista, così rarefatto nelle sembianze da parer quasi un sogno. Sì, Malin sapeva che tutto sarebbe incominciato una volta scesi a terra, una volta varcato quel confine che non credeva avrebbe mai visto coi suoi occhi, quello tra la pace della sua tanto odiata vita da contadino e la guerra, quella che sarebbe diventata il suo mestiere.
L’arrivo all’Isola Minore non fu tuttavia dei più tranquilli: non appena il capitano terminò di sbarcare i bagagli dei suoi passeggeri se ne dipartì in tutta fretta, tralasciando persino di consegnare alcune derrate alimentari che il viaggio di Malin avrebbe dovuto portare a chi dell’Ordine Scarlatto si trovava già sull’isola. In verità, il marinaio del peschereccio desiderava aver a che fare con milizie, soldati e guerra il meno possibile. Malin, in un certo senso lo capiva, ma non lo condivideva.
<La paura dei sempliciotti mi fa prudere le mani.> sbottò ad un certo punto Alaister Darkstone, mentre montava a cavallo del suo palafreno ammantato dei suoi lugubri colori <Mi chiedo se valga la pena di combattere per conquistare o difendere gente di una tempra simile...>. Darkstone si sistemò un tutta calma i guanti dell’armatura, placcati di squame di metallo scuro e lucente, e sistemò con accuratezza l’elmo prezioso, segnato altresì da vecchi colpi fendenti inferti al Cavaliere con ben poca grazia, tanto da avergli deformato alcune parti dell’armatura, rendendole speciali in un modo che Malin trovava fiabesco ed ammaliante. Poi, assicuratosi di aver inserito ben bene le punte degli stivali nelle staffe, spronò l’animale che nitrendo si sollevò sulle zampe posteriori, in posizione rampante. <Muoviti, ragazzino… spero tu abbia buone gambe!> e fu così che il Cavaliere diede lo sprono al destriero, partendo al galoppo in direzione dell’entroterra. Malin rimaneva, dal canto suo, appiedato e con un carretto ben stipato di bagagli e provviste che si trovava a dover trainare con le proprie forze, da solo. Pensò che sicuramente era da lì che l’addestramento incominciava, e di buon grado s’impegnò a seguire le tracce dell’animale di Darkstone per trovare la strada per l’accampamento. Se Malin partì dalla riva dello sbarco che era primo pomeriggio, giunse all’accampamento dell’Ordine Scarlatto in tarda serata.
<Ecco il tutelato di Alaister…> si sentì dire dal soldato a guardia del campo dell’Ordine, non appena questi lo vide <… la vedo dura, molto dura. Comunque entra pure, ragazzo: sei il benvenuto!>. Malin portò così a termine il suo primo incarico, madido di sudore e dolorante a causa della fatica che non si era preparato a fare, non immaginandola nemmeno.
<Sei proprio un contadino, non ti sei minimamente smentito!> lo apostrofò allora Darkstone, che attendeva presso il capanno dei cavalli e delle bestie da soma l’arrivo del suo allievo. Indossava ancora l’armatura completa, e nella sua statuaria posa pareva di avere dinnanzi una creatura infernale, una belva feroce, una visione che aveva dell’inumano. Sicuramente a Darkstone piaceva dare quell’impressione, e godette nel leggere negli occhi di Malin la disdetta e la sconfitta, una volta presentatosi stremato al suo rigido e autoritario cospetto. <Ora seguimi. Dobbiamo chiarire alcune cosette…> ordinò Darkstone, incamminandosi lesto per le stradicciole fangose dell’accampamento, in direzione della sua tenda privata. Quando la trovò vi entrò rapido, discostando appena il drappo d’entrata, e Malin fece lo stesso, senza preoccuparsi se era suo diritto o meno seguire un Cavaliere dell’Ordine nei suoi appartamenti privati senza un ordine ben specifico. Malin non aveva ancora imparato a comprendere le dinamiche della gerarchia e del potere, tuttavia Darkstone conosceva già un efficace rimedio anche per quel piccolo problema.
<Stai in piedi, e non provare ad accomodarti.> così sbuffò il Cavaliere mentre dava le spalle a Malin, dinnanzi un forziere dischiuso posto elegantemente su di un tavolino da campo. Fu allora che con disinvoltura incominciò a slegarsi i lacci del mantello per toglierselo di dosso, seguitando poi con l’elmo, che ripose con delicatezza estrema all’interno del forziere che il ragazzo aveva appena notato nella penombra. Quello che Malin allora vedette coi suoi increduli occhi aveva dell’eccezionale.
Dinnanzi al giovane se ne stava lo stesso Alaister Darkstone che Ossian Lanchaster gli aveva assegnato, lo stresso Cavaliere che aveva seguito da Eireki fino all’Isola Minore, dalla sua costa all’accampamento dell’Ordine, senza dubitare della sua persona. Eppure ora, agli occhi di Malin, si palesò una creatura che non credeva si sarebbe potuta nascondere sotto l’elmo dell’armatura del cavaliere oscuro che aveva visto sfrecciargli dinnanzi presso il bastione ad Eireki, e che pensava non doveva nemmeno trovarsi nell’Ordine Scarlatto: una donna. Alaister Darkstone non era altri che una donna, una giovane donna, dal fisico celato all’interno di una grande armatura pesante, in tutto e per tutto simile a quella che avrebbe indossato un uomo di elevata statura e corporatura. Eppure Malin non disse nulla: nonostante la sua sorpresa e la quantità di dubbi che presero a sorgere nella sua mente, capì l’importanza del silenzio, specialmente in quel frangente. Malin pensò poi che se Alaister si era rivelata a lui in quel modo, voleva dire che, in un certo senso, sapeva di potersi fidare ora più di prima del suo nuovo apprendista. <Ti caverei quegli occhi da bifolco con le mie stesse mani, sai? Non osare MAI guardarmi in viso, specialmente quando lo mostro scoperto: se mi sono lasciata guardare da te ora non è perché mi fido di te, ma perché tu possa riconoscermi qualora ve ne sia necessità. Ora abbassa quello sguardo, se ci tieni ai tuoi stupidi occhi!> lo sferzò con le parole il Cavaliere, infuriando con una voce che ora, senza più essere schermata dall’eco e dal metallo dell’elmo, pareva più melodiosa e sincera, più femminile ed ammaliante. Malin non discusse ed abbassò immediatamente lo sguardo, un po’ per soddisfare l’ordine della maestra, un po’ per nascondere quel volto che improvvisamente gli si era acceso d’imbarazzo, sorpresa e incredulità, per evitare di contraddire l’irascibile ragazza. Poiché Alaister era un nome da uomo, non credeva che il Cavaliere davvero sarebbe stato una donna; la cosa che più, però, urtava l’animo del giovane era il fatto di dover ubbidire tacitamente e di dover temere l’autorità di una femmina: ciò, il giovane figlio di guardaboschi, davvero non riusciva a concepirlo. <Beh? Adesso hai perso anche la lingua? Chè? Hai paura di me?> piagnucolò allora Alaister, muovendo qualche passo attorno a Malin impietrito, per guardarlo più da vicino e studiarlo fin nei minimi dettagli.
Malin, tuttavia, non aveva il coraggio di dire una sola parola: nonostante il fastidio che provava nel petto a dover ubbidire ai capricci della ragazza, l’amor proprio perdeva in confronto alla convenienza di fare il proprio dovere e di non contrariare un simile imperterrito spirito. Per cui non disse nulla, nemmeno nel momento in cui gli fu esplicitamente chiesto di dire qualche cosa, qualsiasi cosa, forse per gioco, ma quasi sicuramente per scherzo. Così il ragazzo si fece coraggio e, non appena Alaister si fermò nel suo interessato e contemporaneamente disgustato esame, quello esordì dicendo <Come è possibile che una donna sia diventata Cavaliere dell’Ordine Scarlatto?>. Chiunque avrebbe soppesato le parole prima di pronunziarle dinnanzi a Darkstone, chiunque, tranne Malinorne di Eireki. Così il Cavaliere dapprima rimase in silenzio, poi, in seguito, sogghignò malevolmente, in maniera sinistra. <Vieni con me, dolcezza…> l’apostrofò, mentre con una salda presa lo agguantava per un polso e lo strascinava a forza fuori dalla sua tenda. Malin percorse il tragitto di poco tempo prima a ritroso, fino a quando giunse presso un’altura, una piccola collinetta dall’aspetto tetro e perverso. In sommità di quella Malin vide un palo infisso nel terreno, di diametro considerevole, dal quale pendevano un paio di pesanti catene di ferro. Fu allora che Alaister fece cenno a due altri soldati di guardia all’accampamento e quelli, già immaginando ciò che la donna desiderava facessero, si avvicinarono a Malin, lo presero in custodia e gli tolsero a forza la sua tunica dell’Ordine e la cotta di maglia che portava come indumento sotto a quella. Malin non capiva che cosa stesse succedendo e si chiedeva in cuor suo perché Darkstone, che pareva divertita e tutt’altro che irata, si stesse comportando a quel modo. Tutto però gli fu un po’ più chiaro quando si ritrovò a torso nudo, legato per i polsi da un bracciale di ferro stretto e freddo, appeso come un condannato per gli stessi a quelle catene che aveva visto penzolare dalla pertica in cima alla collinetta. Ora lui, Malinorne, apprendista Cavaliere dell’Ordine Scarlatto, pendeva da quella forca come un criminale, con il petto premuto contro la pertica e la schiena robusta rivolta alla mercè della sua maestra che nel mentre aveva imbracciato una frusta dalla foggia semplice ma dalla letale presenza. La voce della donna rimbombò come un ruggito tra le tende dell’accampamento, potente e fiera, tanto che parve far tremare le fiaccole e le fiamme dei bracieri che ormai da qualche ora rischiaravano l’oscurità della notte <Cavalieri dell’Ordine Scarlatto, ed Esercito Regale tutto, vi presento Malinorne di Eireki!>. Quelle furono le parole che Malin ricordò con più forza e vigore, senza dimenticarle mai, nemmeno in tarda vecchiaia. A suggellare quella presentazione davvero straordinaria, che non aveva nulla di ciò che Malin aveva sempre desiderato, una schioccata di frusta impresse il suo marchio sulla fresca e giovane carne dello sventurato. Poi un’altra, ed un’altra ancora; Malin sentiva il bruciore della pelle che si dilaniava ed il dolore che ogni sferzata aggiungeva alla precedente, senza tregua, per minuti che passando al povero ragazzino parvero ore intere. E Darkstone rideva a pieni polmoni, stringendo con severità il pugno attorno all’impugnatura della frusta, e decantava a chi si era incuriosito e si era avvicinato per vedere quale fosse stato il reato commesso dal nuovo giunto. Fu in quel frangente che Malin imparò a non indagare mai più sul conto strettamente personale di Darkstone: la sua curiosità non valeva quel dolore e quella crudeltà, nemmeno nei suoi confronti.
La flagellazione continuò per la durata di venti frustate. Al termine, quando Alaister si soddisfò finalmente della punizione che aveva riservato all’ingenuo allievo, diede ordine di slegarlo dalle catene e di medicare le sue ferite. Lo fece deporre all’interno della sua tenda personale, dopo che fu risistemata con un divisorio per suddividere il grande ambiente in due parziali considerevolmente più modesti. Malin là giacque per un giorno interno, fasciato attorno al petto e su tutta la schiena, stremato dalla fatica del lavoro e dalla perdita di sangue che la sua nuova maestra lo aveva costretto a subire. La lezione che il Cavaliere aveva riservato al suo apprendista era stata dura, ma era valsa allo scopo, poiché la filosofia di Darkstone era questa, dopotutto: il dolore temprava le menti meglio degli ammonimenti o delle lezioncine di spirito e morale, il sangue e la fatica servivano ad imprimere, come inchiostri preziosi ed indelebili, ciò che si imparava giorno per giorno. La guerra, poi, per chi avrebbe ricevuto un simile addestramento, non sarebbe stata altro che un gioco da ragazzi.
Il giorno in cui Malin si riprese dalla convalescenza trovò Alaister ad attenderlo, in vesti da camera, seduta accanto alla sua branda. Quando la vide, erta e fiera e vestita come un uomo, con una tunica di stoffa semplice legata in vita, brache fasciate attorno alle gambe e stivali di cuoio e lacci, impiegò qualche secondo nel far coincidere quella visione con ciò che ricordava della terrificante maestra. La penombra della tenda, rischiarata dai raggi del sole che filtravano della tela chiara, mostrarono a Malin ciò che della donna aveva solamente intravisto la sera del suo arrivo all’accampamento: imparò dunque il colore dei suoi capelli, un rosso ramato e vivo, e le fattezze più precise del suo viso. Capì persino il colore dei suoi occhi, occhi di fiamma rosso intenso, sfavillanti ed accesi come il fuoco più ardito, più temibile. Alaister aveva un viso ingentilito dalla giovane età, che celava in modo egregio la sua insita crudeltà. Grazie al Cielo, pensò Malin, nella penombra lei non pensava che il giovanotto la stesse studiando, e questo sollevò lo spirito dell’inferno che si riteneva al sicuro, in vista di una prossima punizione corporale.
<Allora? Ancora tutto intero?> domandò il Cavaliere, con voce suadente, stranamente gentile. Malin, dal canto suo, si mosse leggermente sulla branda, sotto le coltri, e si tastò il petto fasciato, poi il fianco destro, e lo sentì estremamente dolorante. <Devo rispondere, signora?> volle sapere allora Malin. Sentito ciò, Alaister si congratulò con se stessa per aver impartito una lezione in maniera davvero magistrale: se aveva inferto tante frustate a quel giovane imbecille, pensava, almeno ne era valsa la pena. Così il Cavaliere s’alzò in piedi e prese il fodero della spada da dove l’aveva lasciato, poggiato alla branda dell’infermo, e rise trionfalmente: <Vedo che hai imparato a stare al tuo posto, piccolo verme! Devi parlare solo quando IO te ne do modo, in maniera esplicita. Sai perché ti ho punito, l’altra sera?> domandò allora lei, <Ah, sì... Puoi rispondere. In maniera sincera, questa volta, e non verrai punito.>. Malin allora socchiuse gli occhi e prese un respiro profondo: sapeva di aver imparato la lezione, ed era pronto a rispondere: <Mi avete punito per la mia sfrontatezza. La mia curiosità mi procurerà un sacco di guai.>. <Corretto.> sottolineò la donna, mentre allacciava svogliatamente il fodero della sua lunga spada attorno ai suoi lombi, <E ti dirò di più: la vita, qui, non è quella dei campi, o dei boschi. La vita qui è sangue, è dolore, è anche morte. Ogni parola detta va prima soppesata, analizzata, concepita, affinché non provochi la rovina tua e di chi rappresenti. L’altra notte hai agito in modo irresponsabile, hai voluto provare ad essere più furbo di me, a tacermi come si fa con le vostre puttanelle di campagna.>. Così il Cavaliere si avvicinò al drappo d’entrata della tenda e, prima di uscire, si rivolse ancora a Malin, disteso nel suo letto, ancora parzialmente intontito <IO non tollero che chiunque, a partire da te, lurido e schifoso vermiciattolo, provi a mettermi i piedi in testa: adesso alzati da quel letto, vestiti se lo credi e spicciati a leccarti le ferite. Ti aspetto fuori, per la seconda parte della tua tanto amata lezioncina…>.
Alaister se ne andò in fretta, scomparendo come un fulmine a ciel sereno oltre il drappo d’entrata alla tenda da campo. Malin si portò una mano alla testa e respirò profondamente: si domandò, in cuor suo, se valeva davvero la pena alzarsi da quella branda ed uscire là fuori, ferito com’era, e combattere. Non sapeva quello che la maestra aveva in serbo per lui, anche se lo immaginava: sicuramente un’altra umiliazione. L’umiliazione era l’arma preferita da Alaister: anche se Malin la conosceva da appena qualche giorno, aveva già imparato che il modo migliore per una donna, per quella donna, di farsi valere, era quello di umiliare chi le stava sotto, od attorno. Tuttavia Malin era determinato, e voleva davvero andare fino in fondo in ciò in cui si era imbarcato; dopotutto, non sarebbe stata una donna a fermarlo nel suo intento.
Quando il ragazzo si alzò in piedi e la sua mente si contorse sotto gli spasmi del dolore che provava, lancinante, alle ferite della schiena, ripensò fugacemente alla sua casa in fiamme, alle grida sue e della sorella, allo strazio di quella così dolorosa perdita. <No, questo dolore in confronto non è nulla.> si disse, mentre con fiato trattenuto per attenuare il dolore fisico alzava le braccia per infilarsi la cotta di maglia e poi la tunica dell’Ordine, mentre la legava in vita sul cinturone e si intrecciava nuovamente i capelli, più incolti e spettinati che mai.
Uscì allora dalla tenda senza nemmeno pensare a che ora della mattina fosse, senza pensare alla fame, alla colazione, a lavarsi il viso o a farsi controllare le ferite. Si diresse velocemente alla volta di quello spiazzo che aveva visto venendo alla tenda e dove sapeva che avrebbe trovato Alaister ad aspettarlo. Infatti, ecco che la donna lo attendeva in piedi, piantata sui suoi talloni, con una spada sguainata in pugno, lucente anche se leggermente ammaccata, e lo sguardo di lei fisso, piantato, sulla figura lenta e malconcia dell’allievo. <Ben ritrovato!> lo salutò, con tono di scherno <Il signore desidera una tazza di latte? Magari, anche un po’ di miele…>. Ma Malin non era in vena di scherzi o canzonate: rimase fermo, immobile sotto il sole cocente dell’estate ormai alle porte, in attesa che Alaister si stancasse di scherzare e passasse ai fatti. <Va bene, brutto sacco di vomito… che ne dici di toglierci i dentini da latte e di smettere di giocare a fare i bravi ometti? Predi questa.> Darkstone lanciò al giovanotto la spada che teneva stretta in pugno, <Bene, ora prova a colpirmi. Vediamo come ti muovi.>. Malin ricevette l’arma al volo e l’impugnò con un po’ di goffaggine: effettivamente, per il ragazzo era la prima volta in cui aveva l’opportunità di brandire una vera arma. Soppesandola, era proprio come l’immaginava, ed il fatto di poterla tenere in mano ora, gli infiamma il cuore di speranza e coraggio, di tenacia. Così si scagliò con fretta e disordine alla volta della maestra, come un forsennato, un disperato. Alaister schivò il fendente, il quale assomigliava più ad un colpo di mannaia, con la facilità con cui una massaia rattoppa uno straccio bucato. Ma Malin non demorse e, alzando nuovamente la spada, questa volta tentò di tagliare di netto il collo del Cavaliere, il quale si mosse all’indietro, piegando il capo, con la maestosità di un danzatore che si esibisce. Poi seguitarono altri fendenti menati alla cieca, affondi sbilenchi, stoccate disastrose; Alaister, dal canto suo, non fu nemmeno costretta ad estrarre la sua arma.
<Ho visto macellai menar con la spada con più grazia di come lo fai tu, creatura ingiuriosa! Ma chi ti ha insegnato a tenere in mano quest’arnese? Dimmi… in quale tipo di armamento sei specializzato?> domandò allora Alaister, tentando di non perdere la calma. Così Malin abbassò la sua lama e rispose, titubante: <So tirar con l’arco.>. <Ma bene! Un’arciere!> Darkstone si portò una mano alla fronte e vi nascose dietro lo sguardo allibito, furente <Non esiste nulla di più vigliacco e degradante per un guerriero che schiantare i propri nemici a distanza ed al sicuro dalla loro follia. Dare una morte ignorante ad un uomo equivale a disonorarlo, a toglierli tutto ciò che lo ha reso un guerriero, un soldato degno di combattere una vera guerra.>. La donna così si massaggiò il collo e si stiracchiò le braccia, svogliatamente: <Serve che qualcuno ti insegni ad essere un vero uomo.> e così dicendo si sistemò i guanti spessi e squamati di metallo scuro che completavano la sua armatura, indossandoli pur senza i suoi complementi, quasi il suo fosse stato un vizio di forma od un capriccio d’estetica. Il ragazzo la guardava atteggiarsi, vedeva i suoi capelli ramati ondeggiare e brillare, quasi, sotto il sole del mezzogiorno, intrecciati di ciocca in ciocca com’erano, così tribalmente e selvaggiamente scomposti, inaspettatamente poco femminili. Malin riteneva in cuor suo che per una donna i capelli fossero la cosa più importante: ricordava come la sorella passasse ore, la mattina presto e la sera prima di andare a dormire, a spazzolare i suoi, così lunghi e vellutati, leggermente ricci, delicati; ne ricordava il profumo e la bellezza, il colore scuro, del legno vivo, e così pensando ricordava anche lei. Quindi il giovane si domandava il perché di tanta insensata trascuratezza, ma poi pian piano capì: del resto, una donna come Alaister non aveva bisogno di ammaliare con le sue fattezze, e sicuramente poco si curava dei suoi capelli, che senza alcun dubbio per lei non rappresentavano la sua prima preoccupazione. Eppure anche Darkstone, nella sua stravagante apparenza, aveva un qualche cosa che smuoveva il cuore di Malin e lo metteva in movimento, lo ridestava da un sonno che aveva dell’irreale: dopotutto, l’età della ragazza doveva essere di poco superiore, se non la stessa, di quella del giovanotto, e ciò avvicinava i due più di quanto gli stessi avessero voluto che accadesse. Tuttavia Malin, come al solito, se ne stava in silenzio, e per la prima volta nella sua giovane vita aveva imparato ad apprezzare i pensieri e le riflessioni più delle parole e delle mere azioni.
<Adesso stammi bene a sentire, bamboccio…> l’apostrofò Alaister, mettendo mano all’elsa della spada che le pendeva dal cinturone stretto in vita <…non ho intenzione di perdere tempo sui fondamentali. Quindi guardami attentamene e fai come ti dico di fare.>. Così Darkstone prese fiato e si concentrò. Non aveva ancora sfoderato al sua spada, quella stessa spada che Malin non aveva ancora visto snudata e che poteva indagare solo vedendone l’elsa, dalla foggia strana, stranamente semplice ed inquietante. Il giovanotto allora si concentrò sulla mentore, sui suoi movimenti, ed attese che qualche cosa accadesse.
Alaister Darkstone se ne stette ferma immobile, erta come uno scoglio tra le intemperie, per qualche minuto. La man destra, serrata attorno all’elsa della spada, e la man sinistra che teneva fermo il fodero, non si contraevano; il petto di lei, nascosto sotto la tunica chiara, non sobbalzava, né s’innalzava od abbassava: pareva che la donna non respirasse nemmeno. Poi, ad un tratto, gli occhi di lei brillarono e in men che non si fosse pensato estrasse la sua lama dal fodero con un gesto rapido, elegante, funereo. Snudò una spada lunga e sottile, dalla lama cupa e scura, smussata e rovinata da numerose stoccate e parate: il metallo di cui era fatta risuonava come se cantasse e non brillava, nemmeno sotto i caldi raggi del sole; l’elsa, che ora vista assieme alla lama acquistava un nuovo significato, pareva essere un tutt’uno con quella. Infatti l’elsa non era altro che un prolungamento della lama, più sottile, ma che pareva parimenti alla sorella tagliente e pericolosa. <Quando sei di fronte al tuo nemico, è importante guardarlo dritto negli occhi: per oggi, cade il tuo divieto e puoi fissarmi in viso. Devi imparare a riconoscere la paura dalla determinazione, e così imparerai a capire quale tipo di difesa, o di attacco, si confà alla tua situazione.> spiegò la guerriera, avvicinandosi a Malin con la punta dell’arma rivolta verso di lui, in posizione di stallo. Quindi la ripose al suo fianco, senza inguainarla. La teneva con la man destra, la punta poggiata al terreno. In quella posizione chiunque sarebbe riuscito a colpirla, pensò Malin. <Ora prova ad attaccare. In qualsiasi modo, come NON sai fare tu!> lo istigò la donna, tranquilla, fiera nella sua statica presenza. Così Malin, senza farselo ripetere, alzò la lama della sua spada e si getto con violenza contro la maestra, sicuro quella volta di non sbagliare il bersaglio. Tuttavia Alaister era un Cavaliere dell’Ordine Scarlatto e conosceva le mosse dei suoi duellanti, chiunque fossero: non appena si vide la lama del giovanotto pioverle addosso, senza spostarsi, in un lampo mosse la propria arma in modo tale da schermarsi dal colpo. Quando poi i due metalli cozzarono, si sentì il rumore di uno schianto pesante, un suono penetrante ed orrendo, ed alcune scintille caddero al suolo. Malin a quel punto non riuscì a sostenere il contraccolpo e dovette lasciare la presa all’elsa della sua spada, perdendola. <Beh? Già disarmato? Non ho fatto nulla, io: se hai perso il controllo della tua spada, è tutta colpa tua.> lo rimproverò Alaister, riportandosi in posizione, calma e tranquilla, senza il benché minimo accenno di fatica o fiatone. Malin, al contrario, era madido di sudore. <Ho letto nel tuo sguardo l’impeto con cui ti sei scagliato contro di me: ho letto nei tuoi strani occhi la sicurezza e l’orgoglio. I tuoi, erano occhi da cieco.> sbottò allora il Cavaliere, sbuffando scontenta <La troppa sicurezza è indice di un sommario e frettoloso giudizio delle situazioni: un buon guerriero sa riconoscere negli occhi dell’avversario l’imprudenza, e la gestisce per ritorcergliela contro.>. Malin si sentì toccato nel profondo, quasi disonorato. Pensava di aver fatto bene, invece non fu così. Si domandò come avrebbe potuto evitare di fare la figura dell’idiota, ma non ne aveva idea. In quel momento si sentiva disarmato, senza speranza. Dubitava seriamente di poter combinare qualche cosa, specialmente con Darkstone come mentore.
<Alzati, per il Cielo!> Alaister non aveva intenzione di aspettare. Malin, dal canto suo, non aveva più coscienza di sé: solamente dopo una mezzora di allentamento, della sua stima personale non rimaneva che un fulgido, seppur rarefatto, ricordo trasparente. <Tieni duro, pivello! Ancora qualche fendente e ti lascerò per conto tuo: sarai libero di scegliere da solo come trascorrere il resto del pomeriggio.> lo schernì ancora la donna, ma questa volta con tono più pacato, quasi materno. Alaister era una donna intelligente e calcolatrice, e sapeva benissimo che di quel ragazzino di campagna non ne avrebbe fatto un guerriero in un solo pomeriggio: leggeva nel suo fisico provato l’annientamento che aveva desiderato provasse, e si sentiva appagata, almeno per ora. Così, dopo altri due fallimentari attacchi da parte del giovane duellante, la maestra decise di sospendere l’addestramento e congedare l’allievo. <La tua schiena sanguina. Fatti cambiare i medicamenti.> furono le ultime parole dalle frigida ragazza.
Sì, Malinorne di Eireki era spossato ed affaticato, non tanto nel fisico, quanto nell’anima. Là, se ne stava solo, al limitare dell’accampamento, mentre il sole declinava oltre le cime dei boschi, aspettando l’inevitabile, e pensava. Aveva fatto medicare nuovamente le ferite alla schiena, come la maestra aveva consigliato, ed aveva passato il resto del pomeriggio solitario, seduto, immobile, a cogitare. Malin non si era mai fermato prima, nella sua affaccendata esistenza, a riflettere. La testa gli rimbombava, al giovanotto pareva che qualche cosa di doloroso si stesse agitando entro la sua mente, e non conosceva ancora il sentimento dell’irrequietezza, della sconfitta morale, dell’abbattimento doloroso. Se ne stava solo, in silenzio, ed il suo sguardo policromo accarezzava le ombre che s’allungavano, l’oscurità che man mano che il sole calava avvolgeva ogni tetra cosa, divorando anche lui. Malin si domandava che cosa stesse facendo laggiù, sull’Isola Minore di Imarna; si domandava se era quello che desiderava, se intraprendere la strada del guerriero ligio e valoroso era quello che voleva veramente con tutto se stesso. Dinnanzi al suo sguardo vitreo iniziarono a danzare i ricordi della sua casa in fiamme, le grida della sorella e dei genitori che venivano divorati dalle fiamme, e si domandava, Malinorne, se divenire un Cavaliere avrebbe fatto di lui una creatura nuova. Ma che cosa era che andava cercando da quel giorno, da quel giorno in cui, prima del tempo, smise di essere un bambino e crebbe in fretta, così rapidamente da invecchiare come un anziano nonostante la sua giovane età? Malin non lo capiva ancora. Credeva, il giovane, che vestire un’armatura e brandire una spada fosse il metodo migliore per aggiustare il mondo, per renderlo migliore: pensava che le sciagure potevano essere evitate, che il dolore poteva essere risparmiato per altri, all’infuori di lui, che l’aveva già così duramente provato. Tuttavia ora, che se ne stava solo a cogitare sulle ferite di frusta inferte dalla maestra, sul dolore che quella donna gioiva nel infliggerli volontariamente, si domandava se davvero la strada del Cavaliere avrebbe fatto di lui l’uomo che desiderava ardentemente diventare.
Malin era confuso. Confuso, ed estremamente stanco. La notte oramai era scesa e per lui non vi era altro da fare che ritirarsi negli appartamenti che divideva con Alaister ed andare a riposare. Non cercava compagnia, non cercava neppure la mentore. Svogliatamente, decise che per lui era giunto il momento del ritiro. <La notte porta consiglio.> pensò. E questo fu il pensiero che lo accompagnò sulla strada che, limacciosa e incavata nel terreno, passo dopo passo indirizzava Malin verso la sua meta.
Ad un tratto, mentre il giovane trascinava le stanche gambe per il sentiero fangoso, una tromba squillò penetrante, e cosparse del suo argentino suono tutto l’accampamento. Quello fu un suono inaspettato, inatteso totalmente: Malin, infatti, nonostante intuisse il significato di quell’allarme, non aveva idea di come avrebbe dovuto reagire. <All’adunata! Soldati, all’adunata!> gridava una vedetta, di ronda presso il perimetro dell’accampamento, ove la collinetta delle esecuzioni forniva l’appiglio più alto dal quale meglio si sarebbe potuto diramare un allarme.
All’adunata! Malin non sapeva che fare. Non possedeva nemmeno una spada, come avrebbe potuto aiutare la maestra e tutto l’Ordine in battaglia, se ve ne fosse stato bisogno? E dove era Alaister in quel momento? Il viottolo fangoso, nel giro di qualche minuto, divenne un fiume in piena, straripante di armature lucenti, cozzanti di metallo su metallo, e Malin dovette trarsi in disparte per non intralciare i soldati in transito. Guardò attentamente tra loro per vedere se poteva scorgere l’armatura scura della mentore, ma non ebbe fortuna. Malin si sentiva perso, nuovamente abbandonato.
<Che fai lì impalato, ragazzino?!> la voce di Darkstone raggiunse l’udito fine del giovanotto, di soppiatto, alle sue spalle. Ecco, il Cavaliere montava in arcione alla sua scura bestia e già bardato di tutto punto non attendeva altro che precipitarsi in battaglia. Indi aggiunse <Tu non servi, hai capito bene? Torna alla tenda e rinchiuditi laggiù finché non sarò di ritorno.>, questi furono gli ordini. <Che cosa succede!?> Malin non poté trattenere la domanda, e se ne pentì solo in seguito, rammentando il monito della donna. Eppure Darkstone non si alterò, nonostante l’impudenza dell’allievo nel rivolgerle la parola, e spedita, concisa, marziale, rispose <Un attacco improvviso del Nemico richiede l’intervento dell’Esercito Regio e dell’Ordine. Tu però, Malinorne, non muovere un dito: non è una schermaglia, questa, che tu possa sostenere. Non ancora. Mi hai capito bene?>. Malin annuì, prontamente. Così Darkstone si congedò e, spronando il suo animale, si diresse al galoppo ove l’adunata stava prendendo luogo.
Il fiume umano di soldati in movimento si era già prosciugato quando Malin tornò alla tenda, come da raccomandazione. Uno strano silenzio avvolgeva l’accampamento, un silenzio di morte: l’assenza di molta parte dell’Esercito e dell’Ordine faceva di quel luogo un riparo insicuro per servitori, sguattere e matricole quale poteva essere lui: gente indifesa, che in mano nemica non poteva che trovare la morte.
Il giovane arrivò alla sua meta ma non entrò subito nella tenda: si guardò prima attorno, e tentò di annaspare nell’aria, di suggere da quell’atmosfera un insegnamento che sapeva Alaister non gli avrebbe mai impartito. L’odore che l’aria aveva, quella sera, era un odore metallico e sporco, fetido, pesante: Malin non se lo sapeva spiegare, tuttavia, iniziava ad amarlo. Quello era l’odore della battaglia.
Fece mattino prima che Alaister e l’Esercito Regio tornassero dalla missione. Malin sonnecchiava ad orecchie tese nella tenda della mentore quando lei, spossata ed appesantita dall’armatura, comparve scostando in modo burbero il tendaggio che costituiva l’entrata all’appartamento. Il giovane, che assopito di poco si ridestò subito non appena sentii il cozzare metallico dell’armatura di Darkstone, si erse in piedi all’istante quando immediatamente si accorse della sua rinnovava presenza. <Non ti avvicinare.> sussurrò sommessamente la donna, accorgendosi della venuta dell’allievo <Non osare.>. Malin allora se ne stette al suo posto, appena dietro il tendaggio separatore: spiava la maestra con occhi curiosi, in un certo senso deliziandosi di trovarla ancora viva, del suo solito gaio e cordiale umore. Tuttavia qualche cosa era cambiato: Alaister se ne stava ingobbita, piegata su se stessa, e lasciava pendere le braccia verso il suolo, in modo innaturale. Aveva tolto l’elmo di dosso ed i suoi capelli scuri e scarmigliati le ricadevano sul viso, in maniera selvaggia. Inoltre ansimava: Alaister aveva il respiro pensante, e pareva che stesse per svenire. <Portami dell’acqua, presto!> imperò la donna, e Malin subito obbedì. Uscì dal tendaggio e lesto procurò un secchio d’acqua limpida alla guerriera. Quando fece ritorno, però, la ritrovò riversa in terra, il viso nascosto dalla cascata di capelli spettinati, e pareva incapace persino di respirare.
<Signore!> chiamò il giovanotto, ma lei non mosse un muscolo. Non poteva lasciarla riversa al suolo: lei era un eroe di guerra, una valente guerriera; anche se scorbutica, meritava d’essere aiutata. Malin non ci pensò due volte e lasciò il secchio d’acqua per andare in soccorso della giovane donna: la raggiunse lesto e tentò di sollevarla da terra tra le sue braccia, nonostante il peso non irrisorio dell’armatura che portava indosso. Tuttavia, seppur la fatica fu tanta, il giovane riuscì a deporre la mentore nel proprio giaciglio, allorché prese a toglierle di dosso la fasciatura metallica della sua corazza scura. Giuntura dopo pannello, brandello dopo scheggia, l’allievo spogliò delle armi la ragazza, lasciandola in tunica, priva di sensi e sul proprio giaciglio. Le scostò persino i capelli dal viso: fu allora che vide qualche cosa di cui non sospettava neppure l’esistenza.
Sì, il volto di Alaister era mutato, o perlomeno, non era del tutto simile a quello che ricordava appartenere alla giovane guerriera. Simboli vergati di nero inchiostro si inerpicavano sulla pelle sua tesa del viso, istoriando guance e fronte della donna in maniera spaventosa, quasi si fosse trattato di un veleno tumefacente; inoltre le labbra sue, così femminili e delicate, ora lasciavano intravedere denti sporgenti e aguzzi, quasi fossero state zanne di fiera o di drago, ma sicuramente non umane. Poi ecco, tra i crini suoi scarmigliati e impolverati, spuntavano due escrescente dure e ruvide al tatto, che avvolgevano parzialmente il capo della donna, quasi si fosse trattato di una nuova protezione seconda solo all’elmo: quello che però sconvolse Malin fu il scoprire che quelle erano corna, corna simili a quelle degli arieti, che appartenevano solo e solamente al capo di Alaister Darkstone. <Non è possibile…> sussurrò tra sé e sé <…ma chi è costei?>.
<Allontanati da lei, ragazzo!> una voce colse alla sprovvista Malin, raggiungendolo alle spalle in maniera inaspettata ed improvvisa <Lascia che me ne occupi io, ora.>. Un uomo era entrato silenziosamente nella tenda, senza che il giovane se ne potesse accorgere. Costui Malin non lo conosceva, ed era sicuro di vederlo in quel frangente per la prima volta: si trattava di un giovane uomo, più anziano di Malin anche se non di molto, che si trascinava stancamente appoggiandosi ad un lungo bastone di legno nodoso. Quello vestiva di scuro con una tunica lunga dalle maniche strette ed al collo portava un collare d’argento cangiante, incastonato sotto la gola di una grande gemma del colore stesso delle vesti. L’imperativo dello sconosciuto era categorico, e Malin non discusse. Lasciò il passo al giovane uomo, e si ritirò in disparte.
<Non temere, amica mia… > sussurrò allora lo sconosciuto, chinandosi su di Alaister e ponendole un palmo a poca distanza dalla fronte, imperlata di sudore e sforzo, tanto da renderla aggrottata e distorta <…sono io, Balian. Sono venuto per aiutarti.>
(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))
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